VOLEVA UCCIDERSI

Dopo voleva uccidersi, buttandosi in un torrente. Poi ci ha ripensato, ed è andata alla polizia, malconcia, piena di lividi, graffi e morsi a denunciare i suoi stupratori, sette ragazzi perbene, tutti più o meno della sua età, poco più di vent’anni. E perché voleva uccidersi? Semplice: per completare il lavoro dei suoi aggressori.

Si sbaglia a pensare che uno stupro sia un fatto di sesso, e tanto meno di desiderio: un maschio -sette, in questo caso- accecato dalla passione. In uno stupro non c’è desiderio né passione, ma solo violenza. Uno stupro, ha detto qualcuno, è un atto pseudosessuale, in cui si usa il sesso per dire e fare altro.

Quello che conta in uno stupro è annichilire il desiderio della vittima, fare fuori il suo essere desiderante, ridurla all’impotenza, e quindi ucciderla simbolicamente. E non è raro che alla morte simbolica- quella da cui la vittima dovrà saper resuscitare elaborando il “lutto” delle violenze subite- segua una morte reale.

Dopo voleva uccidersi, la ragazza fiorentina stuprata, e invece non l’ha fatto, grazie a Dio. La domanda che conta non è: perché voleva uccidersi? (per completare il lavoro, come abbiamo detto), ma piuttosto: perchè volevano ucciderla?

Perché sette ragazzi possono avere bisogno di uccidere una donna per sentirsi vivi e potenti? Perché non ce lo spiegano loro? Perché non ci aiutano a capire, gli uomini di buona volontà?

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3 Risposte

  1. E per quale motivo sette bastardi dovrebbero spiegarci perchè hanno stuprato una loro amica?
    Per trovare nelle loro parole qualche giustificazione?
    Per sentire i commenti dei loro genitori che ci raccontano che sono così bravi che non farebbero del male a una mosca e che, anzi, quando hanno dei momenti liberi fanno volontariato?
    Non voglio, ovviamente, rispettando il consiglio di Marina di non mettere post lunghi (anche se questo è un discorso molto complesso…), allargare la mia analisi e, quindi, la mia proposta potrà essere letta in modo riduttivo ma, comunque, la faccio.
    A mio parere su certe cose occorre tornare ad un bel “back to basic”: un sano meccanismo premi punizioni.
    Hai stuprato?
    Ci sono le prove?
    Si faccia, allora, qui, dove serve, un bel decreto legge, e si prevedano dieci o quindici anni di carcere, senza sconti e gisutificazioni.
    Poi lo si pubblicizzi con una delle, di solito inutili, Pubblicità Progresso.
    I prossimi ci pensano un po’ di più, statene certi.
    Ma ci pensano prima, non dopo.
    Per le analisi sociologiche il tempo c’è sempre ma basta donne stuprate.

  2. Arriverà il giorno in cui l’uomo smetterà di trattare la donna come una latrina dove scaricare i suoi istinti peggiori?

    Un altro stupro.
    Senza cadavere solo per una fortuita coincidenza.
    Poniamo il caso che la ragazza in questione avesse avuto un’arma con sé, e l’avesse usata ferendo l’aggressore o addirittura uccidendolo, quanti anni di galera avrebbe scontato? E quanti ne sconteranno i violentatori?

    Non riesco a distinguere questi disgraziati di Firenze da tutti quelli che hanno commesso delitti simili, ma distinguo perfettamente quell’odore.
    L’odore della paura.

    La castrazione chimica o pene più severe possono servire perché è giusto che chi sbaglia deve pagare, e che giustizia sia fino in fondo!
    Ma se non riportiamo un po’ di rispetto e dignità e valori tra gli uomini non credo che gli istinti frustrati di questi smetteranno di scaricarsi sui più deboli.

    Quanto vorrei sapere cosa passa nella mente dell’uomo che stupra una donna!
    Che tipo di bestia diventa?
    Che tipo di bestia alberga nel genere maschile?

  3. Si chiede agli uomini di buona volontà di aiutare a capire e ci si domanda “che tipo di bestia” alberghi nell’animo maschile. Ma penso che gli uomini di buona volontà non abbiano risposte diverse da quelle che potrebbero dare le donne di buona volontà. Perché qui mi pare si faccia un errore naturalistico, un’equazione metafisica: poiché gli stupratori sono maschi, essi sapranno spiegare meglio come si possano commettere tali misfatti e quale “bestia” sia in loro. E’ il positivismo di chi vede gli esseri umani programmati come robot. Per parte mia, mi dispiace deludere le richieste: io so trovare dentro di me molti limiti, come tutti sapranno nella propria coscienza. Ma le ragioni per compiere quegli atti no e tanto meno perché “sono maschio” e depositario di una “bestia”. So, invece, che, in quanto esseri umani, la bestia è in agguato in tutti noi, la possibilità di fare il male. Per quanto mi riguarda, posso dire che non riesco nemmeno a comprendere, anche con il più grande sforzo di empatia, come si possa “tecnicamente” e “meccanicamente” essere in grado di violentare, oltretutto in gruppo, una signora non consenziente e non condividente anche il solo “sesso” che è pur sempre una relazione umana necessitosa di reciproca disposizione e intesa. Allora, mi limiterò a dire quello che so: che è vero che lo stupro non ha nulla a che fare col sesso e tanto meno con l’amore; e che è giusto il richiamo al rigoroso giudizio e agli anni di galera che esso comporterà, una volta provata e giudicata la colpa. Un modo di giustizia che ci dà la “legge di Creonte”, per consentire un’auspicabile “meditazione” ed espiazione del male belluino perpetrato, con la privazione della libertà. La quale è la sanzione e la punizione peggiore per una persona libera, la cui gravità non riusciamo a comprendere da liberi. La castrazione chimica è solo un dubbio esorcismo, un nostro pur comprensibile sfogo.

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