TROPPO GENTILE

Nell’elenco del patrimonio dell’umanità amministrato dall’Unesco compaiono anche numerosi beni immateriali. Insieme ai campanili di Belgio e Francia, ai trulli di Alberobello e all’arco geodetico di Struve, anche il Carnevale di Oruro, Bolivia, il ritmo dei tamburi conga nella Repubblica Dominicana, la nostra opera dei pupi, il canto “a tenore” dei pastori sardi.
Proporrei una tutela anche per la gentilezza del nostro Sud. Non so come si faccia a tutelare un tratto così squisito e delicato, e in tutte le sue molteplici manifestazioni: dall’ospitalità, alla cucina, alla sorprendente capacità di entrare in relazione con lo straniero e di condividere con lui la miracolosa bellezza di quei luoghi. Ma l’idea che possa andare perduto sotto i colpi del cafonismo e dell’individualismo contemporaneo mi procura uno sconforto assoluto.
Scrivo su un giornale del Nord, ma ho ben presente come tanta parte di questo Nord sia fatta di talenti e di energie del Sud. Non sapevo, però –me l’ha spiegato un signore che si intende di queste cose- che è fatto anche dei soldi del Sud. Una parte cospicua dei denari che ci servono per fare impresa qui -finanziamenti, prestiti bancari e così via- provengono dalle tasche e dai conti correnti dei risparmiatori del Sud. Se girate nel Mezzogiorno, fate caso a quanti sportelli di banche nordiche aperti negli ultimi anni. Sicché, mi diceva questo signore, se il federalismo fiscale ci avvantaggerebbe, un eventuale federalismo bancario ci metterebbe con le spalle al muro.
Questa cosa io non la sapevo, e un po’ me ne vergogno. Spesso al nostro giudizio sulla questione Nord-Sud mancano troppi elementi perché non si tratti solo di venale pregiudizio. Una cosa, tuttavia, mi sento di dirla, per quel poco che so: che i baricentri del nostro sviluppo –e uso cautamente questo concetto, nella consapevolezza che sarebbe ora di sottoporlo a seria revisione critica- sono almeno due, uno sta a Nord e l’altro a Sud; e che forse le risorse più preziose in questo momento della nostra vita e della nostra storia, a cominciare dal bene assoluto della relazione, si trovano più facilmente “giù”, in quell’Italia splendida, misteriosa, antica. E straordinariamente gentile.

(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera il 27 settembre 2008)

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24 Risposte

  1. Oltre alla straordinaria gentilezza , dobbiamo riconoscere la grande capacità di adattamento della gente del nostro Sud : pronta a prendere la valigia in mano , pronta a spostarsi in cerca di lavoro anche se di breve durata.
    Un utile insegnamento a tanti giovani del Nord poco restii a muoversi, a snobbare per partito preso tanti posti, lamentandosi poi perchè occupati da “forestieri”.

  2. Concordo, in linea di massima, con l’apprezzamento della gentilezza e delle riserve di civiltà della gente del Sud. Sud che peraltro è culturalmente variegato. Io posso confermarlo anche per esperienza personale, visto che la metà della mia ascendenza, quella materna, è meridionale, pur se io non lo sono per luogo di nascita e per cultura. Tuttavia, detto questo, mi asterrei dal fare una mitizzazione al contrario. Ad es., pur convenendo con l’osservazione fatta circa la prontezza a fare la valigia e a spostarsi, ho il timore che ciò corrisponda a una condizione storica che non c’è più: quella della nostra migrazione in Europa e oltremare e in Italia stessa sino agli anni 60 quando le fabbriche del Nord si giovarono di mano d’opera meridionale con inurbamenti che cambiarono la faccia di molte città. Migrazione che, detto per inciso, interessò anche molti del Nord; basti pensare alle popolazioni venete e padane povere e afflitte dalla pellagra per denutrizione. Ma una cosa sopra tutte non mi quadra: la prontezza a fare le valigie che si ipotizza oggi. Ho avuto modo di leggere più volte che anche al Sud molti giovani , pur risultando disoccupati, siano restii a muoversi al Nord o preferiscano proprio non andarci, sollevando perplessità sulla reale consistenza della loro “disoccupazione”. Però, sulla gentilezza e sull’umanità concordo, sempre osservando le differenze talora notevoli nell’ambito di quel che si definisce generalmente Sud. E concordo anche sui legami economici e finanziarii di cui parla la Signora Terragni, che potrebbero essere pericolosamente e dannosamente alterati da un federalismo mal fatto e frettoloso.

  3. Mariani, abbia pazienza : non mi deragli sui binari dei treni della speranza ! Qui non si tratta di mitizzazione sul fare le valigie, ma di constatazione.
    Le faccio un esempio .
    Lei vede molti del Nord partire per andare a fare il Volontario in ferma breve, annuale o quel che sia nell’Esercito ? Sia al maschile che al femminile ?
    Io no.
    Eppure sono posti dignitosi e non secondi a nessuno, posti – però – difficilmente fuori la porta di casa.
    Ai giovani del Sud riconosco una maggiore capacità di adattamento , come nel caso di specie ( ed altri che non cito per brevità ).

  4. Io non intendevo fare un contrappunto ozioso e di principio, ma rilevare che la situazione “antropologica” della nostra società è molto cambiata in questi ultimi trent’anni e passa. Ora io non sono un esperto di flussi di lavoro anche nel settore del volontariato, ma rimasi colpito nel leggere, più volte, su giornali specializzati, della diserzione di occasioni di lavoro al Nord da parte di giovani del Sud ufficialmente risultanti “disoccupati”. Ciò può significare molte cose e questa non è certo la sede per parlarne senza correre il rischio di andare fuori tema. C’è però da osservare che la società e le sue condizioni di “sopravvivenza” sono molto mutate negli ultimi decenni. Rimane, tuttavia, quell’impronta di civiltà e di gentilezza di cui si parlava. Circa la propensione a spostarsi nel volontariato, penso ci siano molte ragioni che concorrano nel farlo o no. Quando feci il servizio militare, mi mandarono d’imperio in Sicilia, terra illustre di illustri culture. Diverse persone che erano siciliane e stavano lì, avevano visto soddisfatta la loro aspirazione a tornare a casa. Molte non sicliane che stavano lì, aspiravano a loro volta a tornare a casa loro. Il richiamo della “casa” era in tutti prevalente. Mi diceva un dì, un mio collega commissario di concorsi alla Ue, che in essi c’era un grande afflusso di giovani provenienti da tutti i paesi aderenti. Ma pochissimi al confronto erano gli italiani, in genere attaccati alla loro casa e al ricetto materno. Forse oggi le cose stanno cambiando; speriamo.

  5. Ricorro alla loro indulgenza, per ritonare un momento sul tema principale: quello dell’Italia antica, misteriosa e splendida, in cui è più forte il bene della relazione. Per mia esperienza, diretta e no, penso che sia effettivamente così. Anche se c’è un sostrato comune nella nostra cultura italica, nel nostro Meridione sono talora percepibili legami umani di relazione profonda che è profonda cultura dell’uomo. Parlo, ovviamente, delle accezioni migliori senza generalizzare. C’è il senso di una sapienza concreta, del ridiscendere nel “Regno laborioso delle Madri”, come osservavano Goethe e Croce, in terre dove convivono in apparente contraddizione costumi lontani e un criptomatriarcato evidente ( talora nemmeno cripto). Così non sorprende che,anche al livello pù alto, i nostri grandi filosofi furono tutti meridionali. E ch essi furono in genere degli “irregolari” forse per quel “filtro” che li distolse dalla metafisica e li rese sensibili alla sostanzialità e a un certo “relativismo” delle cose umane. Si ricorda che Jung, grande studioso dei miti e degli archetipi, anche della Madre mediterranea, non riuscì mai a scendere più al di sotto di tanto, in Italia, per la grande emozione che lo pervadeva. E che una cosa di non molto dissimile confessò il più algido Freud.

  6. Io la faccio molto più semplice : sono popolazioni solari ed aperte proprio poichè vivono in luoghi solari e aperti. Non per antropologia spicciola, ma – pur nella bontà delle popolazioni – come spiega una certa chiusura di tante aree “nordiche “?

  7. ..chiusura, inteso, come forte rallentamento nell’aprirsi verso gli altri.

  8. Io credo che se le popolazioni meridionali sono aperte perché c’è molto sole noi nordici siamo chiusi perché ne abbiamo poco.
    Goethe, Croce, Jung, Freud, Vattimo, Severino e Giorello permettendo…

  9. Non penso che sia questione di farla semplice o complicata. Io ho soltanto cercato di spiegarmi una peculiarità delle culture meridionali che ho sempre avvertito e sperimentato. Sempre rimanendo nello scambio di idee e di esperienze, mi desta invece qualche perplessità il tema dell’influenza dei luoghi solari e aperti, che assomiglia a quello dell’influenza del clima nella storia. Tema sul quale Hegel fece pressappoco questo esempio, riferendosi alla Grecia: come se nella terra dove poetarono Eschilo e Sofocle e filosofarono Platone e Aristotele, non stia ora sdraiato a fumare il turco. Come a dire che nella stessa terra, anch’essa solare e aperta, c’erano state due culture dagli esiti diversissimi.

  10. Català, è quello che ho detto io : il paragone vegetale può lasciare il tempo che trova, ma il sole ti matura di più nella crescita interpersonale…

  11. ..e, Mariani , rispettabilissimo il pensiero di Hegel, che – comunque -non era domineddio :)

  12. Il turco si diverte di più e fa meno fatica?

  13. Stavamo parlando della gentilezza del Meridione e delle sue culture e rischiamo ora di deviare accapigliandoci sulle “cause” storiche, sociologiche e climatiche di quelle caratteristiche. Se non si concorda su queste, poco male; non sarà questione di vita o di morte. Quanto a Hegel, non sarà certo Domineddio, ma ne ho parlato perché colse argutamente le contraddizioni dell’argomento del clima. Del resto, i Siciliani stanno sotto un gran sole, ma nelle loro espressioni culturali mi sembrano molto misurati e non così estroversi come i Napoletani. Almeno nelle caratterizzazioni generali.

  14. Lorenzo, abbozzala.
    Solarmente.

  15. Nessuno s’accapiglia : è un pour-parler che scaturisce da menti diverse. Sull’espansività dell’uno, la misuratezza dell’altro, mi pare però cadere nel luogo comune, quasi la lupara e il marranzano identifichino un’isola o pulcinella una regione..

  16. Invece, si sono mai chiesti come in Sicilia, con quel po’ po’ di clima, ci sia una tradizione culinaria così ricca e squisita, ma talora così “impegnativa”?

  17. Giuseppe, sono stato in Sicilia due anni fa per una splendida vacanza in quel di Noto e ho un ricordo spettacolare di un ristorante di Rosolini (Locanda del Borgo).
    Piango ancora di gioia al ricordo del pasto di quella sera.
    Piango, invece, sul conto di un altro ristorante, per me troppo reclamizzato, di Ragusa Ibla (Il sultano).
    Perdonate la divagazione.

  18. Infatti, circa la cucina siciliana parlavo di “ricca e squisita”. Una delle vere espressioni di cultura è anche questa capacità creativa culinaria. Quanto alla misuratezza e alla estroversione che sono stereotipi, sono d’accordissimo, però io ne parlavo proprio per segnalare come rischi di diventare uno stereotipo anche la solarità del meridionale a fronte della contenuta “tristezza” del settentrionale. Volevo dire che, usando questo metro collettivizzante e stereotipo, possiamo sempre trovare anche un tipo di meridionale più “trattenuto” e uno più “espressivo”. Anche circa i napoletani, noi abbiamo sotto gli occhi il tipo oleografico tutto gesti e astuzie. Ma se ripercorriamo le persone della illustre tradizione culturale europea napoletana, troveremo soggetti spesso austeri e rigorosi, assai poco coerenti con quelle immagini sopra dette.

  19. Come si fa a dire che la gente del nord sia più chiusa?
    Lo scriveva Marina tempo fa, una volta Milano ti accoglieva come pochi altri posti al mondo, ti si chiedeva solo di fare il tuo dovere, impegnarti e l’integrazione era compiuta.
    Milano è sicuramente cambiata, ma non sarà anche colpa del fatto che i milanesi sono scomparsi????
    Forse al sud sono più gentili ed aperti come lo erano i milanesi anni fa, forse se al sud la popolazione locale sparisse assorbita da persone provenienti da altre parti non troveremmo più tutta ‘sta gentilezza……
    E poi francamente mi cadono le braccia a leggere certi post:” al sud il sole ci matura di più nella crescita interpersonale, al nord c’è un rallentamento nell’aprirsi verso gli altri”, provocazione per provocazione prefrisco il clima svedese o finlandese e la loro situazione sociale al tasso di infiltrazione mafiosa delle regioni del sud tanto baciate dal sole……………………

  20. Allora, Stefano : rialziamo le braccia, innanzitutto:).

    Non andrei tanto a sfrucugliare nei climi scandinavi come modello perfetto : ne avremmo da dire e, nel caso, mi rifaccio al vecchio detto che “a scavare nell’ acque limpide, poi s’intorbidano “.

    La Milano di cui sopra è purtroppo se non scomparsa, s’è dimolto rarefatta. ( imbastardimento metropolitano ? ) .

    Sul fatto della mafia/camorra etc etc. sono realtà purtroppo presenti nel Sud, : non per questo – inficiano nella popolazione “non criminalmente organizzata” una forma mentis fatta di generose gentilezze .

    Gentilezze non assenti al Nord, intendiamoci : comunque più larvate e meno “esplosive” che non a latitudini diverse.
    E’un dato di fatto, che piaccia o no : dipendente o meno da esposizoni solari prolungate.

  21. Quasi completamente d’accordo col tuo post Lorenzo, sui climi nordici avevo premesso che era una provocazione.
    Mi disturba sempre la generalizzazione, da una parte tutti belli gentili e sorridenti, dall’altra tutti antipatici, chiusi e razzisti.
    Sono nato e vivo a Milano, sono stato spesso al Sud e conosco persone del Sud che vi abitano o che si sono trasferite al Nord, e come sempre nella vita trovo un pò di tutto da entrambe le parti.
    E poi mi domando, ma come possiamo concordare tutti col post di Federica quando discutevamo di politica e lei ci raccontava del difficile rapporto con i vicini stranieri, e poi essere qui a discettare se è il sole che condiziona l’apertura delle persone al prossimo?????
    Federica se leggi intervieni e riporta a livelli decenti la discussione :-)

  22. Milano è una grande città europea con illustri tradizioni di cultura e di accoglienza e, ciò che non gusta, di umorismo. Se è cambiata nel tempo, non è la sola. Roma è da decenni una mistura di popoli italici di ogni provenienza, senza più un romano, eppure se ne parla, talora polemicamente, come se avesse un carattere ben definito.Forse, la sua asserita identità “etnica” sta nel non averne una. Così, alcune città del Nord si sono fortemente meridionalizzate fin dagli anni ’60, però continuamo a definirle meno “vivaci” ed estroverse. A me pare che il discorso della Signora Federica sui rapporti con i vicini stranieri ponesse il problema dei rapporti fra culture e costumi che sono i veri prodotti delle comunità umane, indipendenti dal clima.

  23. Invece, Stefano, vorrei porre questo quesito.

    Vivo in una cittadina del profondissimo Nord : devo dire di non avere mai visto nessun problema di integrazione con i tanti immigati stranieri: nella vita quotidiana, scolastica,relazionale, nei rapporti di buon vicinato. Nessun problema di ordine pubblico, per dirla come va detta.

    Ora, nelle grandi città ( ho vissuto anch’io a Milano, Roma ), non è che :
    – vi è già un’insita difficoltà relazionale tra consimili – questa difficoltà si esacerbi nel contatto con il “diverso” ?.

    Ovvero : le piccole comunità ovunque si trovino siano comunque tendenzialmente, magari nell’inevitabili diffidenze iniziali, ad accogliere con maggiore apertura e minori tensioni l’ “altro”?

  24. Hai sicuramente ragione, io penso che il piccolo paese goda di due particolarità favorevoli:
    1) I ritmi di vita più lenti e rilassati
    2) Una densità abitativa e “di vita” meno densa
    Questi due aspetti aiutano sicuramente i rapporti, sia tra italiani sia tra gli stranieri e gli “aborigeni”. :-)))
    La città incattivisce e raffredda i rapporti, per cui le tensioni si acuiscono.
    Questo è un ragionamento che avrei accettato, al nord più città quindi più difficoltà nei rapporti umani, al sud realtà più piccole, più raccolte e quindi più facilità nei rapporti.

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