SENTIRE L’ALTRO

“Credo di avere sempre avuto qualche difficoltà nelle relazioni. Sono una persona solitaria, individualista, anarchica. Ho sempre voluto essere autosufficiente. Ma nel tempo il bisogno degli altri si è fatto sentire di più. I rapporti sono diventati via via più importanti per la mia vita. Bella contraddizione…”.
E’ a partire da sé e dalle sue relazioni, dai fallimenti e dai guadagni, esperienze comuni a molte e a molti, che Laura Boella, docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano e studiosa della maggiori pensatrici del Novecento, da Hannah Arendt a Edith Stein, ha cominciato a pensare filosoficamente all’empatia, misteriosa  capacità di “sentire l’altro”, precondizione di ogni legame affettivo e sociale. Ne è nato un libro, “Sentire l’altro”, a cui è seguito recentemente “Neuroetica – La morale prima della morale” (entrambi Raffaello Cortina Editore).
“Scoperta dell’altro: empatia e immaginazione” è il titolo della conferenza che Laura Boella terrà a Sarzana il prossimo sabato 30 agosto (ore 18.30, Chiostro di San Francesco) nell’ambito del Festival della Mente.
L’altro come limite. Come estraneo. Non-io. Qualcuno di cui avere paura, da tollerare e da cui “smarcarsi”. Ma anche oggetto di un bisogno irriducibile e disperato, sempre più difficile da dire. Quasi un tabù. Com’è che oggi ha tanta fortuna l’idea dell’assoluta indipendenza? Perché l’individuo autonomo è diventato la perfezione dell’essere umano?

“Perché abbiamo voluto dimenticare che veniamo al mondo dipendenti, bisognosi e già in relazione” dice Boella. “C’è una relazionalità originaria, quella tra il nostro corpo e quello della madre. Il soggetto non può pensarsi fuori dalla relazione. La nostra unicità e singolarità ne sono segnate, partono da lì. Ma nella cultura occidentale interdipendenza vuole dire fragilità, vulnerabilità”.

Questa idea di individuo assoluto, sciolto dalle relazioni, è diventata il modello anche per le donne. L’attuale crisi dei rapporti forse dipende anche dal fatto che nemmeno loro testimoniano più a favore di un individuo “relazionale”.

“Le donne hanno imitato l’autonomia maschile pensando che fosse la via maestra per la libertà. Il prezzo che hanno pagato è stato molto alto”.

Che cos’è l’empatia? E’ compassione?

“Viene prima, è la precondizione della compassione. Non posso partecipare alla gioia o al dolore di un altro se prima non ho stabilito un contatto con lui. Ci vuole prima questa capacità di sentirlo, di mettersi al suo posto. Di immaginarsi nel luogo dell’altro. Poi semmai nasce la compassione, ma non obbligatoriamente”.

L’empatia è “fredda”, mentre la compassione è “calda”?

“Non direi. Nell’empatia ci sono momenti sia affettivi sia cognitivi. Al principio di tutto c’è l’incontro tra i corpi. Il mio corpo entra in risonanza immediata con quello dell’altro. Ne leggo i segnali, vedo il suo sguardo cupo o gioioso, ed entro istantaneamente in contatto. Quasi un automatismo, che le neuroscienze hanno spiegato con la recente scoperta dei neuroni-specchio”.

Un meccanismo automatico, animale, probabilmente legato alla sopravvivenza.

“Poi però, a partire da questa prima risonanza, la cosa si complica. Per sentire l’altro mi devo spostare nel luogo in cui lui sta, un luogo che non conosco e che mi può essere estraneo. Qui si mette al lavoro l’immaginazione, che è un’attività della mente. Il che però non significa che sia un’attività astratta e freddamente razionale. Anche l’immaginazione è intrisa di emozione, di passione e di desiderio”.

E come si fa a essere sicuri che l’altro che io immagino empaticamente sia davvero l’altro? Che non si tratti solo una mia proiezione, di una mia idea di lui?

“Se empatia è provare ad andare dove l’altro sta, allora devi fare continuamente i conti con l’estraneità di questo luogo. Non puoi mai smettere di renderti conto del fatto che l’altro ha una pelle e uno sguardo diversi dai tuoi”.

Lei auspica che ci si eserciti all’empatia: come? E soprattutto:  perché dovremmo fare questa fatica?

“Perché siamo perennemente in relazione, ed è bene averlo presente. Anche quando stiamo scrivendo una legge, o svolgendo una ricerca, o progettando qualcosa, siamo in relazione con qualcuno. Queste mirabili attività di oggettivazione dello spirito sono intrecciate e segnate dalle relazioni che le hanno nutrite. Gran parte delle nostre azioni sono relazionali, anche quando crediamo di andare autonomamente per la nostra strada. E’ meglio esserne consapevoli. Nell’amore, per esempio. Tendiamo a vedere tutto bianco o nero: stiamo insieme o no, viviamo insieme o ci lasciamo, funziona o è il fallimento, vinciamo o perdiamo. E invece è tra questi estremi che capita tutto, il territorio della relazione è questo, sta in questo mezzo che a noi appare vuoto”.

Riflettendo sull’empatia lei è approdata alle neuroscienze.

“Il tema dell’empatia oggi è studiato anche dal punto di vista neurobiologico. Si parla di una morale prima della morale, delle basi biologiche dei nostri comportamenti verso l’altro. La neuroetica, disciplina nata da poco, si occupa delle implicazioni morali e sociali delle recenti scoperte sul cervello umano. Scoperte che, io credo, dovrebbero entrare a far parte del complesso di  domande che ci poniamo sul “come vivere”. E’ anche una questione di cittadinanza democratica: non si può delegare agli scienziati di professione la soluzione delle ansie e la costruzione delle speranze collegate a queste scoperte. Si deve trovare un linguaggio corrente per parlarne”.

Si pensava che la bioetica potesse contribuire ad aprire la discussione pubblica. E invece in un certo senso l’ha irrigidita. Si è rapidamente istituzionalizzata.

“Sembra che il problema etico si ponga solo quando è questione di vita o di morte: gli embrioni, Eluana… Ma anche le nuove tecniche di neuroimaging sono eticamente rilevanti. Se, per esempio, studiando i meccanismi della decisione vedo che non si tratta di razionalità pura ma di un dosaggio di conscio e inconscio; se mi rendo conto del fatto che per tre quarti è frutto di un meccanismo automatico e involontario, allora il mio concetto di decisione lo devo riconsiderare. Non per rassegnarmi al fatto che non decido nulla. Anzi. Sapere come decido mi serve a farlo con sempre maggiore consapevolezza”.

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6 Risposte

  1. Dunque… La nostra società é la prima nella storia che si può permettere l’individualismo (solitudine) prima la solidarietà era indispensabile x la sopravvivenza, l’umanità é una specie sociale, come i primati, lupi, leoni,ecc. Prima, senza gruppo, gli individui morivano di fame. Adesso non lo é più, si può sopravvivere soli. Faccio il solito esempio fra città e paese (esperienza diretta) nel piccolo agglomerato non si é mai soli, ma si é sempre controllati, tutti sanno tutto di tutti. E’ un prezzo alto da pagare. Ci stanno bene solo i supernormali, gli altri sono derisi, maltrattati. Non é un caso che i gay, appena é stato possibile, sono scappati dalle provincie e siano andati nelle città e a N.Y. abbiano cominciato la marcia x cambiare la loro condizione. Lo stesso si può dire delle donne, che prima, senza il matrimonio rischiavano la sopravvivenza, adesso, x fortuna, no. Mi viene in mente quella notizia di un gruppo di ragazze, negli USA, che (pare) abbiano deciso di restare incinte contemporaneamente, tenendo fuori i ragazzi, x allevare, in gruppo fra loro, i figli. Ma é quello che fanno gli elefanti! il gruppo é formato solo dalle femmine e dai cuccioli, comanda la femmina più anziana, i maschi, quando raggiungono la pubertà, vengono cacciati a vivere soli, questo x non rischiare accoppiamenti incestuosi a discapito della varietà dei geni. Che sia questo un modello futuro x le relazioni U/D? Non é solo nella società occidentale che viene vista positivamente l’individualità. Ci sono moltissimi pensatori/filosofi indiani (e non solo uomini) che la professano come distacco dalle dipendenze dal mondo x raggiungere il nirvana. Un’ altro elemento é che l’umanità non é mai stata così numerosa, con tutti i problemi ecol. che ne conseguono, e difficilmente si teme x la fine della specie. Quindi, siamo più liberi di scegliere le relazioni, senza obblighi religiosi, sociali, ecc. In Italia non c’é nemmeno il senso patriottico (cosa molto forte in altre nazioni occidentali) Infatti siamo la nazione con il più basso tasso di natalità.Da qui, può essere interessante parlare di quali relazioni vogliamo, che esigenze abbiamo. Anche se non sembra (dato i miei interventi “rancorosi” precedenti) ho raggiunto una (sorte) di serenità, ho relazioni con “altri membri della mia specie” non sono un orso, ma sono più liberi.

  2. Se ci basiamo sulla “natura”, rischiamo di non uscirne. Soprattutto con le antropomorfizzazioni degli animali. Infatti, se all’elefante sostituiamo il leone, troveremo nel maschio l’esempio più perfetto di “sultano” o maschio padrone, conforme ai nostri stereotipi.
    Ma a me pare che questa della “individualità-relazione” e del sentire l’altro, non sia una grande e “nuova” trovata, non perché non sia vera, ma perché direttamente o indirettamente è l’oggetto dello svolgimento del pensiero umano da sempre. Se lo ripercorriamo e teniamo sempre contemporaneo, e senza fermarci soltanto al novecento, ne prenderemo atto. Personalmente, ho più volte accennato in questi messaggi alla consistenza dell’individualità nella relazione, allora risultando anche oscuro. Non era una mia escogitazione, ma “memoria” del nostro percorso e patrimonio di pensiero e di conoscenza. Se vogliamo, ad es., il problema della relazione è il perno della rivoluzione morale cristiana introdotta duemila anni fa, là dove la “carità” che dice S.Paolo non è la banale elemosina, bensì la coscienza dell’universalità dell’altro come parte della nostra. Che la si chiami grecamente e psicologisticamente “empatia” non cambia le cose. Né le cambia l’immissione un po’ ibrida, delle neuroscienze. Infatti, è soprattutto dalla seconda metà dell’ottocento che con il positivismo in tutte le sue evoluzioni e “raffinazioni” sino ai nostri giorni, si coltiva questo dualismo di uomo e natura, nell’illusione di una predeterminabilità delle nostre azioni e della presunta “oggettività” scientifica. Quella che studia la malattia, laddove dovrebbe studiare il “malato”. Nihil sub sole novi.

  3. Io, molto più semplicemente, trovo l’empatia come la chiave, il codice immediato all’accesso reciproco tra due persone, chiave tale da potere condividere “a caldo” processi di vita siano essi felici o dolorosi.

  4. E infatti, l’empatia è una delle chiavi attraverso cui si manifesta qualcosa che c’è ed è il modo di essere sostanziale dell’individuo: la relazione. L’individuo fuori delle relazioni che lo formano mi pare non sia nemmeno pensabile. Del resto, esistono moralità e libertà se non rivolte alla pluralità degli individui, nelle relazioni con essi? E naturalmente in ciò è essenziale, tra l’altro, la chiave dell’empatia.

  5. Se il sentire l’alro è indispensabile per andare “oltre i propri confini”, mi chiedo cosa ostacoli la percezione e l’ascolto dell’altro. Credo che sia una forza ,uguale e contraria all’empatia, che,via via crescente a partire dall’infanzia, vuole imporre il nostro io nei giochi,nelle relazioni,nel dialogo. Saperla riconoscere e controllare risveglia i nostri sensi nella scoperta del prossimo.

  6. Infatti mi sembra che torniamo al punto. L’io, cioè l’individualità, è quel che “fa” empatia, o meglio, relazione. Non ci sono né l’una né l’altra se non ci sono individui, ossia se non c’è “uno che “sente”, ha coscienza, dell’altro. E proprio perché l’io è finito, non può non collegarsi al tutto. Ma questa finitezza che ha coscienza del tutto, è pur sempre la base da cui ci si muove e che è ineliminabile. L’io di per sé tende alla propria conservazione materiale e ai propri bisogni; civiltà, umanità, sensibilità, quindi moralità e libertà sono la proiezione oltre quei suoi limiti vitalistici. Appunto, ciò che ci fa “riconoscere e controllare” e, di volta in volta, superare quella forza “uguale e contraria” all’empatia.

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