UNA PERSONA BUONA

Se proprio qualcuno mi costringesse a comporre il mio epitaffio, mi piacerebbe:“Qui riposa una persona buona”. Non lo sono abbastanza da meritarlo, di sicuro. Ho un impatto ambientale piuttosto aspro, e ci vuole uno sguardo amoroso e attento per cogliere quel poco di bontà di cui dispongo. Il fatto è che, come raccontavo a un’amica, da ragazzina mi entusiasmavo per una mente folgorante, per un’intelligenza fulminea, per il triplo salto mortale di un motto di spirito, tutte qualità sotto il segno di Mercurio che, intendiamoci, apprezzo ancora molto. Oggi però quello che mi colpisce, il modello a cui tendere è diventato un altro. Crescendo mi pare di aver capito questo: che il senso della nostra vita, per quel poco che ci è dato di intendere, ha a che vedere con il nutrirsi l’uno con l’altro, con il darsi del bene e da mangiare l’un l’altro (perché sia proprio questo, il senso della vita, io non lo so). Che il carisma misterioso di Gesù –sono un’ammiratrice di Gesù, a prescindere dal fatto di essere cristiana o meno- sta nel fatto di essersi dato lui stesso in pasto agli altri. Più di così non si può. Le persone migliori che ho conosciuto non sono le menti folgoranti, ma quelle che si danno al numero maggiore di altri, il cui generoso raggio si estende oltre i confini angusti del proprio io e annessi, familiari e amici, che sanno vedere anche l’altro più altro e lontano, o addirittura il nemico (“Ama il tuo nemico” è uno dei più scandalosi precetti evangelici) e dargli qualcosa di sé, nutrirlo con qualcosa di sé. La Chiesa li chiama santi, io da laica direi che sono gli individui superiori della nostra specie, quelli in cui l’umanità si esprime al meglio, i veri Superuomini (e Superdonne). Raramente si trovano fra i più ricchi, ma è anche possibile. Talora hanno anche cultura e una mente vivace, ma non è detto. Spesso sono anche antipatici. Con un po’ di pratica dello sguardo, questi angeli si impara a vederli.
E se mai riuscissi a conquistarmi l’epitaffio –non succederà- e qualcuno leggendolo pensasse che lì giace una cogliona, sinonimo corrente di buona, beh, pazienza. Ce ne faremo una ragione.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)

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Una Risposta

  1. IL timore espresso nella sua chiusa, mi rammenta quel che ricordava il Belli in un sonetto, che “a Roma tre vorte bbono vò ddì fregnone”. Ma non è questo il caso del suo articolo, né questo può essere il suo timore. Le persone che lei ci indica, sono coloro che eccelsero nel bene, cioè nella vera moralità, che è coscienza della nostra realtà di individui-relazioni. Moralità e libertà sono concepibili solo in relazione con gli altri individui. E poiché questo statuto della persona umana -la coscienza di essere relazione e del bene – è un cardine della rivoluzione morale che il Cristianesimo fece nella storia, giustamente la Chiesa chiama “santi” coloro che primeggiarono nel bene operoso, per indicarceli ad esempio di ciò che lei stessa dice. E di converso, pone tra i peccati capitali, l’accidia: l’incapacità di operosità nel bene.
    Penso che ciò prescinda dall’essere laici o no.

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