UNA DONNA PARTICOLARE

Probabilmente la più memorabile interpretazione di Sofia e Marcello, “Una giornata particolare” di Scola è un film tanto complesso che non bastano dieci visioni a coglierne ogni sfumatura: la nuca di Gabriele che dà l’addio al telefono al suo compagno, quel suo anello lezioso, l’impercettibile cenno del capo con cui fa capire ad Antonietta ciò che lei si rifiuta caparbiamente di vedere, che lui è un omosessuale, “un invertito! un ricchione! un frocio…”. La calza smagliata di Antonietta, la sua adesione incantata e assoluta al fascismo, la malinconica inconsapevolezza che l’aiuta a vivere.
Ad ogni visione la tonalità cambia e, credo sia una prerogativa dell’arte vera e immortale, particolari nuovi vengono in primo piano. Uno vede sempre ciò che sa, ciò che può e che vuole vedere, e la prospettiva muta molto con l’età.
L’ultima volta che l’ho visto mi sono concentrata su Antonietta, quando marito e figli partono baldanzosi per la grande parata in onore del Führer e tutto il caseggiato si svuota. La donna è finalmente sola, stanca ma anche sollevata. Dopo la frenesia dei preparativi, i suoi gesti tornano lenti e solenni, in quel luogo di cui lei resta schiava e padrona. Lei alla parata non ci va, è ai margini, ma nemmeno recrimina. E’ come se la casa che la reclude diventasse più grande, come se starci e non essere in piazza fosse anche una segreta libertà.
Antonietta parla con il merlo indiano, cambia l’osso di seppia, lo rimprovera dolcemente perché non sa dire bene il suo nome. Siede al tavolo di cucina, beve gli avanzi di caffè per non buttarli, resta lì un po’ assorta. Poi sospirando comincia a impilare le tazze, raccoglie i resti dei biscotti e li ripone nella scatola di latta, con mani gentili raccoglie le stoviglie e le poggia nell’acquaio. Scuote le lenzuola, le tende sul letto con una carezza, come se volesse caricarle d’amore. Le sue braccia danzano, i gesti sono armoniosi, è al lavoro la misteriosa capacità femminile di fare ordine, ogni volta daccapo, per aggiustare quello che altri disfano.
Guardare Antonietta che sfaccenda è una specie di meditazione. Lei, “ultima”, può preziosamente dirci che cos’è una donna.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

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