COSE

A me capita soprattutto, scusate, con i prodotti per il trucco. Cerco tra gli scaffali dei blush, trovo con fatica un colore che va bene –ho un incarnato difficile-, dico alla commessa: “Mi dà quello?”. Lei si china a frugare nel cassettone. Niente. “Mi spiace. Il 543 l’abbiamo finito”. La roba che vorrei comprare io –e la vostra?- manca sempre. Succede anche per acquisti più impegnativi. Stavolta, negozio successivo, è una lavatrice: “Al momento quel modello non l’abbiamo”. “E allora” dico “perché lo esponete?”. “Perché esiste”. “E quando arriva?”. “Provi  lunedì”.
Esco dal negozio un po’ arrabbiata. Mi accoglie la vampata rovente della strada. Ho perso una mattina. Il mio cuore –o la mia testa, o tutti e due- parte alla ricerca del buono che c’è.
Ho imparato da una signorina di nome Etty Hillesum: cercare sempre il buono che c’è, in tutte le circostanze. Mi spiace scomodare quella santa ragazza per una sciocchezza del genere, ma il suo insegnamento è talmente pervasivo e convincente che in me è diventato un riflesso automatico.
Mi capita qualcosa di tremendo, o semplicemente fastidioso, e io penso: “Anche qui, da qualche parte, del buono ci sarà”.
Sono diventata una specie di detective del bene. In questo caso il bene è: che mi sono fatta una camminata di un’ora, andata e ritorno, quasi di corsa e sudando, e il cuore ringrazia, e anche le articolazioni, e il metabolismo, l’umore, tutto quanto il corpo e quindi anche l’anima; che ho visto la frenetica allegria di una mattinata in città; e poi c’è qualcosa di più sottile, che vorrei provare a spiegarvi. La metodica non-corrispondenza tra scaffali belli pieni (trecento tipi di fard, trenta modelli di lavatrici) e l’effettiva disponibilità della merce, che manca sempre, sembra volermi avvertire dell’illusorietà delle cose. Che pare che ci siano, e invece non ci sono. E noi stiamo al mondo lo stesso.
Le cose, quindi, non sono poi così necessarie. E ogni volta che diminuisce la necessità, per noi esseri umani cresce la libertà. Questo il bene che ho portato a casa stamattina. Mi sono sentita più leggera. Non è poco.

(pubblicato su  “Io donna”-“Corriere della Sera” il 6 settembre 2008)

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Una Risposta

  1. “alla ricerca del buono che c’è”. Dopo la lettura di questo articolo è questa frase – che subito mi ha colpito – che mi è rimasta in testa – o nel cuore, o in tutti e due. E’ stata come una luce che mi ha illuminato, una “frase magica”. Mi verrrebbe da dire – se non fosse troppo semplicistico – che mi è parsa quasi come la chiave della felicità: se non posso cambiare gli avvenimenti, forse posso provare a trovare in essi “il buono che c’è” ed anche se talvolta è difficile e impossibile, altre volte invece è fattibile e gratificante. Poi sono andata di corsa a vedere cosa ha scritto la Hillesum e forse mi sono un po’ spaventata dalla potenziale tristezza dei suoi libri (e non li ho letti). Ma la frase è rimasta in me: le cose – forse – non sono mai del tutto bianche o nere. La nostra percezione della positività è influenzata dal nostro atteggiamento verso i fatti, gli accadimenti, le persone. Sforzare il mio atteggiamento verso “la ricerca del buono che c’è” è il mio proponimento.
    Mi piacerebbe invece “scatenare” – sì davvero – una discussione su questo, un dialogo, approfondire la questione. Aspetto.

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