CORPI ASIMMETRICI

Leggo sul “Sunday Telegraph” che da qualche tempo in qua le foto di modelle e attrici vengono ritoccate “al rialzo”: a Keira Knightley, nella locandina per “King Arthur”, una ripulita alle occhiaie e il seno aumentato di un paio di taglie. C’è anche un’immagine di Cameron Diaz prima e dopo la “cura”: braccia più tonde, via quella cresta iliaca che buca i jeans, guancia meno incavata. Meglio così. Digitate “anorexia” su Youtube, guardatevi i filmati di certe sfilate con casting a Bergen-Belsen. Vertebre in rilievo, gambe da uccello: perché nessuna tra le giornaliste di moda presenti è salita in passerella per gridare all’orrore?
Intanto anche in Svezia, Eden della parità, si sta cedendo alla pubblicità sessualmente scorretta, quella che utilizza nudi o semi-nudi di donne per vendere prodotti –un’automobile, una birra- che con le donne nude o vestite non c’entrano niente.
A quanto pare intorno al corpo femminile gira un sacco di roba, business eccetera. Che cosa si va cercando, lì? Il più delle volte, suppongo, una frettolosa scarica onanistica. Cosa che non mi scandalizza più di tanto: ci vedo una specie di stralunata cerimonia maschile, l’ossessivo ritorno a un’origine in cui trovare un po’ di requie, movimento di ritorno in cui risuona un’eco sacra. Ho letto di Jacques Lacan che per un certo periodo ha posseduto la celebre “Origine del mondo” di Courbet, e si dilettava a osservare le espressioni dei suoi ospiti di fronte all’oscenità archetipica.
L’immagine del corpo della donna è per tutti –uomini e donne- l’immagine assoluta. Quel corpo come luogo a cui tornare ciclicamente per una ri-creazione. Qualcosa che le donne possono contemplare e ritrovare in loro stesse, se lo vogliono –tante non lo vogliono e distolgono lo sguardo-, ma che per gli uomini resterà per sempre l’irriducibile altro da possedere, da prendere e continuare a perdere, una lotta che non ha mai fine. L’altrove a cui non si arriva mai. Per gli uomini è il corpo che non hanno, il corpo tout court.
Questo per dire che gridare allo scandalo serve a poco o niente. Si tratta di ben altro. Si tratta del fondamento dell’illusorietà di ogni simmetria paritaria.

(pubblicato su “io donna”- “Corriere della Sera” il 26 luglio 2008)

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7 Risposte

  1. Quando si tratta di questi argomenti, si avverte sempre il rischio di scivolare nella metafisica: l’immagine “assoluta”, il ritorno ciclico per la ri-creazione; l’eterno ripossedere l’altro, che, naturalmente, sarebbe inclinazione maschile. E poiché la metafisica e gli “assoluti”, in quanto indefinibili o definibili a piacimento, facilitano il compito di sistemare le cose come vogliamo, da essi esce che sono sempre “gli uomini” che menano la danza, ossia che fanno “qualcosa”, nel bene e nel male. Spesso più nel secondo, ovviamnte. Siccome, invece, io credo che le donne siano al pari protagoniste della storia, mi domando che fanno esse stesse del proprio corpo e perché se ne vogliono espropiare con questa deplorevole gestione, quali autonome determinazioni siano alla base di ciò. A prescindere dall’eterna volontà di appropriazione degli uomini.
    Forse, le ipotesi di Freud sui diversi esiti a cui giunge il narcisismo nell’uomo e nella donna, sarebbero di aiuto.

  2. Voi mi scuserete ma io continuo a capire molto poco,e quel poco con grande fatica, quello che scrivete.
    Mi direte: è un problema tuo, non ti obbliga nessuno a leggere e, tanto meno, a scrivere, etc.
    Avete ragione ma il problema, a mio parere, resta; e non credo solo per me.
    Einstein diceva: occorre fare tutto il possibile per essere i più semplici possibile, ma non ancora più semplice.
    Ecco, io sono d’accordo al cento per cento.
    E il tema generale del blog mi sembra così importante e centrale nella nostra vita che qualche sforzo “einsteniano” io cercherei di farlo…

  3. Sono io che mi scuso della lamentata oscurità, la colpa della quale, per quel che mi riguarda, sarà sicuramente dipesa soltanto da me. Allora, mettiamola così, volevo dire semplicemente questo: forse, è più utile cercare di capire quali siano le autonome decisioni, tendenze ed esigenze, per cui alcune donne gestiscono, espongono e quindi usano il proprio corpo in questo modo, finanche nella “parioppurtunistica” Svezia. E ciò, indipendentemente dalle attitudini appropriativo-onanistiche maschili.

  4. Mi intrometto nell’interessante discussione per farvi notare che la risposta sta in quel “gestiscono” che è stato opportunamente usato. Le donne molto spesso, contrariamente a noi, non sono quello che fanno, pornodive comprese, puttane comprese. La riflessione sui ruoli e gli atteggiamenti di coraggio rispetto alla vita sarebbe il caso di cominciare a farla noi. Non credete ?

  5. Ma personalmente, penso che non ci siano ruoli come “gabbie” predefinite entro cui ciascuno di noi debba muoversi ineluttabilmente. Se non si è ciò che si fa e che si pensa, non so cosa si possa essere. Pensiero e azione mi paiono in continua circolarità tra di loro. “Gestire” è decidere di usare in un certo modo. Gestire il proprio corpo è gestire sé stessi, la propria persona. Perché alcune donne “decidono” o si acconciano – che è lo stesso – a usare il proprio corpo (cioè sé medesime) per scopi assai mediocri? Non credo che sia questione di coraggio e di ruoli. La vita mi sembra sia “complessità” degli atti e dei pensieri che concretamente si svolgono, e che per questo non patisca la definizione in schemi. Io posso dissentire da molti uomini e consentire con molte donne.

  6. Credi veramente che la questione sia che certe donne si ” gestiscono in modi assai mediocri” ? veramente ?
    Vuoi dire che visto che mi eccito guardando una ragazza seminuda che pubblicizza uno shampoo o che morde voluttuosa un gelato, o qualcos’altro, la questione del dibattere è lei ? Non è la mia visione del mondo bensì la sua, che è degna di critica e di riflessione ?
    Può darsi… ma non stiamo parlando di una realtà simmetrica. Manco per niente. Non qui e non ora.
    Volevo dire solo questo

  7. Io non ho detto “le donne”, ma “alcune donne”, cioè quelle che lo fanno. Penso non sia possibile usare categorie generali, clichés, “uomini”, “donne”, come entità collettive e poi pretendere di farle agire come se fossero individui. Esistono miriadi di uomini e miriadi di donne che agiscono e compiono gli atti concreti della vita e delle relazioni, e mi pare che nessuna classificazione astratta possa essere costituita. Se una donna decide di usare il suo corpo in maniera futile, anche se utile economicamente, è lei che in quel momento ha deciso di attuarsi in quella relazione. A me non interessa giudicare moralisticamente, ma, ora, logicamente. Se ad es. una persona compie un atto riprovevole, non mi pare si possa dire che “però lei è altrove”. Quella persona è riprovevole. Sarebbe molto comodo il contrario: nessuno di noi sarebbe responsabile delle sue azioni. Se io, pur uomo, guardo una donna che si spoglia per niente, non mi scandalizzo “bacchettonamente”, ma mi interrogo sui motivi per cui ella non sa vedere in quel momento altra dignità anche culturale nel suo corpo e nella sua persona. E sicuramente questo pensiero non mi suscita nessuna eccitazione erotica, semmai me la deprime. Perché siamo individui, non categorie generali astratte.

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