FIORI DI AUSCHWITZ

Dai vostri commenti al mio post mi pare di poter dedurre una visione piuttosto romantica del bene, come qualcosa di lontano e astratto a cui tendere senza arrivarci mai davvero. Ma io intendevo dire invece che il bene è sempre qui, insieme al male, in ogni istante, e che gli si deve fare largo, tendendo tutti i sensi per scovarlo e attivando tutte le nostre risorse per farlo fiorire. Dentro di noi, prima di tutto, perché possa rampicare dovunque attaccandosi alle nostre relazioni con gli altri e con il mondo. La metafora del rampicante non è per caso e rivolgo ancora il mio pensiero a Etty Hillesum, la mia maestra ragazzina morta tanto presto ad Auschwitz, che del bene parla così:

“Il gelsomino della casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste degli ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose (…) ma dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio”.

Non sentite anche voi la fragranza del gelsomino di Etty, anche se quel profumo sembra non esserci mai stato davvero, o non esserci più? C’è a questo mondo un fiore che profumi più intensamente di quel gelsomino fatto vivere a ogni costo e con caparbia fiducia dentro di sé?

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4 Risposte

  1. Per quanto mi riguarda, ho letto e riletto il mio messaggio e, in fede, non vi ho trovato lontananze romantiche del bene da questa terra. Anche se, probabilmente, mal spiegato, vi si diceva il contrario, che il bene è di questa terra perchè è una nostra “facoltà”, come il male, e mai disgiunto da esso. Il bene non è necessariamente nelle sonanti imprese, ma in quel che facciamo ognora nella quotidianità, proprio perchè bene e male non sono due entità metafisiche ma le possibilità del nostro sentire, pensare e fare. Il bene è sicuramente nella fragranza del gelsomino di Etty, come in Primo Levi che nel mezzo dell’inferno e della concitazione del crollo, si mette a recitare il canto dell’Ulisse dantesco per afferrare l’ultima condizione d’umanità che sfugge tra i gorghi. “Faste non foste a viver come bruti…”

  2. correggo l’errore della mia precaria dattilografia: “Faste non foste” è, ovviamente, “fatti non foste”.

  3. Mi diceva un prete con cui facevo volontariato che il bene non è importante in quantità, anzi forse la quantità lo rende più abituale, meno importante, ma in qualità.
    Sul muro di cinta della casa in montagna c’è un gelsomino, è vero quando è totalmente fiorito è uno spettacolo alla vista e all’olfatto,ma è alla fine della fioritura che si apprezza di più la comparsa del singolo fiore.
    Ci si accorge del profumo e bisogna sforzarsi di andare a cercare il fiore nascosto tra tante foglie da cui proviene quel profumo.
    Così il bene aleggia nella nostre vite; forse il male fa più notizia, ma il profumo del bene anche se di un singolo bene colpisce le nostre narici e ci ricorda della sua esistenza.

  4. Non credo il bene sia astratto e lontano; concordo piuttosto siano la qualità ed il disinteresse a renderlo unico, imperdibile, ovvero una ragione di vita.

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