PER FAVORE, CONTINUATE

Il vostro dibattito sulla politica (chi fa la società, e qual è allora il compito della politica) è di estremo interesse. Per favore, Federica, Graziano e chiunque altro voglia,  continuate, e andateci dentro, senza inibizioni, rompendo anche il tabù di non poter criticare la democrazia rappresentativa. Parlate creativamente della politica. Fate partecipare anche i vostri cari e amici, e riportate qui quello che vi dicono. Grazie.

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75 Risposte

  1. Parlando velocemente con l'”equipaggio pomeridiano ” : la politica è un magna-magna, non interessa ai giovani, è una corporazione…

    E, giustamente, se è una corporazione per pochi, chi ha voglia di sbattersi oltremodo per entrare in una struttura in cui si guarda al bene di pochi, piuttosto che alla collettività ?.

    Io conosco tanta gente che porterebbe un valore aggiunto significativo alla collettività stessa, ma se ne stanno lontani per non cadere in un impietoso tritacarne.

  2. Democrazia rappresentativa??????
    Sono io strano o in Italia c’è qualcuno che si sente rappresentato dalla classe politica odierna?
    Governo e opposizione, destra e sinistra non faccio differenze quantomeno a livello di rappresentatività.
    E vi assicuro che non è qualunquismo, ma solo del sano realismo.

  3. Scuserete, spero, il post lunghetto.
    La politica è, oggi, un “mestiere”. Ben retribuito e stabile. E con, in più, molti beni posizionali: visibilità, status, vicinanza a strutture di potere. Come tutti i “mestieri”, quindi, tende a massimizzare l’investimento. Ecco che, allora, chi ha iniziato, da giovane, ad occuparsi di politica perché la sentiva come missione (la grande maggioranza…), appena entra nel meccanismo, diventa preda, più o meno cosciente, di questo ingranaggio. E difficilmente non ne approfitta. Il “potere” piace a tutti, perché negarlo? I più furbi, (ma la furbizia è un disvalore), approfittano del giocattolo e diventano, oltre che beneficiari, motori attivi di questa struttura. Quindi, oltre che a se stessi, iniziano a pensare ai propri familiari, poi ai propri amici, poi agli amici degli amici. Questo è il circolo vizioso da rompere. Questa è la casta. Naturalmente è impossibile che chi beneficia di una tale situazione abbia la voglia di cambiarla. E perché dovrebbe? Ne ha solo benefici. Un po’ di più quando governa. Un po’ di meno quando è all’opposizione. Ma sempre benefici sono. E poi non c’è solo il governo centrale. Ci sono le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, etc. etc. Occorre, allora, che chi ha capito come funziona questo giocattolo si ponga l’obiettivo di romperlo; e di ricostruirlo con nuove regole. Con le opportune strategie. Per esempio iniziando a ragionare sulla rieleggibilità e sul rapporto costi benefici del “fare politica”. Non mi dilungo e evidenzio solo il filo rosso del percorso da seguire: la politica deve tornare ad essere un “costo” per chi la fa, non un guadagno. Una missione e non un mestiere, appunto. Molto semplicemente. Il guadagno sarà soltanto in termini, come accennavo prima, di beni posizionali. Ci si dovrà sentire felici “soltanto” (soltanto???) perché si sono fatte delle belle cose e si è portato il proprio contributo al bene del paese e dei suoi cittadini. Utopia? No. Difficile, difficilissimo. Ma questo avrebbe dovuto essere, a mio parere, da persona di sinistra (dalla destra non mi aspetto nulla, a lei sta benissimo così…) il nucleo centrale del nuovo Partito Democratico. Ma, purtroppo, così non è stato. Il Partito Democratico è stato, è, e sarà, molte cose, più o meno condivisibili ma non ha messo, al suo centro, questa riflessione. E questo è, a mio parere, un grave errore. Di più, un tragico errore. Che continueremo a pagare.

  4. Concordo con Graziano e per rafforzare il suo esempio sul PD cito una notizia sentita ieri alla radio:si litiga per le primarie degli Young Democrats(che sarebbero poi i giovani del PD,ma perchè non gli mettono un nome in italiano poi????) correnti e correntine si accoltellano per una poltrona in un organismo che conterà poco o pochissimo, ma da cui si potrà fare il salto nella politica che conta.

  5. Sono stato invitato giusto 5 minuti fa, da Graziano, che conosco ed apprezzo da una vita. Devo dire a cosa mi fa venire in mente il Suo più che ferreo e logico ragionamento? Mi ricorda, absit injuria, il discorso relativo ad un classico argomento , in cui non sono “afferrato” né tantomeno ferrato per niente: la crisi del calcio.
    Italiano, tanto per capirci meglio.
    “Li pagano troppo!”. E’ verissimo, perdio! E verissimo!
    “Se non girasse tutto quel denaro il calcio ritornerebbe quello sano dei tempi di Meazza, Piola (io sono di Vercelli), di Gabetto.”
    Ma anche nella politica “funge” la legge di mercato, bellezza! I voti comprati e di scambio, che mandano parlamentari foraggiati da M, C, e ‘n più magari Sacra Corona e forse anche altri new intake, sono funzionali al Sistema. I professionisti della politica hanno doppi e tripli stipendi, oltre a quello regolare.
    Anch’io mi dichiaro un idealista e voglio morire tale, ma so che questa battaglia la dobbiamo combattere con la matematica certezza che la perderemo.
    Sempre fu persa e sempre lo sarà! Basta rileggersi Socrate nell’Apologia di Platone e leggere le Sue ragioni del perché mai entrò in politica.
    Concludo con una citazione un po’ riarrangiata da Gaber: “La dignità consiste nell’essere degli uomini concreti come dei sognatori!” Solo così la nostra vita avrà avuto un senso.
    Grazie.
    Francesco

  6. Si’, Francesco ha reso benissimo l’idea paragonando alla crisi del calcio ( per inciso : so a malappena che la palla è rotonda.).
    La politica è ora un lucroso mestiere per eletti beneficiari.
    Non vedo differenze sostanziali tra l’una e l’altra parte se non la bramosia della poltrona e dei vantaggi conseguenti. Il resto è noia per i poveri illusi.

  7. E se fosse che la politica è fatta da capibastone che nominano i deputati, come la legge elettorale porcata consente? E se fosse che la classe politica è il ritratto del paese?
    luigi nonallineato

  8. E’il ritratto di un paese. Proprio cosi’.
    In fondo uno si piglia quello che si merita, rimanendo sempre inerte davanti ad abusi, soprusi e poco di mantenuto.
    E, non è questione di destra, sinistra, centro : i nomi che girano, si scambiano, s’intercambiano sono gli stessi a seconda del periodo storico.
    Ci va bene cosi’ perchè uno non si è mai incazzato sul serio a dire : basta , vi abbiamo eletto per produrre e non per cazzeggio o disarmonia continua.
    Siamo un paese di cani abbaianti e poco costruttivo, che accettano proni qualsiasi decisione venga essa dalla parte in carica.
    Fa male che lo Stato sia prodigo nel chiedere e parco nel dare ; in fondo non è cambiato molto dagli anni’50 in cui il ministro Vanoni sottolineava che il governo si ricorda dei suoi indigeni esclusivamente in occasione della cartolina precetto…
    Scusate lo sfogo, ma – romanamente parlando – quanno ce vo’ ce vo’..

  9. Come si può non essere d’accordo con l’analisi impietosa di Graziano? Ma noi, cittadini normali, cosa possiamo fare? Perché, se è vero, e io penso sia vero, quello che scrive Graziano allora, per logica conseguenza, io non posso fidarmi o credere in nessun politico. Dovrei, quindi, credere a qualcuno fuori dalla politica. Grillo? Non penso. Travaglio? Non penso. Moretti? Non penso. Altri nomi? Non penso. E allora, che cosa faccio? Mi rassegno all’impotenza? Non partecipo più? Ecco come ci hanno ridotto.

  10. Ci hanno ridotto ( e ci siamo ridotti ) ad essere semplici spettatori paganti.
    Questa é la verità essenziale.
    E, per il momento, buona serata a tutti: la mia è una notte lunga ( magari all’alba cambiasse qualcosa !!! )

  11. Le analisi e le riflessioni sono tutte valide, interessanti ed opportune. Quando però si dice che la politica non rappresenta o è un magna magna, si dice una cosa esatta ma non risolve nulla. Purtroppo. C’è il momento dell’azione, che è sì espressione di opinione, ma anche comportamento concreto nel quotidiano ed interesse critico verso la politica e le istituzioni. L’allontanarsi, il disinteresse, la rassegnazione, l’inerzia mentale, la televisione sono gli strumenti preferiti da politicanti gaglioffi, inetti ed ncapaci. E talora ladri.
    luigi non allineato

  12. E se provassimo ad un’elezione(europee, politiche tanto ne abbiamo in calenadrio spesso) a non andare in massa a votare?
    Se di colpo la media dei votanti si abbassasse di 20 o 30 punti?
    Magari qualcuno qualche domanda se la farebbe…..

  13. Si farebbero delle domande e si darebbero delle risposte.
    Basta leggere il “Saggio sulla lucidità” di Saramago (straordinario libro) per capire quali domande e quali risposte…

  14. Molte comprensibili e spesso condivisibili contumelie contro la politica, sulle scadute modalità di farla, in un caso sulla sua inutilità e non rappresentatività. Bene, ma per parafrasare Socrate, visto che lo si è già citato: o Trasimaco, cos’è la politica?
    Una definizione del concetto, in positivo e non per negazioni o ellissi, insegnava appunto Socrate, darebbe la via della conoscenza e la concretezza risolutiva dell’azione.

  15. Mi collego al post di Giuseppe Mariani.
    Personalmente ritengo che la politica, almeno oggi, sia UTILISSIMA e pure estremamente RAPPRESENTATIVA!
    Purtroppo.
    E non è necessariamente detto che un metodo di analisi che proceda “ad excludendum” non conduca, alla fine, ad illuminazioni insolite, inaspettate e foriere di insperate suggestioni per, infine, trovare soluzioni fino a prima mai ipotizzate.
    In Oriente, una filosofia, apparentemente negativa come quella di un Lao-Tzu (se mai un Lao Tzu esistette) una linea di pensiero sostanzialmente all’opposto di quella attivistica e partecipativa di un Kung-Fu-Tzu (Confucio, per intenderci) diede molto alimento di pensiero e spunti di azione al mondo intero, proprio partendo da presupposti di dichiarata Non Azione (Wu Wei).
    Io voglio combattere, altrimenti neanche scriverei ora, voglio, ripeto, combattere, pur sapendo che non vincerò.
    Francesco

  16. Volevo mettere un post “ponzoso” che spiegasse più chiaramente che cosa volevo dire e quali propositi mi muovessero.
    Ho iniziato a scrivere, poi a cancellare, poi a ritornarci sopra, poi a cancellare ancora partendo da un’altra parte…
    Poi ci ho pensato ancora e ho deciso di mettere questa storiella che, ogni tanto, mi raccontava un amico mio.
    Eccola, è un po’ lunghetta ma, secondo me, vale la pena leggerla.

    Su una montagna dell’antica Cina viveva un uomo ormai molto avanti negli anni il cui unico desiderio era di starsene, per i rimanenti pochi anni a venire, il più lontano possibile dal mondo cosiddetto civile.
    Così almeno avrebbe voluto, se non si fosse venuto a sapere, come non si sa, che il vecchio possedeva la capacità di saper distinguere la giada vera da quella falsa.
    Per questa ragione, di tanto in tanto si vedevano abitanti delle zone sottostanti che s’inerpicavano fino alla povera baracca per ottenere una risposta circa l’autenticità, o meno, di gioielli, statuette o monili di giada.
    Il vecchio non si sottraeva alla richiesta: guardava l’oggetto, lo toccava, ed emetteva il giudizio: positivo o negativo, secondo il caso, ma sempre invariabilmente esatto e, particolare non da poco, non chiedendo mai alcun compenso.
    Un ragazzino particolarmente sveglio, che abitava in un villaggio ai piedi del monte, venne a conoscenza della cosa e si chiese quale non fosse mai il segreto del vecchio e, di più, cosa questa che mai a nessuno era mai venuta in mente, se potesse venire, in qualche modo a conoscerlo.
    “Il vecchio, si disse, non ha più molta vita davanti e sé, ed io, se apprendo le sue capacità, darò inizio ad un’attività di valutazione che, a fronte di giusti compensi, mi assicurerà da vivere per tutto il resto della mia vita”.
    Decise di partire alla volta della montagna, entrò nella povera capanna, rispose al saluto gentile dell’uomo che gli chiedeva cosa potesse fare per lui e pose esplicitamente la domanda aspettandosi una probabile risposta negativa.
    Invece, con somma meraviglia e piacere, il vecchio acconsentì di buon grado; lo fece sedere e prima di iniziare, invitò il ragazzo a prendere, e tenere in mano per tutta la lezione, una piccola statuetta di giada che era in un angolo dell’unica stanza.
    Il giovane, si sedette e, con in mano la statuetta, si accinse a sentire il segreto.
    “Devi sapere, dunque, che io sono nato 92 anni or sono in una lontana località nel sud della Cina, da una povera famiglia di contadini. Ero l’ottavo di undici, tra fratelli e sorelle, e fui sempre molto malaticcio e di debole costituzione, tanto che i miei non poterono mai mandarmi in campagna coi miei fratelli a lavorare ed ancor meno a scuola a studiare. Vissi coi nonni che mi fecero in pratica da veri e propri genitori.
    All’età poi di 11 anni, fui sul punto di morire per una febbre malarica, ed allora i miei genitori mi portarono… “.
    Il racconto dell’infanzia del vecchio si prese tutto il giorno e, al calar del sole, il giovane, piuttosto sconcertato, ma particolarmente affascinato dal racconto, si accinse a far ritorno al villaggio.
    Il vecchio disse al giovane di deporre la statuetta e, “se lo avesse voluto, di ritornare il giorno successivo”.
    Il giorno dopo, di buon mattino, il giovane bussò e, all’invito del vecchio, riprese la solita statuetta e, tenendosela in mano, si accinse all’ascolto, con la speranza di apprendere, almeno quel giorno, il segreto della giada.
    Invece continuò il lungo racconto della vita del vecchio; la sua fortunosa guarigione, quindi tutta la giovinezza, poi il periodo di servizio militare nelle truppe imperiali, le campagne delle varie guerre, infine il suo congedo, la fidanzata…. .
    Al calar del sole si ripeté l’invito del primo giorno:
    “Lascia pure giù la statuetta e ritorna, se vuoi, domani”.
    Il giovane ritornò per molti giorni di seguito e, sempre, si ripeté la stessa scena: il giovane entrava, prendeva la solita statuetta in mano e si disponeva all’attento ascolto, sempre più coinvolto nell’appassionante svolgersi della vita del vecchio: così passando tra i pochi successi, i tanti dolori, le effimere gioie, gli inevitabili lutti ed i tragici fallimenti; in altre parole, tutto quello che nello svolgersi della vita di un uomo, prima o poi, generalmente, finisce per accadere.
    In un certo senso, mentre, giorno dopo giorno, si dipanava il racconto, il giovane, immedesimandosi sempre più, finiva per rivivere la stessa vita del narrante perché questi, riusciva a trasfonderla in lui.
    Oramai ci si stava avvicinando agli ultimi anni della vita del vecchio ed il giovane era come se avesse vissuto profonde esperienze di vita di decine e decine d’anni.
    Mai il vecchio aveva rivelato, durante tutto il lungo racconto, particolari segreti circa la giada, così come agli inizi il giovane sperava di apprendere e che, ora, da parecchio tempo, più neanche si ricordava ancora di chiedere.
    Un giorno, il giovane, entrò, afferrò, come il solito, la statuetta, sorrise ed esclamò:
    “Un momento: questa giada è falsa!”.

  17. Bella!
    Complimenti!
    Cercherò di ricordarmela.
    Francesco.

  18. Ma il taoismo avversò certo il confucianesimo, però non lo escluse. Pensò che le regole erano necessarie per la disciplina dell’uomo giovane, se vogliamo un’amara necessità, ma pur sempre una necessità. La saggezza dell’uomo “vecchio” era questa astensione dall’azione ( che è sempre una modalità del fare), la comprensione della complessità della vita che si serve delle regole ma non è in esse. Socrate non era tanto per l’attivismo quanto per l’universalità dei mezzi del conoscere e del confronto, il concetto. Senza la quale universalità, non sarebbe comprensibile nemmeno quello che dice Lao-tzu. Per questo pensavo che se oltre alle sottrazioni mettessimo lo sforzo di definzioni in positivo ( non solo cosa “non è”, ma anche “cosa è” la politica e a cosa serve e se ne possiamo fare a meno), forse avremmo una possibilità in più.

  19. Posso correggere leggermente un’affermazione di Giuseppe Mariani circa il confronto delle due scuole di pensiero cinesi? A mio avviso non si trattò di avversione o di accettazione simulata. Si trattò, forse, di un certo qual “disinteresse” del vecchio Lao nei confronti del più lanciato Confucio e della sua linea se mi si passa il termine “interventista”.
    In fondo al taoismo non interessa per niente configurare un determinato modello statico di società, codificare per essa delle regole, stabilire dei valori ben precisi e delle scale di priorità.
    Non crede a simili convenzioni e, se proprio non se ne fa beffe, come minimo le ignora bellamente.
    Faccio questa precisazione perché, sempre secondo me, all’autentico taoista non interessa combattere, è una cosa che non ha senso, è sostanzialmente inutile. Se non dannosa. “L’uomo, quando si agita per fare, fa più male che bene, quindi, l’uomo saggio si agita il meno possibile”.
    In questo sta la tanto deprecata negatività del taoismo.
    L’uomo è considerato irredimibile.
    Dall’uomo c’è solo da fuggire.
    Mollare tutto e andare via. Lontano il più possibile.
    Cosa che il vecchio Lao, secondo la leggenda ripresa dallo storico Ssu-Ma Chien di 300 anni posteriore, finirà poi per fare facendo perdere definitivamente le sue tracce in groppa ad una vecchia bufala grigia..
    Io, per finire, che mi sento intimamente taoista nello spirito, credo, però, che se proprio non ha senso il “combattere” abbia almeno molto senso, moltissimo senso! il “resistere”.
    Grazie.
    Francesco

  20. Che dire?
    Basito dal dialogo dei grandi vecchi (su Francesco sono sicuro :-)), su Giuseppe aspetto conferma…
    Ovviamente grazie degli spunti e, per stare sulla loro “querelle” (senza averne le basi conoscitive…): e se il tutto, poi, fosse soltanto (mi hai detto un prospero, direbbero in Sicilia) cercare di capire/capirci sempre di più ascoltandoci (leggendoci, nel caso?).
    Thanks again.
    P.S.
    Ovviamente la mia sollecitazione iniziale rappresentava l’ala movimentista… quella che vorrebbe che le cose cambiassero, ma de bon!
    Ma, forse, hanno ragione loro.
    Io sarei, sempre e comunque, “borrelliano”: resistere, resistere, resistere.

  21. E vabbé, OK, d’accordo anch’io: ho solo dimenticato 2 resistere.

  22. Temo che sul cosa dovrebbe essere la politica potremmo trovarci tutti più o meno concordi.
    Il problema non è il dovrebbe essere, ma quello che la politica è diventata.
    Io personalmente sono arrivato alla repulsione totale, neanche i politici della mia parte politica mi soddisfano.
    L’ultima volta ho votato quello che mi pareva meno peggio.
    Non ve ne era uno che mi soddisfasse pienamente.
    Poi mi consolo pensando che neppure all’estero stanno molto meglio, infatti se fossi americano, pur pendendo dalla parte dei democratici, onestamente non saprei chi votare.
    Vedremo mai qualcuno capace di scaldarci il cuore???

  23. Complimenti innanzitutto a Graziano e Francesco per un apporto cosi’prezioso , motivo di tanti spunti e riflessioni.
    Il quesito è : meglio resistere o combattere ? ( fermo stante che il resistere – per la forza che impone – è una forma di combattimento ).
    In primis : credo tutti siamo concordi su quanto oggi sia luteolente la politica, cosi’ chiusa in sè stessa.
    Io penso dovremmo combattere ( non con armi et similia, sia chiaro ! ), ma non rimanendo passivi spettatori. Veramente partecipando; e, mai più come ora mi sovvengono struggenti le parole del caro Gaber chè..” la libertà non é uno spazio libero, libertà è partecipazione..”

  24. Giusto Lorenzo.
    Se mi permetti solo un bisticcio lessicale direi che prima ancora dell’intuizione gaberiana di ciò che sia libertà, bisogna che gli uomini recuperino il gusto di “voler essere degli uomini liberi” (che è una cosa faticosissima!). Io, ormai avanti negli anni, interrogo su questo argomento, proprio come l’antico Ateniese già citato, gli uomini che incontro e vedo che quando si arriva ad indagare sull”esigenza di “essere uomini liberi” ..si mettono a ridere.
    Peccato!
    E’ tutto.
    ……………………………………………………………………………………

    “Qual è dunque la società nella quale gli uomini si sentano veramente liberi e veramente operino?
    La risposta è venuta da Socrate, è venuta da Cristo.
    Non dalla società la quale circonda l’uomo viene la libertà; ma dall’uomo stesso.
    L’uomo deve trovare in se stesso, nel suo animo, nella forza del suo carattere la libertà che va cercando.
    La libertà è spirito non è materia.
    Il prigioniero, il quale potrebbe acquistare la libertà se chiedesse grazia al tiranno, e non la scrive, perché non riconosce nel tiranno e nei suoi giudici la potestà di giudicarlo, è uomo libero.
    L’eretico il quale potrebbe, con l’abiura, od anche, solo, colla dissimulazione, l’ebreo il quale potrebbe, facendosi marrano, salvare la vita, ed invece confessa la sua fede e cammina diritto verso il rogo, è uomo libero.
    Il pensatore potrebbe dichiarare nel libro apertamente il suo pensiero, purché nella dedica, nella prefazione e nella chiusa avvertisse che i principi da lui esposti si muovono in un campo terreno ed astratto e non infirmano l’osservanza dovuta ai precetti della religione dominante od ai comandamenti della setta che è padrona dello stato.
    Se non scrive la dedica perché sente che il suo pensiero mina appunto quella religione o il potere di quella setta e non la scrive, pur sapendo di correre il rischio di prigionia o di morte, quello è uomo libero.”

    Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale

  25. Con avversione intendevo semplicemente opposizione e dialettica critica. Taoisti e confuciani si confrontarono, come si conviene per la libertà del pensiero, ma, come ho tentato di sintetizzare, lo stesso taoismo non rifiutò le regole ma ne relegò la funzione ad un momento di disciplina “giovanile” dell’uomo. Penso si debba vedere la non azione taoista come un percorso “interiore” di saggezza più che un’astensione civile. Non mi pare quindi che si fosse molto lontani e ci sia la necessità di correzioni.
    Infatti, “resistere” mi pare sia anch’esso una forma di azione. Colui che resiste sostanzialmente riconosce la relazione in cui consiste l’individuo, resiste infatti a “qualcosa”, cioè agisce contro l’azione altrui. Si può essere taoisti per quanto attiene alla coscienza della complessità della realtà.Mi desta invece perplessità la convinzione della irredimibilità dell’uomo. C’è sempre qualcosa da fare. Il problema è che siamo “impazienti”.
    Se guardiamo indietro nella storia, alle nostre opere compiute, ci accorgeremmo che ancora l’uomo dell’inizio del secolo scorso viveva in una condizione di libertà meno ampia dell’attuale. E se andassimo più indietro, la cosa sarebbe assai più evidente. Segno delle fatiche e dei travagli di generazioni la cui opera è la condizione del nostro stato, il quale è premessa di ulteriore evoluzione. Quindi, sono d’accordo sul fatto che bisogna “combattere”, che lo si faccia in modo “interventista” o “resistenziale” col wu-wei non cambia. E del resto le due cose stanno normalmente insieme. Come si vede anche nello stesso pensiero di Einaudi sopra riportato del quale penso vada sottolineato un concetto fondamentale oggi completamente perso: “la libertà è spirito non materia”. Il principio è quasi alla lettera la lezione di Croce sulla libertà che è energia morale e non ripudia la “materia” che vede come oggetto della sua opera incessante, sia di azione che di “resistenza”, superando il dualismo di materia e spirito. Tuttavia, sappiamo che i tempi di quest’opera, della storia, non coincidono con quelli della vita individuale, ma non per questo le lotte di generazioni per la sempre maggiore libertà non conseguirono esiti. La nostra condizione dipende imprescindibilmente anche da quelle e dalle nostre dipenderanno le future, anche perché un esito perfetto, finale e non mutevole nella storia non è concepibile se non in un Giudizio universale. Quindi penso si debba “combattere” cominciando col definire…cos’è la politica.

  26. Vogliamo definire per assunto la politica come la capacità, l’arte di governare ?
    In questi anni è esistita quest’arte ?
    Non aveva ragione forse Max Weber , per cui in estrema sintesi mai la politica deve essere interpretata come un punto di arrivo per questioni d’opportunità personale , facendo uno splendido distinguo tra politici d’occasione e politici di professione ?

  27. Incomincio a dubitare del fatto che coi miei sprolocqui sui Massimi Sistemi, io stia dicendo cose nuove ed interessanti.
    Forse, il malsano gusto dell’inchiostro per l’inchiostro, mi ha preso la mano e se mi soffermo solo un po’ a rileggere ed a riflettere mi pare di vedere che, forse, sto ripetendo anch’io, insieme a Voi tutti, che la terra è… rotonda.
    I miei distinguo mi sembrano orientati a stabilire se “un uovo alla coque si debba rompersi dalla parte della punta o dalla parte più tonda” (Gulliver’s travels).
    Cose minime.
    A questo punto, da parte mia, ho ben poco d’aggiungere.
    Una volta superato (ed è un continuo superare!) il momento di scoramento che lo spettacolo della politica attuale offre ai nostri occhi, ci troviamo tutti d’accordo sul: resistere, agire, partecipare, intervenire. essere positivi e propositivi, disponibili al progresso e miglioramento dell’uomo, pur nella inevitabile precarietà dell’effimera nostra esistenza (Ars longa, vita brevis).
    Il momento non è né facile né bello. L’unica forma consolatoria sta forse nell’avvertire, in modo sordo, che, tra poco, sarà ancora peggio. (Un ballare sul Titanic)
    Nella “Vita di Apollonio di Tiana” di Filostrato (III Sec d.C.) sta scritto: “Gli dei conoscono ciò che sarà, gli uomini ciò che accade, i saggi ciò che arriva.”
    In momenti come questi siamo invitati a spremere la massima saggezza possibile dalle nostre esperienze, dal nostro sapere, dal nostro amore per gli uomini per intuire se quella nuvoletta oggi lontana all’orizzonte non sia l’inizio del tornado di domani e, perciò, non trascurarla e prendere, e suggerire di prendere!, fin d’ora i provvedimenti necessari, forse solo resistendo.
    Se non lo facessimo non ce lo potremmo perdonare un giorno e, peggio, non ce lo perdonerebbero i nostri figli e nipoti.
    Un resistente martire del secondo conflitto mondiale, torturato e fucilato all’età di soli 18 anni a Modena, Giacomo Olivi, lasciò questa sua ultima testimonianza: “Ricordate che tutto ciò che è successo è successo perché non avete visto. E’ successo perché non avete voluto vedere.”
    Capisco che la tentazione di salire su di una “vecchia bufala grigia” sia, ogni giorno, più forte, ma, poi, con che coraggio guarderemmo ancora due occhi di bambino che ci interrogano senza parlare?
    Ssu Ma Chien questo non lo dice.
    Purtroppo e, forse, meno male.
    Alla muta domanda risponda la nostra dignità.
    Grazie di cuore a tutti.
    Dal Vostro parlare ne sono uscito sicuramente un po’ più forte.
    Francesco.

  28. I filosofi mi tirano dentro per i capelli…
    Premessa doverosa: hanno ragione loro, non c’è nessuna alternativa a ragionare, su questi argomenti complessi, in termini filosofici.
    Ma, pur non amando quelli che parlano in continuazione del “partito del fare”, che anzi trovo insopportabili, è su questa sponda che io voglio stare in questo ragionamento.
    La struttura del blog mi/ci obbliga, ancora una volta, ad utilizzare solo toni bianchi e neri e non i, forse necessari, toni di grigio.
    Scuserete, ancora una volta, quindi, la forzata sintesi (che per altro costa più tempo dello scrivere per esteso tutto ciò che ti viene in mente…).
    Allora.
    Io parlo delle centinaia di migliaia di persone che “vivono” di politica.
    Parli di quelli che prendono direttamente uno stipendio per portare avanti, appunto, la politica del paese; quelli che, quasi orgogliosi, noi normali definiamo i nostri dipendenti (!): deputati, senatori, consiglieri regionali, etc. etc. Tutte persone che sono lì non per loro meriti bensì perché organici a qualche partito.
    Parlo di quelli che sono coinvolti con le loro attività; portaborse, uffici stampa, collaboratori, etc. Tutte persone che sono lì perché sono organici ai loro datori di lavoro. E anche qui il merito c’entra poco.
    Parlo di quelli che sono assunti in qualche ente che la politica (sempre quella sopra, centrale, regionale, provinciale o comunale) ha creato per sostenere e perpetuare se stessa nel tempo; incubatori, centri studi, enti inutili, etc. etc. Tutte persone assunte perché amici degli amici, quasi mai senza concorsi, e quando ci sono, truccati fin dall’inizio.
    Parlo di quelli che, pur formalmente privati, godono di benefici riflessi; organizzatori di convegni e mostre inutili, vincitori di bandi regionali e provinciali che danno, a pioggia, microfinanziamenti, normalmente di poche migliaia di euro (ma c’è anche qualche vergogna più grossa…) e che, ovviamente, in “qualche modo” devi pagare.
    E devi pagare, di solito, con il voto, lo strumento principe affinché queste persone possano continuare a gestire denaro pubblico e posti di lavoro.
    Mi fermo, ma io parlo di questa politica qui.
    Di quella che, a me, fa schifo.
    Che si contrappone ad un paese “normale” che fa una fatica enorme per andare avanti.
    Paese “normale” nel quale, peraltro, tutti quelli che non hanno, il ventisette del mese, uno stipendio fisso, passano la loro vita pensando agli incubi del futuro.
    E questo, peraltro, sarebbe un altro discorso ancora…
    P.S.
    Scrivevo mentre Francesco inseriva il suo post.
    Buona domenica a tutti.

  29. Ho l’impressione che l’Apollonio di Tiana-Filostrato fosse un po’ ottimista nell’attribuire ai saggi capacità divinatorie. Il futuro nessuno lo conosce perché bisogna farlo. Però, in un modo il saggio veramente può illuminarci: nel guardare bene nel presente con mente critica e con passione e scorgervi gli incunaboli di ciò che fermenta e potrebbe svolgersi. Insomma, se, vivendo immerso nel suo tempo, si sforza di capirlo anche con il necessario distacco che è partecipazione cosciente. Non tutti sanno vedere la complessità, affrancandosi dalle ideologie e dalla precostituzione causalistica della filosofia della storia. Cioè della storia con un fine da raggiungere immancabilmente percorrendo certi gradi prestabiliti. Se ricordo, all’epoca dei miei studi universitari, i molti e virulenti e appassionati dibattiti che si svolgevano, tutti sicuri di palingenesi immancabili, non sembrava che si stesse a soli vent’anni dalla caduta di un “muro” che avrebbe sanzionato la fine storica di quelle certezze. Si era prossimi a quella fine che non si voleva vedere criticamente nelle sue intime ragioni e anzi si insisteva con rinnovata energia come nei segni di reviviscenza del malato in vicinanza della morte. D’altra parte, se si rileggono le analisi che Pasolini faceva i primi anni 70 dei mutamenti sociali e della “omologazione”, che lo si approvi o no, a me pare che sapesse guardare nella realtà a lui contemporanea ciò che stava germogliando. Non che fosse un veggente, ma sapeva capire ciò che c’era. E pur sfrondandolo dei suoi errori e della sua passionalità romantica, marxistica e cattolica, mi sembra che oggi viviamo la piena maturazione di quanto seppe indicare. per quegli aspetti.
    Quanto al “fare”, personalmente sono anch’io insofferente al fare per il fare che è mero vitalismo, ma dal fare nel senso pieno dell’opera e dell’esecuzione del compito che ognuno ha a vocazione, per superare continuamente il difetto e il male che ci limitano, nessuno si può affrancare. Nemmeno l’anacoreta, perché anch’egli infine opererà contro un mondo che ripudia pur con risoluzione estrema, ossia contro un negativo che tuttavia c’è. Quindi, penso, non il fare “a tutti i costi”, ma fare bene, che è compito assai difficile e impegno di tutta la vita. Perché se non si fa, in questo senso, c’è sempre qualcuno che comunque fa e il nostro abbandono rischia di diventare complicità col mal fatto che non si è contrastato o contribuito a correggere con la nostra opera.
    Quanto ai “filosofi”, diceva appunto un nostro filosofo, tutti gli uomini usano le stesse categorie per pensare, perché il pensiero non è un’attribuzione professionale tanto meno dei professori. Filosofo dunque poteva dirsi colui che fra gli altri sa, meglio degli altri, portare a coerenza tutto il quadro. Ma in una coerenza che non è soltanto intelletto astraente e tecnicistico, bensì ragione ossia tutte le facoltà dell’animo, l’intuizione come il predicato, la passione e la dimensione pratica. Diciamo che il filosofo era un tempo un fratello vicino del poeta del quale portava a universalità la conoscenza sua dell’individuale. Il filosofo non è quello con la testa fra le nuvole che pensa continuamente il problema sommo, ma colui che guarda nel divenire le intime ragioni dell’operare umano, anche quelle che le scuole frigide riterrebbero irrazionali. Non si studia da filosofi, semmai si studia per insegnare filosofia, che è cosa assai diversa; così come non si studia per diventare poeti.
    Io sono d’accordo sul fatto che la politica sia l’arte del governare, ma per non rischiare una petizione di principio occorrerebbe qualificare anche il “governare”. Forse come l’opera che gestisce e porta a coerenza i molteplici e diversi interessi della collettività, mediando fra di essi per la loro soddisfazione negli equilibri possibili, preservando la libertà degli individui nell’uguaglianza nella diversità e quindi con metro di giustizia, perché l’uguaglianza umana non è quella matematica. E’ questa un’opera molto complessa che non può essere priva di idealità morale pur nell’inevitabile “sporcasi le mani” che l’autonomia della politica, insegnò Machiavelli, comporta. Ed è un’opera di tecnicità autonoma e molto rara. Si ha dunque ragione nel lamentare che la politica sia invece scaduta, in genere, a professione di piccoli trafficanti tattici di nulla capacità e coscienza. Ma questo è però un male da ascrivere a quelli, non alla politica e alla sua necessità.

  30. Qualche anno fa ho letto un bel libro di Salvi e Villone si intitolava Il costo della democrazia.
    Si diceva che l’Italia è il paese con il rapporto più alto al mondo tra abitanti e professionisti della politica.
    Venivano chiamati così quelli che come diceva Graziano prendono uno stipendio dalla politica: dal presidente della Repubblica giù giù fino alle comunità montane o ai consigli circoscrizionali.
    Bello il libro, interessante, illuminante poi però in concreto i due senatori durante il loro mandato non sono riusciti ad incidere in alcun modo su questi argomenti.
    P.S.: venerdì sul Corriere c’era un articolo di Claudio Magris sulla speranza, sarebbe perfetto come post riguardo al nostro resistere, resistere, resistere.

  31. Sì però ricordiamoci che, come diceva Cosimo il Vecchio, “gli Stati non si governano co’ e paternostri” e che lo Stato non è un’entità astratta al di là di noi e da ultimo è fatto come noi lo facciamo. “Resistiamo” pure ma senza cadere nella convinzione autoconsolatoria che i governanti siano peggiori dei governati.

  32. to: Giuseppe Mariani

    “Mmmm…just some little doubts about your last belief…”

    Francesco

  33. Non so se sia autoconsolatorio il pensare, da governati, che i nostro governanti sono peggio di noi. Pare che i loro comportamenti lo siano. Occorrerebbe, allora, creare un sistema di regole (da scrivere) per evitare che la naturale bramosia umana non ci faccia diventare, tutti, “libere volpi in liberi pollai” (Grazie James e grazie Ernesto). E, comunque, il buon Carlo l’aveva detto in tempi non sospetti: “o la rivoluzione o la barbarie”. La rivoluzione, temo, non l’avremo. La barbarie, purtroppo, l’abbiamo.

  34. In tutto questo splendido, costruttivo parlare c’è – purtroppo – l’algido filtro informatico… Sarebbe bello trovarci attorno ad un tavolo ( magari imbandito ) a discettare nell’immediatezza ….

  35. La storia è piena di evoluzioni senza rivoluzioni e senza che ne sia necessariamente coseguita la barbarie. Poi, a una rivoluzione succede normalmente un nuovo stato e quindi, a meno che non si fermi la storia, in quel nuovo stato, dovrebbe intervenire un’altra rivoluzione perchè si eviti la barbarie. E così via; ci sarebbero soltanto rivoluzioni. Marx fu utile per la metodolgia interpretativa della storia, ma come “preveggente”, mi pare che portasse tutta l’ipoteca della pesante metafisica tedesca di Hegel di cui era pedissequo scolaro, e con essa la concezione della storia a soggetto con un fine, propria della filosofia della storia.
    Quanto ai governanti e ai governati, capisco i dubbi che possono insorgere, però è pure necessario guardare la realtà e assumersi le proprie responsabilità, anche se individualmente ci si oppone e non si condividono le derive del Paese. A me pare che questa classe politica esista perché il Paese è così, non che il Paese sia così perché esiste questa classe politica.
    L’ipotesi prefigurata di incontro e di conversazione è senza dubbio piacevole; sennonché mi pare che viviamo in luoghi differenti, circostanza che la rende assai problematica.

  36. “L’ipotesi prefigurata di incontro e di conversazione è senza dubbio piacevole; sennonché mi pare che viviamo in luoghi differenti, circostanza che la rende assai problematica.”…

    Certamente, Giuseppe, è problematica ; però – mai – escluderla a priori : potrebbe essere un primo passo per iniziare a costruire in questo stravagante paese.

  37. In ogni blog che si rispetti, ad un certo punto, salta fuori l’idea di un incontro attorno ad un tavolo.
    Quindi, questo sta cominciando a diventare un blog che si rispetta…
    Se sarà, io ci sono.
    P.S.
    Naturalmente Francesco e Giuseppe li mettiamo in un tavolino a parte…

  38. Graziano, l’idea del tavolino a parte ( c.d. tavolo di sovrintendenza ) mi pare una buona idea; sono sicuro che Francesco e Giuseppe ( che assonanza austriaca !), siano d’accordo anch’essi per tale onore :).

    Non vorrei che, alla fine, la discussione aperta si riduca in un ” basta che se magna” ( che peraltro ben s’attaglia al tema della politica :- ).

    Ma, una tavola al maschile ??
    Come mai una cosi’sparuta presenza femminile, al dibattito ?
    Disinteresse per l’argomento ? State osservando o state pensando anche voi alla cena ( cazzarole e pigne le laviamo noi……almeno questo.. )

  39. non so se il mio contributo riuscirà a inserirsi nel dibattito che si è aperto tra di voi, ma
    mi sono sentita interrogata in qualche modo da Marina all’inizio di questa sezione.

    io penso che compito della politica dovrebbe essere quello di proporre e sostenere delle idee di comunità.

    penso che il nostro problema drammatico sia principalmente quello che molti di noi (noi prima di quei fantocci/vampiri che stanno al potere e approfittano dei nostri vuoti) non sanno più che tipo di comunità desiderano.. anzi troppi addirittura questo concetto neanche ce l’hanno nel loro orizzonte mentale.

    a me la politica infastidisce da molto tempo perchè, come dicevate anche voi, ragiona solo dentro uno schema negativo, secondo spinte che sono solo oppositive, se non puramente autoreferenziali (la politica per la politica, i politici per se stessi).

    e le idee non ci sono, e quando ci sono non passano..

    quando si dice resistere.. capisco il senso, ma poi mi chiedo resistere per arrivare a cosa? alla libertà, va bene, ma libertà di cosa?
    vorrei che parlassimo di come vogliamo provare a vivere insieme. conscia di quanto sia problematico inseguire i cambiamenti così veloci e profondi che attraversano il nostro quotidiano.
    e ritorno all’immigrazione: penso che sarà la questione politica più delicata e significativa che dovremo affrontare da qui in poi. e penso che nessuna società in giro per il mondo e l’europa abbia ancora trovato un’idea buona da esportare..

    ma se non voglio farmi prendere dall’horror vacui, l’unica cosa che mi viene da fare è mettermi a pensare a situazioni quotidiane di comportamenti ,atteggiamenti che abbiano prodotto qualche cosa di buono. mi viene da ripetere questi gesti per vedere se riesco a produrre qualche cosa di buono anche io. e allora mi rinasce la speranza che allargando un certo modo di agire, possa nascere una nuova idea condivisa di convivenza, che allora potrebbe assurgere a “status” di proposta politica, e cominciare a diffondersi, forte del fatto che delle persone l’hanno già sperimentata e autorizzata.

    temo solo che il tempo per far salire a galla pratiche ed esperienze sarà un pò troppo lungo.. ma non vedo in giro ideologie e proposte così forti (a parte quella del denaro) da essere ancora in grado di coinvolgere e convincere il nostro occidente disilluso..

  40. Brava Federica, hai intinto il pennino nel calamaio della chiarezza.
    A che libertà vogliamo arrivare ?
    Penso alla libertà di essere non solo ospiti votanti( e paganti ), ma di potere partecipare più attivamente al di fuori delle logiche di conoscenze, amicizie, inciuci.

    Io non credo, a dispetto di molti, che oggi questo NON sia un paese libero ( diversamente non saremmo qui a discettare amenamente ): siamo, come dici tu, un paese amareggiato, affossato, disilluso. Credo anche sia un sentimento rimasto più o meno in nuce per lustri e, con il tempo, venuto a galla con prorompenza.

    Tu parli di politica dell’immigrazione, ad esempio
    Vero: il problema è europeo, ma, guardando nel nostro orticello, non è che qualche piccolo, grosso sbaglio lo abbiamo fatto anche noi, con un’accezione buonista dell’immigrazione, sempre tollerando gli altrui costumi e difficilmente insegnando quale sia il rispetto bilaterale tra diverse culture ?
    Non è, appunto, che una buona politica integrativa è data dallo sforzo di spiegare che vanno accettate regole, valori, modi usanze da secoli facenti parte dei nostri costumi ?
    In questo abbiamo sbagliato : in una logica spudorata dell’accoglienza diseducativa, ergo : benvenuto, fai quello che vuoi o quasi , fregatene di quanto si fa qui… il tutto per racimolare voti ?

  41. Pensavo di essermi elegantemente defilato con il mio post elusivo delle ore 14.55 di domenica
    Questa del buttare “la palla in tribuna” la riconosco come una mia pessima abitudine che appare quasi in ogni discussione in cui finisca per venirmici a trovare.
    Ad un certo momento, cioè, avverto come se si fosse giunti, parlo di me e del mio parlare, ovviamente, ad un punto di stanca e mi sembra che i discorsi incomincino a ruotare intorno a sé stessi autoalimentandosi di parole e concetti sempre più lontani e dispersi tra loro.
    Galassie in allontanamento.
    Parafrasando, forse un po’ a sproposito, il parlare di un giovanotto che tutti conosciamo: “Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’ incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome” si può dire, parimenti, che spunti di grossa iniziale domanda di definizione, si diluiscano poi, a forza di parole su parole, in un delta composto da una miriade di rigagnoli tanto che c’è da chiedircisi se mai tutti quei vasti pantani acquitrinosi prossimi al mare, furono un tempo l’iniziale torrentello che inseguimmo affascinati quando lo vedemmo sprizzare esitante dalla sua sorgente primigenia per poi divenire, nell’aperta pianura, un maestoso navigabile fiume.
    Forse è giusto che così debba essere, forse è l’umana condizione del faticoso confronto tra esseri che non furon fatti per essere come bruti, che conduce il procedere con tale inevitabile scansione di atteggiamenti e direzioni diversificate.
    Forse, ancora, è la mancanza di qualche esperto idraulico che tracci un minimo di percorsi e incanali i rivoli riportandoli ad alvei unitari per evitare il disperdersi scombinato delle acque.
    Forse, ancora, potrebbe essere proprio il punto da cui, una volta riversati tutti i nostri tesori di conoscenze di cui eravamo gelosi possessori su di un comune tavolo in un comune mucchio, si possa fare un lavoro di cernita scartando, come i pescatori, dalla rete i pesciolini piccoli e quelli dannosi o inutili, ributtando in acqua le femmine gonfie di uova e trattenendo solo i pochi pesci riconosciuti necessari alla nostra sopravvivenza.
    Scusate il pistolotto col quale non so se son riuscito a farmi capire adeguatamente
    Non ditemi ora con Ennio Fraiano: “Se ora ci fai anche un esempio, finiremo veramente per non capire niente!”
    Lo faccio forse, come dice Graziano, solo più per far capire a me stesso, con le mie parole esplicitate, il mio pensiero.
    Io navigo ormai nell’ordine dei 72 anni come il nostro premier, anche se Lui, o meglio, lui, è molto più giovane di me.
    (Piccolo incisino: Giuro che non lo invidio per niente, deve essere faticosissimo fregare anche l’anagrafe!)
    Dicevo quindi che da parecchio tempo ho trovato necessario il fare una distinzione precisa di concetti in materia tanto complessa quale quella che forma oggetto del nostro parlare.
    Mi spiego: dire “La Libertà” è cosa diversa dal dire “Le Libertà” e, di più, dire “Uomini Liberi” è ancora cosa ben diversa dal dire “Uomini che vivono in regime di Libertà”.
    Premetto che io no ho TV, (siamo in 7 in tutta Italia) e non ho neanche automobile (e qui, invece, siamo solo in 4 ma l’unico che è presente in entrambi i gruppi sono io) però ho un apparecchio radio e dirò che ho sempre sorriso quando gli stessi esponenti che mi capitava di sentire per radio della “Casa Delle Libertà” che credo crollata per cariche di auto-demolizioni controllate come i palazzoni di Punta Perotti di Bari, la definivano, sbadatamente, credo, come: “Casa Della Libertà”.
    Posso fare un aggancio storico a Benito Mussolini ovvero al “secondo più grande statista che l’Italia abbia mai avuto?”
    Bene, sento che posso, allora il Primo Cavaliere un giorno richiesto di dire il Suo, (meglio, il suo), pensiero sulla Libertà, appunto disse queste illuminanti parole: “La Libertà? Non esiste. Esistono: Le Libertà. Agli uomini noi permettiamo delle libertà, forse intendendo con questo dire che , prima del 1922 gli uomini, invece si prendevano delle Libertà.”
    E’ vero, perdio: si concedono tante piccole Libertà e a volte persino Obbligatorie! (Giorgio Gaber).
    Non è mai stata una Casa della Libertà quella demolita per fare spazio al Popolo delle Libertà (appunto) dove tutti i rappresentanti del popolo che vi confluisce hanno delle proprie piccole Libertà sufficienti a gestire il “proprio paticulare” ma dove nessuno è sostanzialmente Libero e tutti sono a Libro Paga di un unico Padrone.
    Per primi quelli proprio che dovrebbero essere i più liberi in assoluto: i giornalisti. (Ecco perché l’unico spazio per respirare ancora un po’ di Aria Libera, per ora e non so per quanto!, rimane solo la Rete!)
    Nella prossima puntata, invece, cercherò di spiegare perché sono leggermente contrario all’idea dell’incontro.
    Non ora, che al mio orologio l’ora tarda, appunto, mi impone il riposo. Sono le due del mattino. Buonanotte a tutti e grazie.

  42. Spero, non sarà, Francesco, l’avversione ad una tavola rotonda amicale dettata da rimpianti anagrafici ! Io che ho ben 44 anni, non per questo ho sempre piena connessione tra neuroni :).

    A parte ciò, continua a buttare la palla in campo : trattenerla oltre la tribuna che senso avrebbe ?

  43. Sì, credo che il nostro Giuseppe Mariani sia colui che, tra noi, possiede le maggiori capacità di cogliere l’insieme e, quindi, condurre a sintesi vagolari a volte scombinati.
    Di ciò personalmente lo ringrazio.
    Uomini siffatti sono preziosi.
    E così, sempre il Mariani, ha colto bene ciò che può complicare un po’ il quadro del cercare di ritrovarcisi attorno ad uno, o più, tavoli.
    Ed è appunto questo l’argomento che avevo preannunciato come prossimo nella chiusa precedente.
    Sicuramente, provenendo da direzioni e distanze diverse, potrebbe risultare problematica la realizzazione dell’incontro.
    Io, già per non parlare di me, avrei qualche mia particolare difficoltà che ora non sto a dire.
    Ma ciò che maggiormente mi frena è una riserva mentale di ordine metodologico che cercherò di spiegare.
    Una volta riconosciuto il dovuto omaggio alla pragmaticità sospinta incessantemente dal vento giuseppineo, per altro ben avvertibile in tutti gli interventi fin qui succedutisi, devo ritornare, attenti! lo dico, sì lo dico: “un attimino” a Graziano.
    Sarà ancora trendy dire “attimino” o, nei nostri tempi, va solo il rispondere con un “Assolutamente sì!” quando un solo Sì già basterebbe? (cfr. Matteo 5, 37)
    Allora Graziano: un pessimo e, contemporaneamente, geniale individuo, che ebbi la fortuna di poter frequentare per un tratto di vita, essendo stato mio diretto responsabile presso una multinazionale in cui ci trovammo entrambi ad operare circa 4 lustri orsono.
    Lo potremmo vedere, si parva licet, (nisi licet etiamque!), come il professore protagonista del film: l’Attimo Fuggente.
    In un certo senso, il Nostro, quale dirigente d’azienda “sui generis” aveva, infatti, deciso, a suo totale rischio e pericolo, di indossare, sull’abito del manager, il venturoso mantello del formatore di uomini, funzione notoriamente posta, oltre che ai massimi livelli di dignità, anche di pericolosità, e ciò per chiunque ed in ogni epoca.
    Un innovatore che alla pari del professore interpretato da Robin Williams, in un mondo che mal tollera slanci quando si appalesino come autenticamente riformatori, si scontrò con la realtà del conservatorismo consolidato dell’Accademia Welton da me, in quel tempo frequentata in vesti di allievo.
    Inevitabile che il nostro Mr. Graziano Keating, alfine, ne uscisse, iniziando quindi a passare di scuola in scuola, fino a quando non arrivò a comporre un suo proprio Giardino filosofale, ma, e qui arrivo alla sostanza, sempre portando con sé l’imprinting del fuoco sacro circa la necessità del “fare” e sospingendo a “far fare” tutti coloro che venivano a Suo contatto
    Ora non mi sorprende il ritrovare il mai sopito attivismo, nel perceire del Nostro che è il momento di conferire maggior concretezza a ciò che fino ad oggi è stato solo un innocuo scambio di e-mail.
    (Per bontà sorvolerò sulla ruffianeria a giustificazione del tavolo, vera captatio benevolentiae, passata sotto mentite spoglie di convivialità.)
    Io, molto più taoista dell’amico confuciano, credo meno, come già dissi, al procedere secondo rigorose scansioni di continui risultati da raggiungere, pur conscio dell’assoluta necessità di arrivare, comunque, ogni mese, alla quarta settimana.
    Credo, almeno per cose minimali al pari delle nostre, a momenti di coagulo, che, spontaneamente, nascono ed altrettanto spontaneamente, raggiunto un loro imperscrutabile punto di densità, processo che dagli dei non è dato ai mortali di forzare più di tanto, inspiegabilmente si esauriscono nonostante qualsiasi sforzo si faccia.
    Gli arcieri dell’antico Giappone quando tendevano i loro “long bow” a due braccia stese, sentivano che la freccia, ad un certo momento, e solo in quel preciso incodificabile momento!, aveva raggiunto la necessaria consapevolezza per andare autonomamente al bersaglio.
    Ed ecco, che, proprio allora, l’arciere, rapidissimo, “coglieva l’attimo fuggente” ritraendo il pollice.
    La freccia volava al suo destino e non si capiva se, non fosse stato il bersaglio stesso ad indicare all’arciere, il momento in cui concorrevano tutte le condizioni necessarie di percorso, di vento e di tensione per essere colpito.
    Credo che nel Tao Tè Ching tutto questo sia già stato detto ed anche molto meglio di quanto faccia il mio balbettare.
    Il mio suggerimento quindi è: continuiamo pure i nostri piacevoli conversari lasciando che un direttore occasionale orienti il nostro andare.
    Questa la mia idea, e poi, Vi dirò che da parte mia nulla in più di quanto potrei ancora portare: avevo solo quattro o cinque cartucce e le ho già sparate tutte.
    Ora potrei solo essere io stesso bersaglio esattamente come lo furono i cavalleggeri del generale Custer che a Little Big Horn, dopo aver mandato un paio di guide indiane per valutare “de visu” la consistenza numerica degli Oglala di Crazy Horse, sentirono, al ritorno, questi dati sconfortanti: “Sono molti, molti di più dei vostri proiettili”.
    Grazie.

    P.S. L’accenno al binomio Francesco-Giuseppe di lontano rimando Austro-Ungarico, mi fornisce l’occasione per dire che già io, figlio di mamma appartenente ai possedimenti di Cecco Beppe, fui condotto alla fonte battesimale col doppio nome di Francesco Giuseppe e come tale risulto ancor oggi all’anagrafe.
    Un Austria quella, che si diceva ancora Felix, leggermente diversa, comunque, da quella che sembra, ahimè, risorgere dalle attuali recenti urne.
    Ri-ahimé!
    Ciao a tutti.

  44. Mi ero interrogato anch’io sulle ragioni dell’esiguo concorso femminile al dibattito sulla politica. Infatti, oltre un certo limite, non credo che “l’omogeneità” del consesso ( pur strumentalmente utile) possa giovare, perché contrasta con la realtà che è fatta di uomini e di donne.
    Per parte mia, concordo con il discorso svolto dalla Signora Federica, che mi pare colga un aspetto sostanziale evitando il rischio di un eccessivo tecnicismo analitico. Rivendicando alla politica il compito di disegnare, nella realtà, idee di comunità, mi sembra che l’interlocutrice tocchi il problema della capacità strategica e costruttiva che il vero politico deve avere e che anch’io cercavo di segnalare quando ho parlato di idealità morale. Noi siamo abituati a vedere la politica ridotta a più o meno abili tatticismi, a uno strumento che non serve ad alcun fine e che è alla portata anche di individui mediocri. Il vero politico, invece, non può certo prescindere da quelle tattiche (perché la pluralità degli uomini e dei loro interessi e delle forze in campo è molto varia), però le piega a una strategia etico-politica. Restando nell’esempio fatto, egli non può negare l’evidenza di fenomeni della sua epoca, come l’immigrazione, che pertengono a una fase storica e non sono disciplinabili soltanto con gli strumenti di polizia, e dovrà necessariamente disegnare una strategia realistica che proietti un nuovo stato di convivenza, cioè che governi un cambiamento in atto. Questo non si fa oscillando fra gli estremi astratti del laissez faire meramente “buonista”, come si è giustamente detto, o con la “faccia feroce” del solo impiego della forza. Cavour fu abilissimo nella gestione tattica, ma aveva un disegno etico-politco al quale essa serviva e che era sensibile alle esigenze imposte da un cambiamento dei tempi non arrestabile. Tanto che, quando quella strategia parve fallire con Villafranca, un politico consumato come lui ne fu sconvolto e meditò azioni inattuabili, come la continuazione della guerra da parte del solo Piemonte, e anche il suicidio. Segno dell’esistenza di una “passione” etico-politica , di strategia, oltre che di fredda callidità. Loro ce li vedono gli attuali sedicenti politici, non dico a meditare il suicidio, ma a saper capire la necessità di cambiamento e concepire un disegno di “convivenza”, cioè un nuovo assetto? Si può dire che, a prescindere dalle convinzioni politiche di ognuno, De Gasperi fu un politico che in un momento rifondativo difficilissimo ebbe una strategia complessiva e non solo tattica da conventicola.
    Condivido quindi gli argomenti della Signora Federica perché permettono di capire qual è il difetto sostanziale della cosiddetta politica che si fa oggi, e quale dovrebbe essere lo statuto della vera politica.
    Però, aggiungo pure che la carenza lamentata dipende dalla qualità umana che un Paese in un certo momento della sua storia, è in grado di esprimere.
    Mi pare, inoltre, molto acuta l’osservazione circa la libertà al singolare e le libertà al plurale. La libertà, infatti, non è aggettivabile per singole attribuzioni empiriche. Ad es., si diceva, in una certa epoca, “libertà sessuale”, con espressione che comportava una certa ambiguità. Perché non era il “sesso” ( che è solo una forza vitale) ad essere più libero, bensì la persona che con più matura libertà gestiva – e quindi, se del caso, “governava” – in modo migliore sé stessa anche in questo campo. Se è vero dunque che, come si ricordava di Einaudi, la libertà “è spirito, non materia”, il partito non può essere “delle libertà” al plurale, ma “della libertà”. Infatti, le elencazioni per quanto lunghe siano, limitano; più sono comprensive di casi particolari, più escludono. Questo è noto al buon senso prima che alla logica e al diritto. Detto questo, però, occorre evitare anche il pericolo opposto di vedere una libertà astratta e assoluta che non ha ricetto nelle cose terrene e che, essendo in questo modo inconseguibile nella sua totalità in ogni istante, ci lascerebbe sempre con l’impressione amara di non essere mai liberi. Anche Croce, che prima di Einaudi pensò quel concetto di libertà, precisò che la libertà si deve, poi, concretare nelle libertà nel particolare effettuale. Ma il principio unificante era appunto nella libertà, non nei particolari in cui, comunque, ogni principio si attua.

  45. Sugli ultimi due post, una sola parola: chapeau.
    Su quello di Francesco aggiungo: embarassé.
    E, forse, touché.

  46. Ho controllato.
    Mi permetto quindi “pierinamente” di insistere: almeno da Internet , la CASA di allora che rappresentava in pectore il Partito stesso pare proprio che fosse: “DELLE LIBERTA’.
    Pluralissimo!!!
    (Come è giustissimo e fu giustificatissimo, per Dio!!!)
    Chiedo scusa.

  47. Era proprio così; l’ho dato per scontato. Mi ricordo che quando fu introdotta la denominazione “delle libertà”, notai subito l’incongruenza e l’ambiguità del plurale di cui ho parlato sopra.

  48. Ma……………
    A parte i pluralia maiestatis del caso, e, lasciando da parte le varie casedelleliberta-piddi’-picci- iddivvi’-( da leggersi sull’aria del compianto Rino Gaetano, che probabilmente fu buon profeta )..
    Ma……………
    Tutto ciò premesso, perchè oggi i giovani hanno rispetto ad un tempo questo disinteresse per la politica ?
    Vedono tutt’altro nella vita, quasi fosse un videogame ove ricavare il massimo punteggio nel minimo tempo possibile, non vedono nulla, vedono meglio di noi ?

    Io- classe’64- ricordo molte pulsioni giovanili verso la politica : lo studiarla, il cercare d’avvicinarsi.
    Sentimenti – i miei – condivisi da molti.

    Erano forse tempi in cui eravamo noi”poveri ma belli”, meno distratti da troppe innovazioni che hanno sopraffatto in un pugno d’anni la nostra società massificandola ed appiattendola ?
    O abbiamo avuto la (s)fortuna di respirare quella voglia costruttiva giovanile ben lontana da certe proteste odierne molto chic , ma tutte chiaccheracce, tipo girotondi ed altre amenità griffate?

    E, per il momento, per me la notte procede ancora un po’… e buona nottata a voi !

  49. Credo che i giovani oggi non siano nè meglio nè peggio dei govani di ogni tempo.
    Forse è cambiato il panorama che li circonda.
    Negli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 (io sono del 67) c’era l’esempio delle generazioni precedenti, 20 anni prima ci si sparava casa per casa, l’Italia era in guerra(dalla parte sbagliata oltretutto).
    Però con lo sforzo di tutte le parti sociali e politiche il paese era stato ricostruito, vero è che al governo c’era la DC, partito conservatore e molto più di destra di quello che sembrava., però un partito che era in grado di collaborare con il vecchio PCI.
    Poi i giovani che hanno scelto di resistere, di fare la rivoluzione, e mi riferisco solo a chi la rivoluzione l’ha fatta senza sparare un colpo, gli altri li ha già condannati la storia,hanno sostituito la vecchia classe dirigente, i vecchi politici (ricordiamoci del “colpo di stato” dei giovani di Craxi ai danni del vecchio Mancini).
    E poi ?
    Poi sono diventati peggio dei vecchi politici, si sono trasformati in casta.
    Quelli che una volta sedevano sulle barricate oggi siedono sulle poltrone più importanti, direttori di giornali, telegiornali, segretari di partito e via dicendo.
    Il turn over è bloccato, presa la poltrona non la lasciano più, rinnegando tutto quello che andavano predicando.
    Ecco perchè i giovani che oggi si affacciano alla politica la vedono come una professione, come una via al successo.
    Questo è il panorama che li circonda, questo l’esempio che gli è stato lasciato.
    Non diamogli colpe che non hanno.

  50. Il post di stefano, con i vincoli imposti dal blog, e con qualche forzatura, mi pare condensi abbastanza bene la situazione attuale rispetto alla problematica: “perché i giovani non si interessano di politica”.
    Introduce, però, altre domande.
    Premesso che se la politica, come abbiamo detto, fa così schifo mi sembra una scelta corretta il non avvicinarsi io mi domando: ma perché non la “combattono”, allora, questa politica?
    Ma questa domanda ne chiama, subito dopo, un’altra.
    Come potrebbero fare a combatterla?
    In altre parole, visto che la lotta, trentanni fa, li ha già portati, quelli che ci hanno provato, ad “essere condannati dalla storia” (come scrive giustamente stefano), quali “armi” hanno, oggi, quelli che non ci vogliono stare?
    Aggiungo un carico da novanta, anche qui un po’ forzato, ovviamente.
    Quando eravamo giovani noi (io sono del ’52 e quei giovani “condannati dalla storia”, e quel periodo l’ho conosciuto e l’ho vissuto…), la nostra aspettativa di vita era più positiva di quella che hanno i ragazzi d’oggi.
    Un solo esempio, su un argomento centrale: il lavoro.
    Quando mi sono diplomato io, perito meccanico, nel 1971, a Milano, ho ricevuto una decina di lettere di aziende manufatturiere della zona che mi proponevano un colloquio di assunzione.
    Oggi la situazione la conosciamo bene (non i politici, e dai…).
    Eppure a quei tempi, nonostante quel portato di “buona aspettativa”, molti (troppi) giovani avevano individuato quella situazione come pre-rivoluzionaria.
    E oggi?
    E chiudo con quella che, a mio parere, sembra la questione centrale.

    La sinistra si deve domandare, oggi, che cosa vuol dire costruire una politica di sinistra per questi anni.
    Questa domanda la destra può fare a meno di porsela; le basta seguire gli istinti umani (bisogno di retorica, italianità, protezione del proprio particulare, sopravvivenza, individualismo, razzismo insito in ognuno di noi, desiderio di arricchirsi, bisogno di sicurezza, etc. etc.) per prendere/conservare/aumentare il suo potere.
    Ma la sinistra no!
    Deve proporre una politica diversa, più difficile, senza dubbio.
    Ma è proprio qui il problema.

  51. ..c’era una volta una sinistra rigogliosa, costruttiva, volitiva.
    Oggi non esiste più : chiuso, closed, geschlossen.

    Sembrerebbe che oggi la sinistra abbia maggiore fatica a fare politica, in affanno costante a differenza di quei tempi.

    Ma, non ha qualche ( grossa ) colpa, la sinistra ad essersi placidamente involuta su sè stessa ?

  52. Beh, Lorenzo.
    Se rileggi il mio post che precede il tuo la risposta ce l’hai.
    La sinistra ha una grossa, e principale, colpa (e non solo in Italia, bada bene, con l’eccezione della Spagna, però…): aver inseguito la destra sul suo terreno, quello che ho messo tra parentesi nel post citato.
    La colpa è rinunciare a costruire una politica di sinistra moderna.
    Sarò ancora più chiaro.
    Una politica di sinistra moderna (almeno quella che ho in testa io, ma non solo io, e non è questo il luogo né il momento per parlarne) è, almeno nel breve tempo, PERDENTE.
    Anzi, sicuramente perdente, perché deve convincere una massa di persone “naturalmente e strutturalmente” di destra (anche molti di sinistra sono “naturalmente e strutturalmente” di destra…) che inseguire gli istinti naturali dell’uomo non può portare che, come diceva in un post precedente luca b., alla “barbarie”.
    Questa politica dovrebbe porsi, quindi, obiettivi di medio-lungo periodo (risparmio la battuta di Keynes…).
    I politici di sinistra si pongono, invece, l’obiettivo di vincere; inseguendo, così, la destra sul suo terreno.
    Dove, però, oltre che essere più brava e spregiudicata, ha gioco più facile.
    Io penso, in conclusione, che sia più importante curare “la qualità del gioco” (definire la politica della sinistra moderna) che essere “ossessionati dal risultato” (vincere le elezioni inseguendo la destra sul suo terreno).
    Ma qui il discorso di allungherebbe e si complicherebbe ulteriormente…

  53. Analisi perfetta, splendida.
    Bravo Graziano.

    Per complicare le cose, oggi come oggi, quale potrebbe essere la qualità del gioco per la sinistra?
    ( é una domanda a cui non so rispondere, giuro !)

  54. Bella domanda!
    Federica, Francesco, Giuseppe, Marina, Paola, Walter (no, Walter è meglio di no…), aiutoooooooo…..

    P.S.
    Penso che, se Marina vorrà, potrà aiutarci.
    Penso, anche, che lei sappia come.

    P.P.S.
    Fuori dagli scherzi; è evidente che il problema è grosso e che, gira e rigira, si torna ancora all’inizio del nostro discorso.
    Non è assolutamente possibile per nessuno di noi, nemmeno se utilizzassimo la rete nel modo più fantastico possibile e avessimo le risorse necessarie a disposizione (persone, denaro, tempo) incidere realmente su questa situazione incancrenita e marmellatosa della politica italiana.
    Possiamo solo permeare :-)
    Potremmo anche scrivere (ragionando, organizzando le idee, confrontandoci tra di noi, allargando il numero dei partecipanti, etc.) un decalogo della nuova sinistra ma, ripeto, sarebbero sempre esercizi fini a se stessi; per la carità, importanti, che ci arricchirebbero, ma che non cambierebbero le cose (torniamo sempre lì…).
    Perché le cose le potrebbe cambiare, nella situazione odierna, solo la politica.
    Berlusconi, ovviamente in modo negativo, per me, l’ha fatto.
    Ma ha dovuto fondare un partito, presentarsi alle elezioni, vincere, perdere, rivincere.
    Forse dobbiamo “rassegnarci”, per certi versi, e appoggiarci alle grandi menti.
    Quindi:
    Nella vecchia Russia in un isolato cascinale disperso nella sconfinata steppa, viveva una famiglia patriarcale di contadini con pochi o nessun contatto col mondo civile lontano.
    La scuderia che ospitava una cavalla, unica ricchezza della famiglia, una sera, per sbadataggine, rimase aperta, e il mattino seguente, ci si accorse che era vuota.
    Subito, gli uomini che erano usciti per avviarsi al lavoro nei campi, rientrarono in casa con grande disperazione; solo il vecchio seduto in disparte vicino al focolare scuoteva la testa con aria meno tragica degli altri.
    Vedendolo si dissero: “Il vecchio forse non deve aver afferrato bene la situazione”.
    Il vecchio, invece, che, attentissimo, aveva ben udito le battute nei suoi confronti, si permise di dire: “Non abbattetevi troppo perché, magari, quella che ora sembra essere la nostra sfortuna, potrebbe essere, domani, proprio la nostra fortuna..”
    Ciò non servì più di tanto a risollevare lo spirito generale, e tutti, quel giorno, finirono per avviarsi particolarmente sconsolati alle loro solite occupazioni.
    Al mattino dopo un insolito e festoso nitrire che proveniva dalla scuderia svegliò, anzitempo, gli uomini i quali, accorrendo, furono felicissimi nello scoprire che non solo la cavalla, nella notte, era tornata, ma si era portata al seguito un compagno che, per amore, aveva voluto seguirla.
    Rinchiusero subito ben bene la scuderia e corsero in casa a comunicare la bella notizia.
    Nella gioia generale il solito vecchio se ne rimaneva appartato scotendo la testa e alla domanda del perché non esultasse come tutti gli altri disse: ” Non credo che sia il caso di gioire più di tanto perché magari la fortuna di oggi potrebbe quanto prima rivelarsi una sfortuna domani”.
    Un po’ perplessi, gli uomini si avviarono, come al solito, verso i campi.
    Il giorno dopo dei messi dello Zar giunsero con un bando di chiamata alle armi circa la guerra che da anni si combatteva su lontani fronti: “Ogni famiglia che possieda cavalli dovrà contribuire alla guerra oltre che coi cavalli stessi con un pari numero di uomini in età di combattere”.
    Una rapida conta in scuderia da parte dei messi determinò che per due cavalli ben due figli maschi si sarebbero dovuti preparare ad una partenza il cui ritorno non si profilava sicuramente tra i più certi.
    In mezzo al coro di lamenti che si levarono in casa non si era unito il vecchio che, come al solito, invitava a non disperare più di tanto perché nessuno poteva dire “se ciò che ora appariva una sfortuna non si fosse tramutata un giorno nella loro fortuna”.
    S’incominciò a sperare che il vecchio, avesse proprio ragione.
    Dopo pochi giorni dalla partenza dei due, fu firmata un’improvvisa ed inattesa pace e la famiglia esultante si trovò a festeggiare un ritorno insperato di uomini, cavalli e, come se non bastasse, di denaro in una misura tale superiore a quanto non ne avrebbero ottenuto in tutto un intero anno di lavoro.
    Solo il vecchio, seduto in disparte, vicino al focolare, scuoteva la testa..

  55. Parlo da vecchio rintronato e rimpannolonato; quindi non datemi retta.
    Credo, ripeto, credo, che forse, more or less, stiamo ancora troppo bene.
    Vediamo a ruota libera:
    – Gli alberghi son pieni e già ben prenotati da tempo (se no non si trova!) e ciò ad ogni mezza sega di “ponte” lavorativo o anche solo guado.
    – Le spiagge marine e lacustri sono ricolme per ogni estate che Dio manda in terra ed il tutto alla facciaccia dell’ombrellone sempre più caro.
    – Le seggiovie, cabinovie, sciovie, ovovie, tuttovie sono strafrequentate nelle settimane bianche ed anche in quelle nere e magari pure maleolenti.
    – Le autostrade risultano intasate in ogni ora e stagione da chi si fionda verso i tipici ristoranti tipici (e se aumenta il pedaggio a me che me frega: tanto c’ho il TELEPASS!)
    – Le discoteche e gli stadi sia per il calcio, sia per i concerti, sia per qualsiasi altra c……….. si rinnovano ad ogni stagione e si ampliano ad ogni scudetto.
    – Le linee aere di compagnie di bandiera o di mutanda offrono condizioni all inclusive verso paradisi esotici caraibici o polinesiani che sarebbe da veri coglioni il non approfittarne! (E poi, pare che, là si scopi come dei grilli e pure agratis o pochi euri!)
    – Il commercio della droga leggera, meglio pesante!, è fiorente e scopre ogni giorno nuovi canali d’arrivo e nuovi consumatori da raggiungere e magari da mandare…al creatore o in galera.
    – Il mio telefonino dell’anno scorso lo tengo nel cassetto per ricordo perché mi vergogno ad usarlo, però ne ho sempre in tasca altri due del 2008 e uno è un IPhone (Però che figo “laifon” !).
    – Ho dovuto metter un televisore, piccolo però, anche nel cesso perché se no mi perdevo il Grande Fratello proprio quando lui je stava a zompà addosso….(che praticamente con le finte liti è la cosa più interessante della trasmissione!)
    – Ed, infine, i portafogli è bel gonfio sulla tasca del culo, (solo per l’argent de poche però), perché per tutto il resto c’ho la Credit Card , meglio: le Credit Cards
    Le pensioni dei nonni, (fin che ce ne saranno ancora di nonni, ma, ancora più, di pensioni!) ci fanno superare allegramente la quarta settimana che risulta irraggiungibile solo da parte di quattro disgraziati pezzenti che non contano uno stra-beatissimo c…….
    …………………………………………………
    Il sig. Graziano Filostrato continui pure a masturbarsi con sue paranoie sui disoccupati. Le sue scassa-cassandrate non riescono più neanche a far incazzare gli Emili Fede e a far sorridere di commiserazione i melliflui Bruni Vespa. (A suo tempo comunque sistemeremo anche quella bocca da menagramo!”).
    Insomma:
    “ALEGRIA!! TUTTO VA BEN SULLA NAVE A QUATTRO CIMINIERE RITENUTA INAFFONDABILE!”
    “Ed ora, maestro, a grande richiesta un valzer lento “esitation”. Prego: Tutti alle danze!” C’est tout.
    …………………………………………
    (Perché cambi c’è solo da sperare che qualcuno, una sera, dimentichi di chiudere la la porta della scuderia).

  56. A Francè,
    facciamo pero’ a capirci :

    la gente c’ha il cellulare stereofonico, la vanno in vacanza a Sharm con la stessa disinvoltura con cui io andavo a L’Aquila o a Porta Romana , vive con la logica ( ripesco sempre Rino Gaetano) dello “spandi spandi effendi “…

    Però… dietro che c’è ? La mostruosità del credito al consumo, che mi sta bene per i generi di 1^necessità ( devo rifarmi la cucina, cambiare l’auto e sono al verde…); un po’meno bene per i generi voluttuari a cui tutti – e dico TUTTI – possono rinunciare.

    Ci sono giornali stracolmi di pagine che invogliano a falsi prestiti e spingono la gente a consumare più di quanto non può, cadendo poi nella marana fangosa del “non-ce-la-faccio-più-a-pagare “.

    Iniziamo allora a tarpare le ali a queste istigazioni al consumo, e vediamo l’effetto che fa, se la ggente me preferisce l’isole aleutine o la spiaggia di Tortoreto!

  57. Due giorni fa, espressi la mia convinzione che i governanti non siano peggiori dei governati e sollevai dubbi. Ora, le ultime disamine sulle diffuse “inclinazioni” del Paese mi sembra che mi diano ragione. Se osserviamo bene col giusto disincanto critico, anche se con dolore, noteremo che in genere ognuno ha quel che si merita.

  58. A Lorenzo
    Eqquantocc’hai raggione Lore’!
    In Merica con le disposizioni del Proibizionismo del 1919 eliminarono in un fiat il problema degli alcolizzati!
    Però!! Mica ce voleva tanto.Era così facile!!
    Da dove iniziamo a”tarpa’” Lore’?
    Na ‘bbomba sotto ogni tabaccheria e subito risparmiamo sulle scritte : “IL FUMO UCCIDE!” ?

    A Giuseppe:
    Devo fare l’elenco che riguarda i governanti, ora?

  59. Giuseppe Mariani, non ho potuto leggere tutte le mail inviate ma mi limito alla tua ultima. Tu dici che la tua convinzione è che i governanti non siano peggiori dei governati. Non la discuto ma ti domando: è giusto? Se io sono uno dei governati e ho fatto, per esempio, la quinta elementare e l’unico strumento che ho è votare te, che hai studiato, perché tu possa definire le scelte per migliorare la situazione complessiva del paese non ho io il diritto di pretendere che tu sia meglio di me?

  60. Ammazza Francè: ma che hai hai magnato oggi, ordigni ?
    Ti sento un po’….esplosivo : non farmi fare l’artificiere fuori orario :).

    Dove tarpiamo ? Iniziamo con il tabaccaio sotto casa che peraltro è pure simpatico ?
    La storia del proibizionismo a stelle/strisce la conosco poco, per cui non mi pronuncio.

    Il mio intento era fare capire che i governati a volte vanno a schifio perchè i governanti non hanno una politica educativa.
    Hai mai visto un politico de noantri che ti dice di tirare la cinghia – come lo zio Sam – perchè siamo nel guano ?
    Io no : guardano il popolo bello e bove che si lascia scamazzare anche in periodi di vacche magre…

  61. Aleutine, me dici Lorè?
    Ma ce sei stato mai?
    Io l’anno scorso. Ho voluto provà.. Mai più! Manco da morto!
    Uno skifo da non dire; nen trovavi un localino tipo BILLIONAIRE neanche a prostituirti!
    Tortoreto? 10 a zero lo batte!.

  62. E ripartiamo da capo da Tortoreto !!! Visto l’argomento, dovrebbe già ispirare per il nome.
    In romanesco : tortore = bastone nodoso.

    E chi di voi non darebbe ‘na bastonata a qualche politico inefficiente e incompetente ?
    ( lo so : ci vorrebbe una foresta, ma potrebbe essere un modo lievemente indolore per cominciare a cambiare qualcosa ? )

  63. Eh no, caro il mio Luca Baronchelli, la colpa sempre tua è!
    La scuola dell’obbligo mica si ferma alla quinta elementare, eh scusa!
    Studiare dovevi!
    Un momento…Luca Baronchelli hai detto?
    Luca Baronchelli..mi suona strano.
    Sarai mica per caso un di quei rom clandestini che invece di frequentare andava a rubare e a stuprare perché Maroni non t’aveva ancora fatto le improntone dei “diti” ? (cfr. Fantozzi).
    E poi: “Il diritto di pretendere” hai osato dire?
    Ma “pretendere” lo andrai a dire a tua sorella, non ad un “onorevole”!
    Vabbè che sei gnorante, ma pure cafone, me pari!
    Occhio, Baronchè che te rimandiamo a squola ad aqqulturarti, veh!

  64. E’ stato posto il quesito su come debba essere, oggi in Italia, la politica della sinistra. Mi scuseranno se la prendo un po’ “alla lontana”, ma penso che debbano essere, preliminarmente, chiariti alcuni presupposti. Dai messaggi inviati, è facile constatare che gran parte degli interlocutori sono, come si dice, “di sinistra” e fieri avversari dell’attuale governo. Io sono un vecchio “liberale” ( lo dico in senso metapolitico e senza alcun riferimento tecnico-partitico e tanto meno mercantile) e per inveterata inclinazione culturale e logica, prediligo l’osservazione della complessità e rifuggo da qualsiasi visione “rduzionista” che mi releghi in una determinata appartenenza. Per queste ragioni, mi sono spesso trovato nella difficoltà di fare scelte e di votare e talora non ho scelto. Per ragioni diverse, ma per me ugualmente stringenti, l’una e l’altra parte non rispondono alla mia concezione etico-politica. Non certo, l’attuale maggioranza che di liberale non ha la minima sfumatura, ma neanche la sinistra per le sue venature spesso clericali, ovvie per le ascendenze cattolico-istituzionali e parrocchiali e per perduti orientamenti comunistici che, seppure ormai inesistenti, mi pare influenzino ancora una scolastica visione della società, società che è molto diversa da quei modelli. Preciso che quando ho votato l’ho fatto per questa sinistra; ma non ne sono stato soddisfatto (eufemismo). In principio, destra e sinistra sono ambedue necessarie per la vita etico-politica di un paese civile. Poi, in concreto, bisogna vedere quale destra e quale sinistra un paese sappia esprimere. Da un’osservazione critica complessiva, posso dedurre che il “male” ricorrente della mentalità di sinistra ( non solo italiana) sia nell’astrattezza dei principii e in una tendenza al moralismo ( che non è moralità) con cui tenta sempre di farsi della realtà una concezione generale e astratta. Rammento agli interlocutori l’intellettualismo non esente da snobismo, che portò Jospin in Francia a sottovalutare problemi sociali impellenti sino ad essere penalizzato elettoralmente e scadere addirittura al di sotto di Le Pen. Rammento altresì la “leggera” inconsistenza propositiva di Segolène Royal che la condusse a una pesante sconfitta politica. Quanto al celebrato Zapatero, tralasciando la sua avventurosa e accidentale salita al potere, ricordo che quanto a politica economica non ha cambiato di un millimetro quella del precedente governo conservatore, come, del resto, hanno fatto tutti i governi spagnoli del dopo Franco. Però, egli si è distinto come non fecero anche i socialisti che gli precessero, nel voler cambiare la storia tutta e subito come se non esistesse, e con lo strumento del diritto. E con una mentalità politically correct di piccolo illuminismo che omologava istituti incoerenti logicamente e ontologicamente fra loro. La cosa non è nuova negli spagnoli. Se pensiamo alla Repubblica del 1932, ricorderemo che essa era composta di democratici e radicali massoni ( non dai comunisti che intervennero solo alla fine della guerra civile, impulsore Stalin) tutti galantuomini trepidanti per le sorti del popolo, che si dettero a fare provvedimenti e opere pubbliche di grande utilità per il popolo stesso e per le sue condizioni. Afflitti, tuttavia, da quella concezione giuridico-illuminista che scambia le proprie classi generali astratte per la realtà, compirono il grave errore di usare una sola tattica: quella di fare tutto e subito come se la realtà non esistesse. E scatenarono una reazione che in anni di guerra civile atterrò legittimi governi regolarmente eletti. Non che non avessero fatto bene quei galantuomini ( ma per governare gli Stati i galantuomini da soli non bastano, devono essere anche “politici”) a perseguire una politica di riforme sociali anche radicali. Ma a mio parere compirono l’errore, che alla fine non è nemmeno generoso, di sostituire la conoscenza e la valutazione della realtà con gli schemi dottrinari e di voler attuare questi senza mediazione né di tempo, né di accortezza politica. “Le temps n’èpargne pas ce qu’on a fait sans lui”.
    Questo marchio di astrattezza un po’ dottrinaria mi pare affligga ogni sinistra che talora crede di far bene senza curarsi della materia su cui deve agire; ma, diceva Oscar Wilde, “le peggiori cose si fanno sempre con le migliori intenzioni”.
    Che dovrebbe fare dunque, la nostra sinistra? Secondo me, per prima cosa capire com’è il Paese, il quale ormai è abbastanza lontano dai modelli della sua scuola. Leggevo mesi fa, su giornali di settore, che al Nord, su tre piccoli imprenditori, due sono ex operai specializzati. Quindi, persone che hanno assunto il rischio in proprio e sono lontanissime dal “cipputi” della vulgata ( che pure un tempo erano). Quando sentii che qualcuno tripudiava perché con l’elevamento (generalizzato) delle tasse e le connesse (generalizzate) restrizioni operati dall’ultimo governo Prodi ( che avevo da poco votato) si sarebbero finalmente fatti “piangere anche i ricchi” ebbi la certezza che come si dice a Napoli “chi nasce quadro non può morire tondo”. La sinistra, dunque, dovrebbe liberarsi del suo dottrinarismo e conoscere il Paese che intende governare; dovrebbe capire che per fare politica economica sociale deve fare politica economica, comprendendo che la spesa sociale è possibile con la ricchezza prodotta e non semplicemente con le tasse; che le tasse sono uno strumento di politica economica per governare, stimolare l’economia e provvedere ai bisogni di tutta la popolazione e soprattutto della parte più necessitosa di essa. Uno strumento etico-politicamente e tecnicamente molto più complesso del solo “fare cassa” ( chissà da dove, poi) come la sinistra mostra di concepire la fiscalità. Poi, io penso la si debba smettere con la semplice isteria anti-berlusconiana “emergenziale” che in quindici anni è stata così produttiva per la sinistra da portarla ai minimi termini attuali (il 33%, come il Pci di un tempo, da solo). Mi pare che le isterie pro e anti berlusconiane siano spesso due facce della stessa medaglia e mi è accaduto di percepire che molti accaniti anti abbiano, talora, un Berlusconi come Mr. Hyde. Sennonché Berlusconi, e qualsiasi avversario, si batte politicamente e non con le giaculatorie moralistiche, anche perché il moralismo è poi un’arma che si dovrebbe rivolgere contro gran parte del Paese (anche di sinistra). Non vale evocare, retoricamente, realtà morte storicamente da secoli come il fascismo e i mali assoluti, perché la storia, checché sembri, non si ripete e questi schemi ci tengono fermi ad un passato che non passa; segno di decadenza culturale, morale e civile. Tanto meno si batte Berlusconi, e i nostri tempi lo dimostrano, con la via giudiziaria surrettiziamente scambiata per via morale. Lo sforzo che dovrebbe fare la sinistra sarebbe dunque, a mio parere, prima che tecnico, culturale. Ed è, secondo me, un compito assai difficile perché è difficile il rinnovamento culturale, della sostanza. Per capire bene i nostri tempi è nessario osservare più profondamente e largamente di quanto lo consenta una mentalità di fazione. Un tory inglese, se vince il Labour, non sarà certo contento, ma non penserà che ci sia stata la calata degli Hyksos. E viceversa.

  65. Caro Giuseppe, hai detto, molto meglio di come l’avrei fatto io, una serie di cose nelle quali, sfumatura più, sfumatura meno, mi riconosco completamente.
    Grazie, quindi.
    Da qui in poi, basta un “semplice” action plan :-)

  66. Mi accorgo adesso del messaggio di Baronchelli su governanti e governati. Capisco l’obiezione, però io non parlavo di “cultura” nel senso del grado scolastico di istruzione ( che di rado fa cultura) bensì di coscienza e buon senso etico-politico. Non mi si dirà che un cittadino che ha soltanto la licenza elementare, debba averne, in principio, così meno di chi ha la laurea. Se così fosse, dovremmo tornare a votare come nell’800, circa l’8% della popolazione. Peraltro, col grado di analfabetismo di ritorno che, denunciava Tullio De Mauro, affligge anche i laureati che tralsciano di coltivarsi, oggi in Italia, seguendo questo ragionamento, voterebbero in pochi.

  67. Bravo Giuseppe : comunque io non sono ora riuscito a ri-votare sinistra per l’elitarismo snobista ed il distacco reale dal popolo. Ho provato un altro fronte ( insoddisfatto ), perchè comunque credo nell’alternanza costruttiva, astraendomi da concetti di simpatie e/o antipatie .

    Alla fine ho capito che non è il colore che fa la politica, ma il valore dei suoi uomini ( valore sul quale da anni, nel nostro paese, è bene sorvolare per humana pietas, per quanto ne siamo pienamente complici ).

    Vado, che è l’ora del rancio ( almeno , i piccoli piaceri della vita : – )

  68. Carissimi tutti,
    siamo, almeno a me così sembra, verso la fine di questa complessa e articolata discussione.
    Esce, ora, prepotente, l’animale manager che c’è in me, come diceva Francesco in un suo post.
    Domando, quindi, se c’è, tra di voi, una persona, o più, magari!, che abbia tempo, voglia e motivazione (ci vogliono tutte tre visto che la competenza la darei per scontata, vista la qualità eccelsa dei contributi arrivati…) di andarsi a rileggere il tutto e proporre, come post finale, un elenco con le “dieci idee dieci” più importanti emerse dal nostro argomentare?
    Questo sarebbe, a mio modo di vedere, un bel modo per utilizzare, e dare un senso corretto, gli strumenti che abbiamo utilizzato: la rete, la cortesia di Marina, i nostri sforzi.
    Cosa, questa, della sintesi finale, che, peraltro, normalmente, nei blog manca quasi sempre.
    Sarebbe anche, sempre a mio parere, un ottimo modo per consolidare, e condividere in modo sintetico e ragionato, i ragionamenti che, insieme, abbiamo fatto.
    Grazie, fin da subito.

  69. Visto che nessuno ha ancora dettato i ieci comandamenti vorrei aggiungere solo una cosa.
    Graziano si chiede perchè la sinistra non riesca a fare una politica più vicina ai desideri della gente.
    Forse perchè la politica della destra orientata alla paura, alla difesa delle cose, dei confini, della propria terra(il celebre padroni a casa nostra ne è l’emblema)è oggi sentita da un paese spaventato dalla possibilità di perdere quello che ha.
    La vacanza a Sharm, il telefonino ultimo modello o il week end in montagna.
    E allora dagli all’extracomunitario, perchè meno siamo più c’è da dividere tra di noi.
    Francamente non amo la dirigenza del PD (tranne rarissime eccezioni)ma sfiderei chiunque a battere queste paure, a far ragionare un popolo che oggi è più interessato alle proprie ferie che al bene comune.
    P.S.:il ragionamento vale anche per il discorso che noi italiani abbiamo i politici che ci meritiamo…..

  70. Alla domanda di Graziano proverò a rispondere così.
    Dall’esame dei post emersero, e neanche tanto a fatica, (pure io, che sono una grossa bestia l’avevo già abbastanza annusato fin dai primi interventi), quali fossero le posizioni dei vari interlocutori.
    Si potrebbe dire: “E allora? Dov’è il problema? Ci dichiariamo tutti abbondantemente democratici, ci misuriamo in un sereno e civile dibattito, ognuno porta le argomentazioni del caso in un franco confronto in cui discutiamo (Usque ad sanguinis effusionem) e poi vorrà dire che ci berremo sopra qualche buon bicchierotto di vino e ritorneremo alle nostre usate occupazioni.”
    Con le nostre convinzioni.
    O no?
    Non so.
    Sì, forse qualche piccolissima correzione di pensiero, ma, più che altro riconferme, almeno nel mio caso, che le mie idee di fondo con cui entrai pur con dubbi e perplessità, me le ritrovo sempre ben immerse in un brodo di dubbi e perplessità.
    Io sono convinto di non aver convinto e non sono convinto di essere stato convinto.
    Forse tanto neanche si pretendeva.
    Anche se…
    Comunque: mestiere improbo il missionario; evidentemente.
    Forse per ottenere qualche risultato apprezzabile per poter parlare di conversione, si deve considerare di mettere in conto di nascosto (di nascosto?) anche un pizzico, giusto q.b., di violenza ben travestita e servita tra un gran tripudiare di “voremose bene”.
    Diffido per antico uso e costume dal genere. (Timeo Danaos…)
    E mi sorprende ora, per inciso, una tenera curiosità: cioè per quale ragione, per tutto il prosieguo del confronto, mai a nessuno sia venuto in mente di colmare una vistosa assenza che ora dirò.
    Io, da parte mia, ne avevo avuta forte tentazione in due o tre occasioni, ma non ho voluto che mi si considerasse uno che continuava ad inserire elementi non necessari nel procedere di un confronto che già aveva le sue asperità senza ulteriori aggravi (cfr. Lectio adattata dal francescano Okkam: “Entia non sunt multiplicanda….con quel che segue).
    Il Grande Assente, che neanche mai fu invitato al nostro e.Convivio magari solo quale Convitato di Pietra per far sprofondare qualche “burlador” di troppo e che pure avrebbe potuto dire la Sua, (o sua?), mediante la designazione di un Campione che avrebbe combattuto al Suo (o suo?) posto, e sento che l’avrebbe trovato, mai apparve, in effetti, neanche di striscio.
    Certo è Uno (o uno?) che sulla scena sappiamo contare parecchio, uno che ogni tre per due proclama che “non fa politica” ma che, poi, nella politica in genere, ed in particolare in quella italiota, ha pondo, e capacità di condizionamento non trascurabile.
    Specialmente oggi.
    (Ahimé!)
    Bene, tolto, giusto in chiusura, il sassolino, sperando di non aver fatto arricciare nasini, devo dire che l’impasto mi sembra che non sia venuto male: farina, lievito, uova, latte, uva passolina, zucchero.
    Tutto come Dio comanda.
    Il tempo è ormai trascorso.
    Graziano apre il forno, anch’io lancio un’occhiata e guardo la nostra stupenda ciambella: cotta, fragrante e dorata!
    Oh! Mi pare che non abbia il buco…
    Oh Dio, certo è buona lo stesso!
    (Ma non ha il buco!)
    Per il già citato “Vecchio Maestro”, che poi è il significato esatto di Lao Tzu; “Il vuoto è più importante del pieno ed il buco del mozzo, almeno in una ruota, è più importante della ciambella stessa, pardon della ruota stessa”. (dal Tao Tè Ching, sempre)
    Dirò ora, quale fu, a mon avis, la ragione trascurata che determinò la mancanza del buco.
    All’origine di tutto forse oggi sta la valutazione che ognuno di noi assegna al momento storico che stiamo attraversando.
    Momento diverso dai precedenti, o meglio: una situazione mai più riverificatasi in Italia dal 28 ottobre 1922 ad oggi.
    Sento già: “Ecco che doveva saltar fuori il solito retaggio guelfo-ghibellino di buona memoria!”
    E tutto va in vacca.
    Ma io “resisto” e continuo.
    In soldoni: rincuorati i delusi, consolati gli sfiduciati, recuperati i dispersi, perdonati gli opportunisti, tollerati i volta-gabbana, rinfrancati i tremebondi, rimotivati i depressi, le schede bianche, gli inseritori di fette di Bologna nelle schede, i non votanti del tutto, ridato il ritmo giusto ai volontari nonché volonterosi vogatori, cuciti i fregi sulla giacchetta del Grande Ammiraglio Unico voluto da una maggioranza bulgara e che ogni giorno vede aumentare i suoi già vasti consensi, sarà in grado il nostro Capitano Coraggioso, vero Uomo del Fare, che disdegna, come i Barbari di Kavafis “la retorica e le arringhe” , (specialmente quelle targate Mi) di dirigere questa “nave…in gran tempesta” verso sicuri porti?
    O starà mica avviandosi verso fatali scogli?
    That’s the Question.
    ……………………………………………….
    “Tutto il resto è noia”
    Grazie a tutti.

  71. …un vero Capitano Coraggioso sa approdare al giusto porto come sa affrontare la tempesta ..anche quando la prua sembra puntare verso fatali scogli.

    Lo scopriremo solo vivendo, se esiste un tale Capitano : scoperto il suo valore – sarà compito di noi nocchieri, sottufficiali, ciurma , di saperlo orientare nei momenti in cui la bussola sembra impazzire e la radio di bordo non riesce a comunicare.

    Saperlo orientare riprendendo a partecipare. Sempre.
    ————————————————————
    Grazie a tutti , “de core” :)

  72. Grazie a Marina per lo spazio e il tempo che ci hai lasciato per la discussione e gli approfondimenti senza stopparci con un altro argomento.
    E grazie a tutti per il cuore e la passione.

  73. Ma chi può rispondere alla pur legittima domanda posta dal Signor Negro? Nè l’Ammiraglio, né alcun altro può pensare di essere l’unico agente perché la sua azione, il suo atto, si mischia, poi, con gli atti di tutti e ne esce l’accadimento che è un po’ la risultante degli atti di tutti che trascende quegli atti singoli. Anche dire “l’opera di Napoleone” – absit iniuria verbis – è storicamente improprio, perché Napoleone storicamente incise fortemente con la sua individualità, però se non avesse avuto dietro la Révolution, quel paese, l’opera di tutti coloro che lo rinnovarono, non avrebbe potuto fare, nel bene e nel male, quello che fece. Penso che noi diamo troppa importanza ai sigoli individui e scindiamo l’azione di essi da quella di tutti. Ma a veder bene, ciò non è possibile. Il nostro Paese andrà dove da ultimo vorrà andare con le proprie responsabilità, pur se appresso all’Ammiraglio. E se io, uti singulus, non intendo seguire quella guida, non potrò separarmi del tutto dagli effetti di un percorso che non condivido. E’ duro constatarlo; però, anche in queste condizioni, penso sia necessario svolgere la propria opera, perché nessuna opera è inutile. Non possiamo negare il mondo, ma possiamo incidervi, facendo proprio ciò che diceva S.Paolo: noi siamo nel mondo, ma non siamo del mondo.
    Faremo buon uso anche del vuoto del più volte richiamato taoismo, un vuoto che non è nichilismo, bensì liberazione della mente dalle convenzioni: numeri, nomi, classificazioni, ecc. La negazione della mente fatta di convenzioni per riacquisire la spontaneità della mente stessa. La separazione della pur utile convenzione dal Tao, per capire la funzionalità di quella e la sostanzialità, la concretezza, di questo. Noi usiamo la grammatica per studiare la lingua e finiamo talora per scambiare quella per questa. Ma la grammatica non è la lingua che vive e si svolge e muta al di fuori di ogni grammatica.

  74. Sapete,… vi dirò una sensazione estremamente personale e, forse, condivisa : questa discussione mi ha molto accresciuto e, soprattutto, pur con i limiti del “filtro informatico”, vi è stata una piacevole attesa nel vedere ,replicare od essere concordi con le altrui risposte.

    Ci sono stati momenti di fortissimo scambio; pur magari non essendo l’uno d’accordo con l’altro e smadonnando tra noi come butteri per non esserci ben spiegati o troppo spiegati.

    Il discorso, è chiaro, non finisce qui : aspetto Marina ci riunisca ancora di fronte ad un ideale tavolo per accalorarci e ritrovare quella gioia nell’essere vivi ed anime pensanti nel confronto aperto.

  75. Tutti aspettiamo Marina… :-)

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