LA COMUNIDAD

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia “aperta”. In casa si stava poco, i confini con l’esterno erano molto labili, e andava bene così. Forse per questo sono sensibile a un tema poco discusso, che chiamerei “estinzione della comunità naturale”: non sono una sociologa, e le cose le dirò come posso.
Si parla molto di individuo, con tutto il suo corredo di diritti e solitudini; e di famiglia “in crisi” –famiglia e crisi sono termini che viaggiano in coppia-, bisognosa di sostegno. Quasi mai si parla della comunità del posto in cui si vive, che sta alla famiglia come il nucleo familiare sta al singolo, e dunque per le famiglie costituisce il primo e più arioso sostegno.
Una cosa che l’ha fatta indebolire probabilmente è il fatto che i luoghi di lavoro sono quasi sempre lontani da casa. La gente se ne va la mattina e torna la sera per vedere un po’ di tv e per dormire, attività spesso coincidenti. Il sabato la spesa, il week end fuori per chi può permetterselo. I posti dove si vive sono gusci vuoti, brutti come sono esemplarmente brutte le nostre periferie, proprio perché vuote di relazioni e quindi di amore e di bellezza. Il fatto che anche le donne si siano messe a lavorare abbandonando i posti di vita ha dato il colpo definitivo. Deboli surrogati, le comunità che si creano sul lavoro, o legate alla scuola dei figli, o alla palestra, o a non so cosa.
Mi stupisce molto che non se ne parli, perché un sostegno alle comunità –non saprei bene come- risolverebbe in un colpo vari problemi: si ricreerebbe un welfare spontaneo, darsi una mano tra famiglie per tante cose, dalla spesa all’assistenza di chi ne ha bisogno; questo “terzo polo” garantirebbe l’individuo contro la perversione delle relazioni nel suo nucleo stretto, e di rapporti familiari perversi e ammalanti ne vedo sempre di più; ci sarebbe meno andirivieni avanti e indietro dai propri quartieri, e quindi meno macchine, meno traffico, meno inquinamento; i quartieri anche periferici sarebbero più belli e vivibili. Forse l’aumento del lavoro autonomo, del telelavoro e delle cosiddette microimprese individuali, gente che lavora in solitudine tra le sue quattro mura, casa e bottega, riporterà il tema della comunità al centro dell’attenzione.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

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