Non è un paese per madri

Rproduco qui su richiesta di una gentile amica un articolo sul lavoro femminile, pubblicato qualche settimana fa su “Io donna”-“Corriere della Sera”. Chiedo scusa ai disinteressati. Domani un bilancio del dibattitino sugli uomini.

Guai a chi tocca il lavoro delle donne! E non per fare un piacere a loro. E’ il sistema Paese ad averne bisogno. Le donne sono così scolarizzate, efficienti, capaci… Ciò che fa ostacolo alla valorizzazione di questa risorsa fa ostacolo allo sviluppo tout court. Fa un certo effetto sentire illustri economisti maschi ed esponenti di Confindustria parlare di conciliazione, di asili nido, di quote. “Sono cose che dicevamo vent’anni fa…” commenta una pioniera, quasi amareggiata di avere avuto ragione. Ma se è vero, come valuta il professor Maurizio Ferrera, esperto di welfare e autore di “Il fattore D- Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia”, che 100 donne occupate in più non solo non “rubano” spazio agli uomini ma creano un indotto (servizi, etc.) valutabile in +15 posti, facendo lievitare torta dell’occupazione e consumi; se è vero che +100 mila donne al lavoro equivalgono a un +0.28 del Pil, si capisce perché questione è ai primi posti nell’agenda degli imprenditori. Chi fa impresa non fa astratte questioni di genere: il problema, molto concreto, è il profitto.
“Priorità-Paese” per Confindustria, dove le donne (Emma Marcegaglia, Annamaria Artoni, Federica Guidi, per dirne alcune) non a caso tengono il pallino, il lavoro femminile non sembra invece fra le prime preoccupazioni della politica, saldamente in mano agli uomini. Uno dei primi provvedimenti, lo sconto fiscale sugli straordinari, non è certo ad hoc per le lavoratrici: il “lusso” degli straordinari è maschile, le donne li fanno a casa. E gratis. Non li possono, ma nemmeno li vogliono fare, disponibili anche a rinunciare a una fetta di stipendio pur di guadagnare tempo per la vita, l’amore, i figli. Fattore T: tutte le criticità, per le donne, hanno a che fare con il tempo.
Ma vediamo che cos’ha in mente il governo sulla questione. Mara Carfagna, ministra per le Pari Opportunità, è troppo presa a litigare con i gay e al momento non ha nulla da dire. Mariastella Gelmini, sua collega alla Pubblica Istruzione, intervenendo a un convegno sul Fattore D organizzato dal “Corriere della Sera”, spiega che “le leve sono due, quella fiscale e quella del merito: e la meritocrazia premia le donne. E poi servizi con orari flessibili, e una banca del tempo, da cui la donna possa “prelevare” ore se ne ha bisogno, per restituirle quand’è meno pressata”. Donne e famiglia nelle politiche governative fanno un tutt’uno. Il governo-ombra invece separa le questioni: “Pensiamo a misure transitorie di defiscalizzazione” dice Barbara Pollastrini, ministra uscente alle Pari Opportunità “non solo per le imprese che assumono donne, ma anche per le lavoratrici. E poi flessibilità negli orari lavorativi e dei servizi”.
Vent’anni che se ne parla, diceva la pioniera. E sempre a vuoto. Nel frattempo nel mondo del lavoro è successo di tutto. E buona parte del tutto ha a che fare con le donne, un’“invasione” che ha fatto irrompere la vita nel lavoro. Con le loro sofisticate strategie di sopravvivenza in una realtà a misura duramente maschile. Una rivoluzione che autorizza alcuni, come Sergio Bologna, studioso del lavoro da sempre, a parlare del “lavoro femminile come lavoro tout court” e non più “eccezione” alla regola di un lavoro maschile.
Le donne sanno più di tutti che cos’è il lavoro, quello per la produzione e quello per la riproduzione: se sono una risorsa è anche per questo preziosissimo doppio sapere. Sono loro le protagoniste del postfordismo e dei cambiamenti più tumultuosi. Ma il modo in cui sono costrette a lavorare resta quello degli uomini, una parità dolorosa e obbligatoria.
“La vera grande fatica” dice Gabriella Zanardo, imprenditrice intervenuta al convegno del “Corriere” “è adeguarsi a un modello che non è il nostro”. E’ anche per questo che il numero delle dirigenti resta basso. Lo conferma Anna Maria Artoni, presidente degli industriali dell’Emilia Romagna: “In Italia c’è un’incredibile crescita di imprese femminili: siamo tra i primi al mondo!”. Le donne salgono negli organigrammi aziendali per guadagnare una più agevole via di fuga: imprese autonome, percorsi lavorativi non standardizzati. Perché lì possono organizzarsi a modo loro. Il problema è trattenerle, più che sostenerle. Dice ancora Artoni: “Quello che serve non sono tutele. La chiave è il tempo, le chance sono lì: ormai anche nell’industria manifatturiera si possono flessibilizzare gli orari”. E perché non si fa? Perché il tabù resiste?
Quello che fa ostacolo alla valorizzazione della risorsa D è la detenzione dei corpi, è la rigidità degli orari, sono le perdite di tempo (Dio! Le riunioni!), l’organizzazione di tipo militare, le truppe sempre schierate, magari a non fare nulla. Anche tanti uomini non ne possono più. Siano benedetti asili e servizi, anche se il carico familiare può essere solo alleggerito, mai eliminato. Ma le vere soluzioni stanno altrove.
“Le donne mirano all’organizzazione del lavoro” dice Lia Cigarini della Libreria delle Donne di Milano. La Libreria ha posto il tema al centro della sua riflessione, e dedica al lavoro un inserto del periodico “Via Dogana”, in uscita in questi giorni. In questione è una ridefinizione del lavoro umano. E la chiave principale è una diversa concezione del  tempo. Ma c’è qualcuno che sia davvero disposto ad ascoltare il Fattore D, quando parla? Per dire, ad esempio, che il problema non è semplicemente dove piazzare i figli. Le giovani donne non sono più disposte a perdersi le prime parole e i primi passi dei loro bambini. “Perché invece di alleggerire il carico familiare delle madri non si pensa mai ad alleggerire quello lavorativo?” ci scrive una lettrice. “Perché invece di investire nei nidi non si prolunga il congedo parentale? Perché non si pensa al part-time e non si incentiva il telelavoro?”. Più che il carico familiare, il vincolo è l’incapacità organizzativa dei datori di lavoro.
In “Il doppio sì – Lavoro e maternità”, saggio in uscita sempre a cura del Gruppo lavoro della Libreria delle Donne di Milano, si spiega che il conflitto sessuale dall’ambito della coppia sembra spostarsi in quello lavorativo, tra il modo maschile e quello femminile di intendere il lavoro. Le donne del “doppio sì” non vogliono dover scegliere, il loro equilibrio sta nell’et-et, lavoro e maternità. Il libro parte dall’ascolto di quello che le donne hanno da dire, con particolare riguardo alla questione del tempo. E racconta tra l’altro esperienze di “part time di qualità”: donne che sono riuscite a garantire un’alta qualità del lavoro pur riducendo il proprio orario, puntando “più sul lavorare bene che sul potere e sul presidio fisico della postazione”.
La politica è disposta a tener conto di questi racconti, di queste esperienze, di queste invenzioni? Anche se, c’è da scommetterci, le cose che contano capiteranno nella vita reale, nelle pratiche concrete, non in quella politica. Tanto per cambiare.

MARINA TERRAGNI

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4 Risposte

  1. et-et: non è ancora una scelta di campo degna di rispetto la richiesta di part-time.
    Spesso è sinonimo di incarico più umile, secondario, con il placet delle colleghe e l’antico cobra dell’invidia femminile. In questo caso rivolta alla possibilità del tempo-amore-figli.

  2. grazie marina, con le mie richieste di part-time ho ricevuto solo picche dall’azienda, leggere il tuo articolo è per me una sorta di riconoscimento del fatto che il mio personale bisogno rientra in un discorso politico più generale.

  3. […] Ciao Ale, ti invio qualcosa di interessante da leggere, quando hai tempo, si intitola “non è un paese per madri”: https://terragni.wordpress.com/2008/06/25/non-e-un-paese-per-madri/ […]

  4. Fattore T… mi vien da piangere. ma perché la società non riesce a recepire un concetto così drammaticamente semplice?

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