E’ IL MOMENTO DI INVESTIRE

Siamo e restiamo animali simbolici. Molte delle cose importanti che ci capitano sono prevalentemente simboliche. E mentre gli analisti economici si scervellano per capire se la crisi che ci ha messi in ginocchio è come quella del ’29 o no, se ci sarà recessione, se l’andamento sarà a V o a L; mentre ci rifacciamo i conti in tasca e malediciamo il giorno in cui la banca ci ha infilato in quel fondo di investimento, qualcosa di importante sta cambiando nelle nostre vite, dentro e fuori. E qualcosa che non ha solo a che fare con i soldi.
Diamo la colpa a Wall Street e agli squali delle banche d’affari, ma forse l’iceberg è ben più profondo, e non solo economico. E se le nostre vite cambieranno non sarà solo per strette ragioni di bilancio. E cambieranno come? Che cosa ci insegna questa crisi? Ne approfitteranno solo gli sciacalli, o ci sono opportunità di “investimento” per tutti?
“Io donna” vi propone le riflessioni di una filosofa e di uno psicoanalista, per uno sguardo meno angusto e “soldocentrico”. E per capire il bene che c’è. Anche oggi. Come in ogni circostanza della vita e della storia.

PANAYOTIS KANTZAS, psicoanalista, presidente dell’associazione di Psicologia della politica.

L’etica viene prima dell’economia: e questa è una crisi prima etica, e dei comportamenti, che economica. Quello che sta capitando nei mercati è il riflesso della crisi della cosiddetta etica globalizzata.
L’etica è sempre stata legata a un gruppo etnico, a un territorio. E’ il modo in cui il gruppo regola l’accesso al godimento. L’idea di una morale offshore, di un’etica che valga per tutti e allo stesso modo, è un non senso, e non sta più in piedi.
Il primo colpo è arrivato da fuori, l’11 settembre 2001. Stavolta l’attacco viene dall’interno. Ma l’obiettivo è lo stesso: la coppia globalizzazione-liberismo. Il liberismo non è altro che il contenuto di questa etica globale. Vuol dire che non ci sono più regole, imposte “nel nome del padre”, ma solo una libera contrattazione tra soggetti, che ritengono di poter fare tutto quello che vogliono una volta che l’hanno patteggiato tra loro. E’ un po’ quello che capitava tra i libertini prima della Rivoluzione Francese: la convinzione di poter accedere liberamente al godimento senza sottostare ad alcuna regola, se non al proprio piacere. L’esito storico è stata la ghigliottina. E poi Napoleone, l’uomo forte. I libertini sono finiti per invocare il Padreterno: salvaci da questo carnaio.
Oggi ci troviamo in una situazione simile: abbiamo ritenuto di poter fare senza il nome del padre, senza la guida di quel buon senso che dovrebbe regolare la comunità nel suo accesso al godimento. Vale tanto per l’economia quanto per la sessualità, per quel sesso come pura carne e senza parola che vediamo nella pornografia diffusa.
E’ chiaro che intravedere la fine di tutto questo può disorientarci, ma può anche farci sentire più liberi, e perfino più contenti: “contentus” significa “contenuto”, e indica chiaramente il fatto che gli esseri umani hanno bisogno di essere contenuti da regole per vivere una vita soddisfacente. Oggi andiamo a caccia dei capri espiatori, chiediamo la testa di quegli “untori” le cui speculazioni ci hanno provocato tanto danno. Ma il problema è stato nella mancanza di regole.
Probabilmente vedremo la fine di questo mondo psicotico e dei suoi godimenti pulsionali, che si esprimono nei disturbi alimentari, nel ricorso alle droghe, in un sesso materiale e “senza parole”, per approdare a un mondo in cui la parola e la relazione ritroveranno la loro centralità. Qualcuno sta già paventando o invocando l’uomo forte, che sistemi le cose d’autorità. Io credo invece nell’alternativa di un rinnovamento profondo: la classe dirigente del liberismo si è dimostrata miope e mediocre. E il rinnovamento potrà venire in buona parte dalle donne, che quello che è capitato l’hanno subito, patendo più di tutti la mancanza della parola e dell’amore.

LUISA MURARO   Filosofa, Libreria delle Donne di Milano

Quello che si sente è un senso di profonda delusione per il fatto di vedere sprecata l’occasione che è stata la fine della guerra fredda, e non averne saputo fare niente di buono: nel mondo continuano a esserci guerre, ora questa crisi… Decisamente dagli americani ci si aspettava un po’ meglio.
Le crisi del capitale sono cicliche, ma qui c’è stato un arraffamento, una grande spregiudicatezza dei supermanager nell’usare i soldi degli altri approfittando del loro credito, credito che è prima di tutto morale. C’è una corrispondenza tra l’abuso del credito e la perdita di fiducia nelle relazioni tra esseri umani. Il denaro è diventato l’unica risposta possibile a una domanda che c’è ed è buona: la domanda di ingrandirsi, di stare meglio, di essere più gioiosi. E’ una domanda grande e giusta a cui si è risposto con un miraggio: il consumismo prima, la speculazione poi. I soldi non vanno demonizzati. Io dico sempre che nel voler crescere, anche economicamente, vedo in azione lo Spirito Santo. E’ l’indicazione di un “oltre” che c’è, e che si può raggiungere. Ma non sempre e solo attraverso il denaro.
Si tratta di saper vedere le opportunità che questa circostanza negativa porta con sé. Il primo bene è che si è capito che il capitalismo non ha sempre l’ultima parola. E forse chi nella sua vita non ha pensato solo ai soldi non è stato del tutto sciocco. Si deve guardare più in là, a una fiducia e a una felicità che non si aggrappano ai soldi, e che non sono in altri mondi ma esistono già qui e ora. Sono sotto i nostri occhi, nella pratica quotidiana di tante persone. Un’economia del desiderio, la chiamo io, che si gioca nelle relazioni con gli altri e apre squarci in quell’altra economia. Per esempio è il tempo che tante donne vogliono offrire per i loro bambini e per chi ne ha bisogno, nella bellezza che vogliono apparecchiare, nella loro profonda sensatezza. Queste pratiche possono insegnare molto. Le donne hanno molto da dire sull’economia, e devono essere ascoltate. Si messa troppa enfasi sul fatto di dover portare avanti le donne, di farle arrivare al potere, e non si è prestato abbastanza ascolto alle cose che le donne già dicono con la loro esperienza quotidiana e il loro senso responsabilità.
Un’altra lezione che ci arriva dalla crisi è quella di evitare il gigantismo, banche come la Fortis con un volume d’affari tre volte il Pil del Belgio. Cose sproporzionate alla misura dell’uomo. L’economia globale deve essere temperata dall’esistenza di una scala più umana.

(pubblicato su Io donna  – Corriere della Sera il 18 ottore 2008)

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Una Risposta

  1. Se avessimo l’umiltà e la disponibilità di guardare oltre che al presente anche allo sforzo di conoscenza, non solo filosofica, del passato, cioè alla cultura, ci accorgeremmo che quanto su detto non ha nulla di nuovo. Nel novecento diversi filosofi si occuparono, con “trepidazione”, di questi problemi insorgenti con le società di massa, l’ultima rivoluzione industriale, e il riduzionismo della complessità umana alla sua sola facoltà economica. Noi abbiamo scarsa memoria e non teniamo in noi contemporaneo tutto ciò che si fece e pensò, sicché sembra che dobbiamo sempre ricominciare da capo e sempre a rischio di scoprire l’acqua calda. Su alcune delle cose dette dallo psicoanalista non sono d’accordo: non mi sembra che l’etica venga “prima” dell’economia, ma che venga insieme ad essa come tutte le facoltà umane (non mi pare che l’uomo si fatto a paratie). L’etica deve dare all’economia, e non solo,al vitale tutto, quelle “regole”, che dice lo stesso psicoanalista, perchè la volizione particolare sia portata a quella universale, cioè consapevole e coerente col bene di tutti. L’etica ha l’economia come materia; se non ci fosse l’economia, non ci sarebbe nemmeno la morale perché non avrebbe il suo “problema” ( con economia intendo, “simboleggio”, tutto il vitale, sessualità compresa).
    Più coerente, perché più filosofico, mi pare il discorso della Muraro (con cui concordo) che, tuttavia, non è nuovo anch’esso, pur essendo fondamentale. Bisogna guardare, è verissimo, ciò che sta “oltre” il dogma economico. Questo è un importante discorso della “complessità” che disincaglia l’uomo dal riduzionismo economicistico, che “annega” questo nella ben diversa ampiezza di tutte le facoltà umane. Noi viviamo di miti ( alcuni dicono “simboli”); l’ultimo, anch’esso vecchio, ma riproposto con vigore assolutistico, è quello del mercato, del liberismo. Croce molti decenni fa, già condusse un’aspra battaglia contro il liberismo concepito come origine di libertà, che vedeva distinto -, perché solo momento economico – dal liberalismo, ossia da quel “buon senso”, da quell’ “oltre” , da quell’etica che si dicono sopra. Però, mi si passi il termine, fu variamente “spernacchiato” dai vari “pratici” che ritengono l’oltre e il buon senso soltanto “parole” a fronte di quei dogmi ritenuti “concreti” forse perché tecnicistici. Rammento che il problema fu avvertito anche da economisti avveduti. Quando la Signora Terragni evoca “qualcosa che non ha solo a che fare coi soldi” dice una cosa che può ritrovarsi nello stesso Keynes. Io ricordo ancora il mio esame di politica economica all’università, tenuto con l’economista Caffè (colui che scomparve non più ritrovato). Mi domandò quali erano i fattori che influenzavano l’economia e gli investimenti. Io, con giovanile schematismo, gli dissi subito quelli “tecnici”. Ma ne mancava uno, che il professore diceva essere il più importante. Ci girammo attorno per un’ora e mezza di interrogazione senza che me lo rammentassi. Alla fine, me lo ricordò lui: le “aspettative degli investitori”. Questa espressione, in terminolgia economica, indica proprio l’ “oltre”, ossia tutta la massa di facoltà, di emozioni, di sentimenti e di valori, anche di “irrazionalità”, che compongono l’essere umano. Una realtà che può sovrastare e squassare qualsiasi tecnicissimo mercato e che nessun algoritmo mai potrà calcolare.

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