Il meglio del Sud

C’è una storia che riguarda la psicoterapeuta napoletana Elvira Reale, trent’anni di esperienza sulle psicopatologie di genere. Vorrei raccontarvela per arrivare poi a dire qualcosa su Napoli. Un giorno le sottopongono il caso di una giovane donna gravemente depressa: non regge più i tira-e-molla del suo fidanzato, pensa solo al suicidio. La ragazza è chiusa nella sua angoscia, muta, si dondola avanti e indietro. Sarebbe da ricoverare. Ma Elvira fa un tentativo: “Tu non parli” le dice“ ma puoi ascoltarmi. Ti chiedo tre mesi, non di più. Rimanda fino ad allora, e poi decidi. A suicidarti fai sempre in tempo”. Poi prende il fidanzato-aguzzino e gli intima di levarsi di torno. La ragazza è ancora al mondo. Elvira ha saputo accompagnarla fuori dal suo buio. Solo con le parole, senza ricovero, senza farmaci.
Di questa storia, oltre al lieto fine, mi sono piaciute tre cose: l’assunzione di responsabilità, anche se le cose potevano finire male, ed è raro che un terapeuta sia disponibile a correre un rischio del genere; quel pragmatismo femminile, quello “sporcarsi le mani” mettendosi in mezzo, senza tante storie, tra la vittima e il suo carnefice; e soprattutto la profonda fiducia nella relazione, senza la quale la vita non è vita, si rischia di morire, e vale per tutti, non soltanto per chi è depresso.

Mi viene in mente un grande scrittore napoletano, Domenico Rea: lui diceva che qui a Milano parlavamo tutti “o scientifico, o inglese”. Se n’è andato un po’ di anni fa. La lingua che parliamo ormai è quasi solo quella. Con la sua paziente Elvira Reale non ha parlato né scientifico né inglese. Ha scelto la lingua materna, l’autorità che risana, il corpo-a-corpo della relazione primissima.

In questi giorni a Napoli è in corso un grande Festival del Teatro. Penso a quanta gente di valore vive lì, a quanta intelligenza vi circoli: e credo che il nerbo stia proprio in questo talento per la relazione, talento che resiste, sia pure in tanto strazio. Lo dico soprattutto ai più giovani: non si facciano l’idea che lì c’è solo immondizia. Quello che di lì potrebbe venirci, insieme a questo peggio, è anche il nostro meglio.

(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera” il 14 giugno 2008)

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