AFFITTARE UTERI

UN UTERO IN AFFITTO Jill Hawkins ha 43 anni, faccia molto inglese, con un piccolo pearcing al naso. Vive a Brighton e non ha figli anche se negli ultimi 16 anni non ha fatto altro che sfornare bambini. 7 per la precisione. L’ultima è stata Isobel, nel 2006: c’è una bella foto di lei con la piccola in braccio subito dopo il parto. Jill è una madre surrogata. Anzi, è la campionessa della specialità nel Regno Unito, dove l’anno scorso sono nati così 100 bambini. Dopo la nascita di Isobel avrebbe voluto piantarla lì, ma poi ha cominciato a sentirsi vuota e depressa, e così adesso si sta preparando all’ottava gravidanza. Jill dice che con la sua depressione Lucy, Bertie, Jamie, David, Alexandra, Sam e Isobel non c’entrano nulla. “Quando sono incinta mi sento benissimo. Ma figli miei non ne voglio”. La sua autostima è bassa per via di quei maledetti chili in più che si porta addosso. Jill prende antidepressivi e qualche anno fa ha anche tentato il suicidio, ma le gravidanze, insiste, non c’entrano. La sua famiglia ha cercato di farle cambiare idea, ma l’ottavo parto è già in programma.
Credo che le ragioni per cui una donna presta il suo utero siano sostanzialmente tre: perché ha bisogno di soldi (nel Regno Unito si prende un rimborso di 10-15 mila sterline), perché è mentalmente disturbata, o per amore. Altre motivazioni non ne vedo. Credo che nei primi due casi si tratti di sfruttamento di una condizione di miseria -materiale o psicologica-, in quanto tale inaccettabile. E che possa essere invece un magnifico gesto di generosità quando capita all’interno di una relazione autentica tra due donne, relazione che non si interromperà dopo la nascita del bambino, il quale anzi potrà a sua volta goderne ed essere grato per questo “doppio” amore, qualcosa di simile a quello che capita quando oltre alla madre c’è una balia, o una tata, o una zia prediletta.
Credo infine che quando gli uomini mettono le loro mani e il loro logos in questo genere di cose, da sempre regolate dal buon senso femminile, nella discrezione e nella penombra, le probabilità che capitino dei guai si fanno molto alte.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)

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Una Risposta

  1. Non pensa che, forse, le mani e il logos, in quest’uso macchinoso della persona, ce li abbiano messi le istituzioni inglesi, fatte di uomini e di donne, magari scambianti per “diritti” le pulsioni vitali, quelle del ventre e dell’utile?
    So che il logos ( che troppo generosamente accredita agli “uomini”) è parola retorica che si deve usare con molta parsimonia. Questo però sarebbe servito, a uomini e donne indifferentemente, per evitare la confusione di vedere, in un solo fatto aberrante, due spiegazioni “cattive” e una “buona” al massimo grado. Due donne che scambiano l’utero per fare un figlio (con contratto di affitto a pagamento, per “produzione” e “fornitura” del prodotto), non mi pare pensino particolarmente al figlio. E non raddoppiano l’amore perché “essendo in due” fanno “due amori.” Forse il logos avrebbe aiutato a capire che l’amore non è un fatto “quantitativo” che più si è e più se ne dà.
    Questa volta i “soliti” uomini che intervengono a guastare le cose non mi pare che abbiano molto a che fare. Perché le due signore hanno già provveduto a guastarle, autonomamente, da par loro.

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