IL BENE HA BISOGNO DI NOI

Il mio maestro di yoga è un uomo molto positivo e cerca di parlare di cose buone appena può. Un giorno, finita la lezione, si mette a dire bene della medicina, dei suoi progressi, del fatto che certe patologie, fino a poco tempo fa mortali, sono sempre più curabili, e di quella vecchietta sua allieva che poco dopo la sostituzione della testa del femore è già in piedi e si muove agevolmente.
Un paio di ragazze, le gambe ancora incrociate nel “loto”, protestano vivacemente: “Non sempre le cose vanno così”. “Potrei raccontarti storie ben diverse”. Certo. Potrei raccontarle anch’io, violando la mia privacy. Di quella volta che nessuno seppe per lungo tempo diagnosticarmi un serissimo problema ginecologico, ed è quasi un miracolo che io abbia potuto avere un bambino. Di quell’altra che a causa di un banalissimo intervento, la rimozione di una neoformazione benigna al collo, per l’imperizia del chirurgo ci ho rimesso una spalla, che da allora soffre di dolori cronici e non ha più ripreso la sua mobilità.
E invece mi viene da raccontare dell’incontro successivo con un ginecologo che mi ha salvato la capacità riproduttiva, oltre alla pelle. E del fatto che con la pratica costante di alcuni esercizi la mia spalla si muove e fa meno male di un tempo.
Dire il bene è farlo essere, dargli spazio e toglierne al male, farlo dilagare e contagiare quello che c’è intorno. Ma al bene si fa una grande resistenza, come per non dargli soddisfazione. E’ la “magica forza del negativo”, per rubare il titolo a un libro a firma delle filosofe di “Diotima”, che rende bene l’idea. E’ la trappola della critica, scambiata come l’unica possibilità di esercizio della libertà: e certo può esserlo, ma non sempre, comunque e in via esclusiva, portando vias spazio al resto.
Dire bene oggi può essere uno scandalo, nel senso etimologico di intoppo, inciampo, nel senso di qualcosa che ci impedisce di continuare nel nostro percorso di distruzione. Può scatenare rabbia e senso di impotenza. Mentre, a ben guardare, un potere più grande non c’è.

(pubblicato su “Io donna” – “Corriere della Sera”  il 2 agosto 2008)

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9 Risposte

  1. Dopo aver letto l’articolo mi chiedo: ” Alla fine chi vincerà: il bene o il male?” La prima risposta è il male, ma per motivi di antica educazione continuerò a credere in ciò che è buono e giusto pur considerandomi come l’ultimo dei Moicani. Vana sarà la lodevole funzione della Chiesa e delle Religioni contro il male perchè niente riuscirà a spuntarla contro l’egoismo umano.

  2. Ma il bene e il male, la vita, la storia, non sono un processo che ha termine per cui ci si possa domandare “alla fine” chi vincerà. Però, è vero che il dire e il fare il bene è il continuo superamento del male che è nelle nostre facoltà e nostra imperfezione. Il bene, invero, conta e ci ha fatto nei secoli migliori o almeno sensibili a ciò che un tempo facevamo con più feroce animo. Oggi, ad es., ci fa orrore la tortura. Ma per un giudice di due secoli fa, essa era ancora un normale mezzo di procedura penale. Finché la più affinata sensibilità civile e degli animi, i diritti degli uomini e la Rèvolution ne dercretarono la fine. E così per molti altri esempi. Non è bene, questo? E’ il bene che effettualmente si può fare, sempre in lotta
    con il limite del male che si ripropone nuovo o può riemergere e squassare anche le più munite civiltà. Conviene sempre lottare, dire e fare il bene.

  3. A differenza del male, molto più immediato nel manifestarsi, il bene ha un costo immane in termine di sforzo e – soprattutto – di tempo.

    In periodi in cui il tempo è desolatamente monetizzato, è molto più facile fare prevalere l’aridità, il disinteresse, la malevolenza. Eppure, nulla ci ripaga più del bene fatto, tanto nella piccola gestualità del quotidiano, quanto in opere forse più impegnative.

    Un insegnamento ? Il protagonista di “Yakety Axe”, lo squinternato suonatore di strada per cui il “Money don’t matter as long as I scatter a little bit of happiness around” ne era una ragione di vita.

  4. Non sono più ben disposto a credere ad un felice finale della favola della vita. Non è il male in se stesso che fa paura, ma l’uomo che tenta di mascherare sotto varie forme di ipocrisia culturale la sua vera natura. Le ingiustizie di oggi sono ben più dolorose del male e delle torture fisiche di ieri. Ogni società ne mostra nuove e diverse. Ne cito una: la precarietà dei giovani costretti a mendicare giorno per giorno l’elementare diritto di sopravvivenza. Questa società di cui noi siamo responsabili toglie certezza e sicurezza al futuro. La speranza è stata legata al palo dell’indifferenza e dell’opportunismo. In questo penoso scenario ha poco merito la pratica del buonismo.

  5. E’ proprio la parola “bene” che fa impressione, magari a causa della magica forza del negativo, ma pure perchè — dalle nostre parti — il confine tra ri-conoscere che c’è (anche) il bene e la propaganda è sempre un po’ troppo incerto.

    Però, capisco (credo) quello che dici…
    Anni fa, Laura Balbo (con altre, soprattutto) aveva inventato un Almanacco annuale (una specie di contro-censis, o istat): si chiamava Friendly e lo pubblicava Anabasi.
    Di solito io uso ancora quella parola per dire di cose che vanno … bene. Mi fa meno impressione… Ma mi è ri-ritornato in mente leggendo il tuo pezzo di sabato.

    Per completezza, però, va pure detto che l’iniziativa è finita dopo un paio di anni (credo). Eppure non erano tempi così cupi ( 1993 e 1994).
    Anche se, nelle (poche) tracce della cosa in rete, qualche scheda bibliotecaria dice ancora come per le riviste 1993-

    anche: meravigliosa idea quella del blog

  6. […] E informazione, anche. Però per una volta proverei a vedere soprattutto il bene, seguendo l’ipotesi di Marina Terragni e sperando che davvero dire il bene “oggi può essere uno scandalo, nel senso etimologico di […]

  7. Ma c’è un “finale” nella favola della vita? E la felicità è uno stato che possa attingersi una volta per tutte o invece la condizione transitoria di un bene coseguito a cui seguirà altra opera contro il male che in noi può riproporsi? Gli uomini vivono sempre i loro tempi come i più terribili, e per questo trafigurano il passato talora collocandovi età dell’oro. Ma non sono mai esistite le età dell’oro. Se le ingiustizie di oggi siano più dolorose di quelle del passato sarebbe interessante domandarlo agli uomini del passato. Sicuramente quelli avranno pensato ai loro tempi come ai peggiori e rimandato indietro la mitica età dell’oro. Come facciamo noi.

  8. Io quando il bene non lo vedo chiudo gli occhi e ne cerco il profumo e lo sento sempre. Li riapro e lo vedo: non avevo cercato bene, cercavo il bene che penso io, che dico io, che faccio io invece c’è tanto bene nascosto negli altri devo solo essere un po’più umile per vederlo e farne tesoro. Buone vacanze.Eli Galli

  9. Il male dell’uomo (egoismo) è un morbo che il bene non sa curare. Il buonismo è soltanto un vano palliativo. La vera medicina è l’amore. Parola questa che però rimane solo scritta sui vocabolari e nei Vangeli. Non nel cuore degli uomini.

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