Donne di Gomorra

Tanti avranno già visto il potente “Gomorra”, di Matteo Garrone-Roberto Saviano: le sale strapiene da subito, un milione di incassi già il primo week end. Sarete rimasti soggiogati dal fascino oscuro di quell’apocalisse: l’eco dei kalashnikov nelle spiagge desolate, le maestose “Vele” di Scampia, la cava, la danza solenne dei camion carichi di rifiuti tossici. Tutti quei bambini perduti, e tutto quel sangue. Gironi di un inferno fotografato una volta per tutte.
Forse anche voi vi sarete chiesti a che cosa serve tutto quell’immondo business, la guerra, le mazzette ossessivamente contate e ricontate, se poi la vita di chi ne tiene le fila resta lo schifo di vita che abbiamo visto. Se la miseria, il fetore, il lezzo del sangue gli restano incollati addosso, senza scampo: tutti quei soldi, quel potere, e per che cosa, se non per tirarsi fuori di lì? E Bernardo Provenzano, del resto, il boss dei boss, non viveva forse come una capra, solo e malandato, lui e il suo potere, in compagnia della morte? Basterebbe Shakespeare a raccontarlo?
Quel che è certo, quel “sistema” è un’invenzione degli uomini. Come tutti i sistemi di questo mondo, del resto. Un gioco tra maschi, e le donne pegni in partita, chiuse in casa, vittime e mute aguzzine. Sempre più spesso incluse e scaraventate in prima linea –emancipate-, e allora anche più feroci, come tutte le cooptate. Pazienti mediatrici del male, garanti silenziose della continuità di quell’orrore, di padre in figlio, di marito in fratello, testimoni del sangue, addestratrici di altre donne vittime e aguzzine come loro: vero capolavoro di autosessismo.
Non basterebbe, dico –e sarebbe un mutamento immane, ma anche istantaneo, perché iscritto nel registro del simbolico, e il simbolico non ha bisogno di tanto tempo-, che queste donne si sottraessero? Che voltassero le spalle ai padri e ai fratelli, che rifiutassero il training delle madri, che abbandonassero i mariti e ripudiassero i figli, che riprendessero nelle loro mani i fili delle loro esistenze? Non sarebbe un duro colpo, per il “sistema”?
Perché una donna vede “Gomorra” e si dice: che cosa posso fare, io? Ecco, per esempio può fare questo, e dire ad altre donne di farlo, dare loro una mano a farlo. Sottrarsi.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 31 maggio 2008)

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2 Risposte

  1. Ma a nessuno mai è venuto in mente che le donne non sono “marziani” calati per caso nel mondo e viventi una vita propria e diversa? E che, forse, quelle donne di Gomorra condividono la cultura alla quale appartengono e appartengono i loro uomini?
    Si è anche saputo che, talora, mogli di boss defunti o imprigionati, hanno preso le redini dell’organizzazione con vigore, e l’hanno diretta con pari determinazione e scopi. Insomma, non sono tanto “convinto” che le donne siano mitici ircocervi le cui azioni siano sempre eterodirette. Cioè, che non contino niente, nel bene e nel male. Anche se questa non è l’intenzione, è ciò che consequenzialmente si deduce da tali rappresentazioni ideologiche.

  2. Beh a dire il vero, le donne nelle organizzazioni criminali hanno avuto, storicamente, un ruolo molto più importante di quanto comunemente si tenda a pensare. In ogni caso, la scelta della crminalità viene fatta per avere qualche tornaconto e credimi, il crimine purtroppo paga. Soprattutto se commesso ad alti livelli,
    Ci occupiamo di cinema, ci trovi su http://controreazioni.wordpress.com/

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