UN VECCHIO AMICO

Una notte qualcosa mi ha svegliata –un dolore al nervo sciatico, credo- e mi sono accorta che stavo pensando al mio amico Maurizio. Quando a giugno finiva la scuola avevo un motivo speciale per essere contenta, ed era lui. Un bambino robusto come un vitello, con una grande testa tonda. All’inizio dell’estate lo rapavano. Avevo il privilegio speciale di passare la mano sul suo cranio vellutato, e gli dicevo che era come un castoro. Vestiva magliette a righe e pantaloncini blu. Quando finiva di giocare a pallone guance e orecchie erano paonazze, ed emanava un buon odore acidulo, come di lievito fresco.
La nostra amicizia è durata una vita, dagli otto anni ai dodici, ed è finita di colpo. Non so cosa facessimo di preciso tutto il giorno, ma eravamo sempre insieme. Lui parlava poco e pensosamente. Una volta mi disse che suo padre era morto, e me lo disse con rabbia contenuta e senza lacrime, come chi attende virilmente un’occasione per vendicarsi.
Maurizio era un bambino povero, e dopo che morì suo padre lo fu anche di più. Viveva in due stanze di ringhiera, odorose di bucato e minestrone. Sua nonna era alta, con un gran vocione, ogni tanto lo sculacciava e lui piangeva senza un lamento. Lo lavava in un mastello di ferro, ma a questo non potei mai assistere. Sua mamma gli somigliava, ma non c’era mai. Lavorava, e nessuno a quel tempo pensava che per una donna fosse una fortuna.
La nostra fu un’edenica felicità, senza vergogna. Solo verso la fine, un giorno, sotto il tavolo della sua cucina, un tale Roberto o Alberto con pungenti occhi azzurri venne a disturbarla, insinuando un veleno che non conoscevamo. Per la prima volta Maurizio non fu dalla mia parte, e mi fece sentire il suo sprezzo misto a desiderio. Ero una femmina. Si capiva che gli dispiaceva, ma a quanto pare non c’era scelta.
Maurizio non fece mai caso alla mia sessualità. Un giorno, con brusca dolcezza, mi fornì alcuni rudimenti. Con fraterna pazienza cercò di spiegarmi che non tutti i maschi si sarebbero comportati come lui. Mi disse anche qualcosa sul profumo delle donne, non ricordo cosa, ma doveva essere un poema. Poi di colpo mi spuntò un gran seno, e lui sparì.
Mi è capitato qualche volta di incontrarlo per strada, molti anni dopo. Era diventato un omone maestoso e faceva, credo, il panettiere. Fingeva di non vedermi, e io non lo disturbavo. Non lo farei nemmeno ora, se non fosse venuto a svegliarmi. Per annunciarmi, insieme alla sciatica, che un ciclo sta per finire, così come tanto tempo fa mi annunciò il suo inizio. E che forse si può finalmente ricominciare a giocare.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)

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