GIRO DI BOA

aCibo e bellezza a parte, noi europei del Sud il “complesso del Nord” l’abbiamo sempre patito. Che politica, che welfare, e che parità! Noi, invece, con tutte le nostre magagne… In fatto di emancipazione e di uguaglianza tra i sessi gli anglosassoni sono stati i primi: donne=uomini, nessuna differenza. Ma adesso stanno cambiando idea. Noi al Sud, in ritardo di almeno vent’anni, tutti presi a dotare ogni ente pubblico, dai municipi alle assemblee di condominio, di organismi pari-opportunitari. Lassù invece si cambia rotta. Storico giro di boa. E se il modello parità-emancipazione entra in crisi proprio lì, dove è stato inventato, allora è solo questione di tempo, è fregato all over the world.
Una recente ricerca della Cambridge University rivela un deciso cambio di umore degli inglesi verso l’uguaglianza di genere: se nel 1994 il 50 per cento delle donne e il 51 per cento degli uomini ritenevano che la vita familiare non soffrisse del fatto che le donne lavoravano fuori casa, nel 2002 lo crede solo il 46 per cento delle donne e il 42 per cento degli uomini.
Tra allora e oggi un decennio di spaventose fatiche femminili, di azzardi ed equilibrismi: il famoso doppio ruolo. Figli tirati su in qualche modo, uomini che in casa non muovono un dito, ménage familiari a dura prova: ne valeva la pena? Davvero donne e uomini sono intercambiabili? Cala anche il numero di cittadini convinti del fatto che per le donne l’unica strada di realizzazione sia la carriera. Il tipo career woman-super mom è sotto attacco.
Negli Stati Uniti, dove l’emancipazione è stata una fede, il cambiamento è anche più vistoso: la percentuale di americani convinti che le donne possano lavorare 8 ore senza che la famiglia vada a rotoli precipita dal 51 al 38 per cento. In controtendenza la Germania, dove la simpatia per le politiche ugualitarie invece è in ascesa: nel ’94 solo il 24 per cento dei tedeschi pensava che la moglie-mamma al lavoro non avrebbe sfasciato la famiglia, nel 2002 la percentuale sale al 37 per cento. E con ogni probabilità in tutto il Sud-Europa il trend è questo.
Spiega la sociologa Jacqueline Scott, che ha coordinato la ricerca di Cambridge: “I tre paesi stanno probabilmente vivendo stadi diversi del ‘ciclo di simpatia’ per l’uguaglianza di genere. I tedeschi hanno abbandonato i ruoli tradizionali più tardi (come noi italiani, ndr), di conseguenza non si sono ancora imbattuti nella reazione anti-working mother. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, invece, dove le politiche pari-opportunitarie sono più antiche, la gente comincia a cambiare idea”.
Tendenze e controtendenze rilevabili anche nel nostro “piccolo” italiano: se la spinta maggioritaria è per la parità, per la piena occupazione femminile e per un welfare di impostazione tradizionalmente “fordista” (servizi rigidi per mamme che lavorano 8 ore), cresce il numero di quelle che hanno sempre tenuto duro sulla differenza di genere, o che l’hanno riscoperta; che promuovono una diversa concezione del lavoro, all’insegna della flessibilità, della creatività e dell’invenzione di spazi e tempi più congeniali; che hanno un’idea più complessa e articolata di welfare e mettono al centro il lavoro di cura e d’amore. Un “ritardo”, il nostro, che oggi potrebbe diventare una risorsa.
Quel che è certo, dalla ricerca di Cambridge non si può dedurre opportunisticamente che le donne vogliano “tornare a casa”. L’ideologia del “coming back home” non parla dei desideri delle donne, ma solo degli auspici dei tradizionalisti. Lo confermano altri passaggi della ricerca, in apparente contraddizione con l’insofferenza anti-paritaria rilevata prima. Solo il 41 per cento degli intervistati e il 31 per cento delle intervistate, infatti, è d’accordo con l’affermazione “tocca all’uomo portare a casa lo stipendio, mentre la donna sta a casa a guardare i bambini”. Nel 1987 i favorevoli erano rispettivamente il 72 e il 63 per cento.
Le donne vogliono lavorare. E’ impensabile che rinuncino al lavoro. Ma vogliono potersi organizzare a modo loro: è più facile rispedirle in cucina che assecondare la loro volontà di cambiamento. Quello che vogliono riportare a casa è l’enorme quantità di energie spese ogni giorno nell’adeguarsi a modelli maschili di organizzazione dello spazio e del tempo, della vita e del lavoro.
Nessuna economia nazionale, del resto, potrebbe fare a meno di loro. In Italia +100 mila donne al lavoro, come ha valutato Maurizio Ferrera, autore di “Il fattore D”, farebbero un + 0.28 di Pil. Dice Jo Causon del Chartered Management Institute, associazione dei manager britannici: “Per la nostra economia è impensabile non avere donne al lavoro. Oggi sono il 45 per cento degli occupati. In un momento di crisi come questo non possiamo permetterci di rinunciare alle loro capacità. Il 79 per cento delle aziende ha il problema di reclutare talenti e il 75 per cento si danna per riuscire a trattenerli. Si deve trovare il modo per corrispondere alla richiesta di flessibilità che proviene dalle donne. E anche dagli uomini”.
Nel cassetto del governo inglese tre nuovi provvedimenti: orario flessibile per chi ha figli fino ai 16 anni, prolungamento del congedo di maternità da 9 a 12 mesi e possibilità per la madre di trasferire al padre gli ultimi 6 mesi di congedo. “Flessibilità” sembra essere la chiave universale, per quanto in ritardo. Ma quello che ci vorrebbe è una vera rivoluzione nel modo di pensare e organizzare il lavoro e la vita. Kat Banyard, a capo della Fawcett Society, antico istituto delle suffragette inglesi, parla di necessità di una “trasformazione radicale”, contro la cultura del “tempo pieno”.
Il lavoro è senza dubbio il pensiero che la politica del prossimo decennio ha da pensare. E’ lì, nel punto di snodo tra lavoro e vita, che vedremo i cambiamenti più straordinari, promossi in primis dalle donne. E forse per una volta saremo noi europee del Sud, che per circostanze sfavorevoli e anche per cultura non ci siamo mai fatte prendere del tutto dall’emancipazione, dalla parità e dalla carriera, tenendo duro sulla differenza femminile, ad avere qualcosa da insegnare, qualche spunto e qualche ricetta (anche di cucina, why not?) da offrire alle amareggiate sorelle del Nord.

CASALINGHE FORSENNATE

Ragazze vestite come casalinghe anni Cinquanta che preparano torte per strada; tè delle cinque in stile burlesque, happening a metà tra l’artistico e il politico: in tutto il Regno Unito, da Londra a Brigthton, fiorisce il movimento delle giovani “domestic artist”. Le virtù femminili tradizionali brandite come strumenti di ribellione. Spiega Jazz D Holly, 24 anni, presidente delle Shoreditch Sisters: “Detesto l’idea di essere la copia di un uomo. E’ una cosa che sta gravemente danneggiando l’autostima di noi donne”. Figlia di Joe Strummer dei Clash, il mitico gruppo punk, Holly spiega  di avere avuto un’infanzia molto caotica. Per lei trasgressione non è bere e drogarsi, ma fare la maglia e cucinare, attività sovversive ed  “empowering”.

(pubblicato su “io donna” – “Corriere della Sera” il 13 settembre 2008)

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5 Risposte

  1. Si lavora per guadagnare, per fare soldi.
    Sì, certo, c’è anche la soddisfazione personale, la realizzazione a tante altre cose giuste e importanti.
    Ma, stringi stringi, si lavora per fare soldi.
    Non è colpa/merito di nessuno.
    E’ così e basta.
    E sarà sempre di più così.
    Il dio denaro (quanti anni sono che non leggete più queste due parole insieme?) è il vero filo rosso conduttore di questa società.
    E ci sta portando alla rovina.
    Le donne (lasciamo perdere il piacere dello shopping e amenità del genere…) sono meno avide di denaro degli uomini.
    Molto meno.
    Molto molto meno.
    E rappresentano, quindi, l’unica possibile salvezza del mondo.
    Ma, domando io, lo sanno?
    P.S.
    In un blog non si può che utilizzare un approccio che privilegia il bianco e il nero piuttosto che i (temo necessari) toni di grigio.
    Scusate, quindi, le “forzature”

  2. Gentile Marina Terragni, siamo cinque donne, tra artiste e professioniste che stanno organizzando un convegno/mostra sul Metodo F, ovvero il metodo delle donne di affrontare e risolvere i problemi. Poiché abbiamo molto amato il Suo ultimo libro, ci piacerebbe molto averla nostra ospite al convegno, e relatrice.
    Che ne pensa? Il convegno si svolgerà ad Ancona, alla Mole Vanvitelliana il 21 novembre 2008.
    Possiamo sperare di avere la sua adesione? O comunque una risposta?
    Il cell di Lucilla Niccolini (giornalista Corriere Adriatico) è 338 6297221 e l’address: l.nicc@alice.it
    In attesa di una sua mail (magari se crede ne possiamo parlare più distesamente per telefono, in modo che Le possiamo chiarire i termini del progetto), Le inviamo i nostri complimenti. E grazie
    Lucilla Niccolini, Silvia Fiorentino, Giovanna Curatola, Tamara Ferretti, Maria Del Pesce.
    Metodo F
    Ancona

  3. Ma allora il rumore dei ragazzini in piscina non ti dava poi così fastidio se continuano le vacanze :-) ?

  4. Le donne ancora più a sud, arabe, saranno più avvantaggiate dalla crisi dell’emancipazionismo. Ognuno tira le notizie delle ricerche, sopratutto anglo/americane, dalla sua parte. Ne escono ogni giorno e dicono tutto e il contrario di tutto. Pochi giorni fà ne ho letta una (dicevano francese) dove risultava che: chi ha un buon lavoro e attività sex soddisfacente, vive più a lungo. MA VA’!!! Sembra che le donne italiane, per ovviare alle carenze legislative, tendano sempre più a mettersi in proprio, x gestire meglio i tempi. Mi sembra una buona strada, da incoraggiare ed aiutare. A proposito degli uomini che, in casa, non muovono un dito, ricordo: gli uomini che muovono dita, mani, ecc. sono pochissimo ricercati dalle donne… Cmq, sull’argomento dell’articolo, mi sembra che anche un’altra Marina (Valcarenghi) abbia le stesse idee, la conoscete? Logico che la figlia di Strummer trovi trasgrassivo fare torte, vorrei sentire cosa ne pensa dopo un paio di mesi, di cucina quotidiana… Questo mi fa ricordare una dichiarazione di Manuel Puig, l’autore de”Il bacio della donna ragno” : “…darei tutto quello che ho guadagnato, per poter stare sulla porta e salutare mio marito che và al lavoro, tornare in cucina e preparare il pranzo…” Già, ci sono anche loro, i gay e lesbiche, che sull’argomento identità di genere, sparigliano molto le carte e aprono giochi con sfumature infinite.

  5. La faccenda e’ complicata. Essere madri e lavoratrici e’ difficile, questo e’ sacrosanto. Ma credo si debba fare un passo indietro, affermando che “essere brave madri” e’ difficile. Un altro passo indietro. Essere “brave persone” e’ difficile. Detto questo, e forse sono anche un po’ banale, quello che cerco di essere e’ una brava persona. Ergo, una brava madre, una brava lavoratrice, una brava figlia e cosi’ via. Se l’impegno, quotidiano e personale, e’ questo, allora avendo anche strutture e istituzioni che danno una mano, cresceremo ragazzi in gamba. Se invece avremo solo istituzioni a dare una mano (e sarebbe gia’ una figata), ma nessun impegno personale (religiosamente personale) la vedo dura. Non so se sono riuscita a chiarirmi le idee. Forse e’ il solito vecchio discorso della qualita’ e della quantita’.

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