DARE UNA MANO AGLI UOMINI

Buongiorno a tutti! Sugli uomini: Cristiana si domanda “quando inizierà il noi due?”.  E un’altra -o altro- che non trovo più, cito a memoria, si chiede se le donne non possano dare una mano agli uomini, visto come sono messi.

In generale credo che si possa dare una mano a qualcuno solo quando lui stesso: ha riconosciuto di avere un problema; intende capirne la natura; è determinato a risolverlo. Tre condizioni irrinunciabili, che mi pare non si verifichino così facilmente nel caso di quella che grossolanamente definiamo la “crisi maschile”. Diciamo che al momento siamo fermi al primo stadio: ho un problema. Da cui consegue tutta la rabbia e tutto il dolore che vediamo e patiamo, donne e uomini insieme, anche se ciascuno per conto suo. Alla seconda domanda -che problema ho?- spesso gli uomini rispondono: il problema sei tu. Tu con la tua libertà, la tua autonomia -non posso dominarti più- e il fatto che mostri di non avere più bisogno di me, e vuoi tagliarmi fuori dalla tua vita -non sai più essermi madre-. Siamo incistati e incistate qui, mi pare.

Ma sempre sul dare una mano: anche nei rari casi in cui la domanda di aiuto viene espressa, io ci andrei molto piano. Il territorio maschile non può essere invaso. Non possono essere le donne a dire che cos’è un uomo, e che cosa diventa, privato di quello che è sempre stato il nucleo forte della sua identità, il dominio sulle donne. Le donne possono solo dire sempre meglio che cos’è una donna, praticare intensamente la propria differenza femminile. E’ solo così che la differenza maschile può delinearsi, prendendo il posto di quell’assoluto che l’uomo ha sempre ritenuto di essere.

P.S. Un pensierino sulla maturità: è sempre stata materia di brutti sogni ricorrenti, Andreina. Tocca qualcosa di molto profondo, a quanto pare. Anche se è vero: a cinquant’anni, uno si meriterebbe di fare incubi su qualcos’altro. E invece continuiamo a covare (in-cubare) quella terribile iniziazione, senza che ne nasca finalmente qualcosa di nuovo.

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3 Risposte

  1. Punto primo: a me il ‘dominio sulle donne’ che ci sarebbe stato fino a poco tempo fa non convince per niente. La situazione è sempre stata alquanto fluida e spesso assai distante dal contesto normativo che, sulla carta, prevedeva appunto l’inferiorità giuridica e morale della donna. Ma quando c’è bisogno di metterlo per iscritto, c’è bisogno anche di farlo. E per fortuna adesso nessuno lo scrive più, né pensa di farlo. Non siamo alla parità, ma alla parità d’intenti, che è già molto.

    Punto secondo: gli uomini, che io sappia, si stancano di sentirsi stanchi e cercano quasi sempre l’intenso. Le donne anche, ma nella stanchezza a volte ci sguazzano compiaciutamente, un po’ sireneggiando, un po’ ignorando il mondo. E tendono ad aspettarsi l’intenso dal maschio, che se non arriva, le delude; e allora ciao caro, puoi anche sparire, preferisco sentirmi stanca.

  2. Posso scrivere una cosa molto semplice (non vorrei che sembrasse banale…)?
    Pochi giorni fa io e mia moglie abbiamo fatto trent’anni di matrimonio insieme.
    Dopo otto anni di fidanzamento.
    Con due figli, oggi di ventidue e ventinove anni.
    Io la amo, oggi, più di quanto l’amassi trentotto anni fa.
    Non abbiamo dovuto ricorrere a compromessi al ribasso per continuare a stare insieme, a godere e a soffrire delle stesse cose.
    In un rapporto trasparente e maturo basato sul riconoscimento, appunto, delle differenze in quanto ricchezza e non barriera.
    Poi, certo, qualche amico malalingua dice che la cosa è andata così grazie a lei.
    Ma si sa come sono fatti gli amici…
    P.S.
    Le donne mi piacciono.
    Molto.
    Ma io non l’ho mai tradita e, soprattutto, non ne ho mai sentito il bisogno. E’ grave? Sono malato?

  3. Il dubbio di Giulio sulla consistenza del “dominio sulle donne” mi pare fondato. Ma il tema è incombente perché è una delle grandi proiezioni ideologiche della nostra età. Ci sono due modi per conoscere: quello “riduzionista” e quello della “complessità”. Il primo tenta di “ridurre” la realtà a schemi empirici e intellettualistici. La scienza classica con i suoi modelli; certo illuminismo con i suoi sullo Stato e sulla società; certo sociologismo classificante. Poi c’è il pensiero della “complessità”, quello che guarda l’accadimento storico concreto, le vere relazioni e i mutamenti di esse. Anche la migliore epistemologia moderna guarda come “vivente” il mondo che la scienza claasica ci rende immoto. Penso, che solo la complessità sia il metodo vero, perché è quello “della realtà”. E, aimè, tutte le ideologie, la confezione di modelli, anche il “dominio sulla donna” per i secoli e i secoli a ritroso piatti, unici come un sol blocco temporale, senza relatività, né specificità, appartengono al “riduzionismo”. Non a caso è maneggiato come un modello rigido, senza snodi storici, un fondale piatto senza storia e senza vita.

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