NOI RAZZISTI

Sulla morte del giovane Abdul, sepolto ieri.  Da subito il dibattito è stato: é razzismo o non lo è? Se fosse stato bianco, le cose sarebbero andate in questo modo? Un fronte che ha premuto per il sì, un altro, probabilmente maggioritario, che ha tenuto duro: non si tratta di razzismo, è stata una tragica fatalità.

Ci sono probabilmente buone ragioni, oltre a quella di volere evitare le aggravanti di legge, per non ammettere che probabilmente la bravata di un ragazzo bianco non si sarebbe conclusa allo stesso modo, che chi ha deciso di farsi selvaggiamente giustizia sarebbe stato meno accanito. Forse violare il tabù e nominare il razzismo in qualche modo lo farebbe esistere, ci costringerebbe a guardare in faccia la questione, ad affrontarla, a dirimerla.

Mi pare però che il problema sia malposto. Si tratta di guardare in faccia il nostro inner racist, di riconoscerlo, accettarlo, di farci amicizia, di discuterci, perfino di riconoscergli qualche ragione, e di comprendere la sua posizione. Si tratta di vedere se riusciamo a convincerlo con le buone che ci sono altre strade, migliori della sua. E di incamminarcisi insieme.

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7 Risposte

  1. Molti si sono posti il quesito : se fosse stato un bianco, vi sarebbe stato tanto accanimento ?

    Per quanto mi pare avere capito , il tutto si è svolto con l’estrema velocità che contraddistingue questo tipo di crimine : la (presunta o vera ) sottrazione, la reazione d’impeto , la rabbia cieca.
    Il resto è una triste, bruttissima pagina .
    Non credo , in tali circostanze, si abbia tempo per riflettere su che colore sia la controparte.

    Vi sono reazioni d’impeto brutali nella quotidianità su un parcheggio, su un posto a sedere, in cui il bianco e il nero non c’entrano nulla.

    Spiace invece la strumentalizzazione del colore, da molti cavalcata, per fini odiosamente politici, ben lontani dal rispetto per l’assurda morte di un ragazzo

  2. Cara Marina

    io Vivo in quartiere di una città del veneto in cui la presenza di stranieri è molto alta.
    nella mia scala, su 8 proprietari, uno è africano, una russa, uno cinese. un altro degli appartamenti è abitato da rumeni.

    in questa situazione ho imparato che le differenze tra noi sono enormi, ma soprattutto che lo sforzo di capirsi e trovare soluzioni comuni ai problemi non sempre porta a dei risultati. che anche le migliori intenzioni (di noi indigeni) si scontrano con logiche di ignoranza e “fame” con le quali non siamo più (o mai) stati abituati a confrontarci. i miei genitori (io ho 38 anni) si sono chiusi a riccio contro queste “antiche” spinte, che hanno conosciuto nell’infanzia e riconosciuto e rigettato immediatamente nel momento in cui con questa immigrazione si sono ripresentate.

    io sto imparando a mettere nel conto che le mie motivazioni, i miei pensieri, i miei criteri di giudizio possono essere lontanissimi da quelli dei miei interlocutori. che le culture con cui mi confronto possono essere per me drammaticamente superate: per esempio che l’africano non accetta che io, donna possa essere proprietaria, da sola di una casa, e che questa casa sia, pur nella povertà, più “ricca” della sua; che neanche il cinese accetta che io non sia sposata. e che la russa non capisce che per me il fidanzato non è TUTTO.

    questi stranieri con cui abito li ho un pò imparati a conoscere, ci ho parlato, mi ci sono relazionata. per questo non mi provocano angoscia e paure, anche

    se a volte mi destano preoccupazione: ma è quando sono in giro, sui treni che prendo spesso,sui mezzi pubblici in cui ormai mi trovo a essere l’unica veneta sotto i 60 anni.
    il confronto lì è molto duro, è un confronto tra veri estranei. la parola non c’è, e quando esce è talmente tesa che sfocia in una violenza, da entrambe le parti, alla quale non vedo rimedio. mi è penetrata sotto la pelle la sensazione che ogni tentativo di confronto scateni sempre come prima cosa un conflitto. e solo dopo, a volte, riesca a tradursi in un dialogo di qualche tipo.
    è questo che mi inquieta e non mi lascia serena.
    e penso sia questo che crea il clima di tensione dentro al quale molti ormai si muovono e agiscono.

  3. Federica,
    per quanto può servire: condivido al 100 % quello che hai detto.
    Forse se i politici (sempre loro ma chi è che può cambiare, nel bene o nel male, una società?) partissero dalle sollecitazioni incluse nel tuo ragionamento (da dove parli della preoccupazione in poi) le cose potrebbero, nel tempo, cambiare.
    Ma non lo faranno perché hanno un altro obiettivo prioritario: perpetuare se stessi, le loro famiglie, i loro amici.
    La gran parte delle problematiche non risolte parte da qui.
    Grazie di quello che hai scritto.

  4. ciao Graziano
    mi fa conforta sapere che condividi quello che ho scritto.. sentirmi capita in questo mio modo di sentire mi aiuta a sperare nel fatto che sarà possibile scambiarlo con altri, e quindi pensarci assieme ad altri per trovare soluzioni. E immagino che anche tu sappia quanto sia difficile invece in questo periodo dire e ascoltare parole sensate relativamente a questi temi.
    Rispetto al tuo richiamo ai politici, io non credo che siano loro a fare la società, soprattutto questa benedetta società italiana.
    Penso che quasi tutto nasca (nel bene e nel male) dalle azioni molto “private” di ciascuno, dal modo in cui ciascuno si mette in relazione con gli altri (e su questo Marina con il suo punto di vista così “rivoluzionario” e il suo occhio così attento mi ha aiutato a fare delle grandi scoperte).
    Certo che la politica (con i media come efficacissimi alleati) è molto potente nel determinare il clima.. che però è un clima costruito in maniera così scollegata dalla nostra vita che penso pochi singoli gesti reali, di persone reali riescano molto velocemente a cambiarne il segno.

  5. Cara Federica,
    mi sembra abbastanza ovvio sia che il problema complessivo del quale stiamo parlando non si può analizzare con compiutezza su un blog sia che non possiamo monopolizzare la discussione.
    Lasciami, quindi, solo dire, rispetto al discorso su che cosa la politica può o non può fare, che, a carattere generale, potrei essere d’accordo con te ma l’elemento discriminante mi pare sia la velocità.
    Nel senso che anch’io ritengo che le “persone reali possono cambiare il segno di un clima”; che, però, lo possano fare velocemente lasciami essere un po’ dubbioso…
    E, domanda critica: ma allora qual è il compito della politica?

  6. Io il compito della politica non l’ho capito.
    Mai.
    Mi è sempre sembrata- con qualsiasi colore – un’associazione dedita agli interessi di pochi , ignorando le aspettative di tanti ( con l’aggravante che i tanti hanno sempre tollerato questa dinamica ),.

  7. Riprendendo quanto detto da Federica e Graziano, porrei questa domanda.
    Io – nato e cresciuto in una piccolo/media realtà- non ho mai notato paura per il diverso,per lo straniero.
    Devo dire di vederli ben integrati.

    Nelle grandi città questo non succede . Perchè prima dello straniero, nelle metropoli ,è da tempo subentrata la paura dell’altro in genere, preferendo la rarefazione dei rapporti interpersonali ?

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