UNA RISERVA INDIANA

Ho incontrato un gruppo di lettrici ticinesi che mi hanno invitato per una piacevole conversazione in una bella villa tra i monti di Melano, dalle parti di Lugano. Un’ala della villa ospita un ricco archivio –letteratura e saggistica femminile- ed è arredata come una confortevole residenza di famiglia, le tazze di porcellana sul tavolo ottocentesco, una piccola galleria con ritratti di signora lungo la scala che sale al primo piano, teche con sussidiari scolastici scritti da valorose maestre primi Novecento, pizzi, ricami e imparaticci incorniciati alle pareti. E la presidente dell’associazione che aveva provveduto personalmente a una squisita crostata di mele e nocciole.
La prima cosa che ho detto alle mie ospiti è stata che, senza offesa, mi pareva di essere in una riserva indiana, in una di quelle mostre sugli Irochesi o sugli Algonchini dove si espongono ninnoli e testimonianze di culture ormai del tutto estinte. Le donne come qualcosa di folk. Come se uno dei due sessi avesse conquistato e depredato il territorio dell’altro, riducendolo in schiavitù e condannandolo all’alternativa omologazione-o-morte, salvo permettergli di esporsi in piccoli musei. Pare che il maschio occidentale non abbia mai avuto in grande simpatia la varietà, la pluralità e la differenza, mosso dall’imperativo della riduzione del tutto all’uno, e a uno preciso a lui. Uno –e una- che se vuole essere libero di esistere deve imparare a vederla come lui, a guardare il mondo come lo guarda lui e a fargli quello che gli fa lui, a percepire lo spazio e il tempo come li percepisce lui (e di conseguenza a lavorare, a fare politica e tutto il resto come lui). A essere libero come lui.
Le signore hanno sorriso, e la spinosa questione che si è posta è se allora quelle donne che vivevano le loro giornate accanto al focolare, chine sui loro lavori di cucito o tutte prese con i bambini fossero per caso più libere di quanto lo siamo noi. Mettiamola così: che lì c’erano tracce di una libertà che ancora non si sa bene com’è.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)

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