CENTO MILIONI D’AMORE

Al supervincitore, come se io fossi un gestore di fondi -anzi, molto meglio, se permettete- consiglio con tutto il cuore di destinare parte cospicua della somma al bene degli altri. I pani e i pesci si moltiplicheranno, e l’amore lo inonderà! Egli sarà davvero padrone della sua ricchezza, e non saranno i soldi a rendere schiavo lui.

Deepak Chopra, uno che se ne intende, al riguardo avverte: “Se vinci alla lotteria puoi esserne molto felice, ma tieni presente che nel giro di un anno tornerai a essere felice o infelice come lo eri prima”. L’amore invece cresce illimitatamente, non va gestito, non si perde mai. Alla borsa dell’amore le quotazioni sono sempre in rialzo. Che Dio illumini il supervincitore!

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TROPPO GENTILE

Nell’elenco del patrimonio dell’umanità amministrato dall’Unesco compaiono anche numerosi beni immateriali. Insieme ai campanili di Belgio e Francia, ai trulli di Alberobello e all’arco geodetico di Struve, anche il Carnevale di Oruro, Bolivia, il ritmo dei tamburi conga nella Repubblica Dominicana, la nostra opera dei pupi, il canto “a tenore” dei pastori sardi.
Proporrei una tutela anche per la gentilezza del nostro Sud. Non so come si faccia a tutelare un tratto così squisito e delicato, e in tutte le sue molteplici manifestazioni: dall’ospitalità, alla cucina, alla sorprendente capacità di entrare in relazione con lo straniero e di condividere con lui la miracolosa bellezza di quei luoghi. Ma l’idea che possa andare perduto sotto i colpi del cafonismo e dell’individualismo contemporaneo mi procura uno sconforto assoluto.
Scrivo su un giornale del Nord, ma ho ben presente come tanta parte di questo Nord sia fatta di talenti e di energie del Sud. Non sapevo, però –me l’ha spiegato un signore che si intende di queste cose- che è fatto anche dei soldi del Sud. Una parte cospicua dei denari che ci servono per fare impresa qui -finanziamenti, prestiti bancari e così via- provengono dalle tasche e dai conti correnti dei risparmiatori del Sud. Se girate nel Mezzogiorno, fate caso a quanti sportelli di banche nordiche aperti negli ultimi anni. Sicché, mi diceva questo signore, se il federalismo fiscale ci avvantaggerebbe, un eventuale federalismo bancario ci metterebbe con le spalle al muro.
Questa cosa io non la sapevo, e un po’ me ne vergogno. Spesso al nostro giudizio sulla questione Nord-Sud mancano troppi elementi perché non si tratti solo di venale pregiudizio. Una cosa, tuttavia, mi sento di dirla, per quel poco che so: che i baricentri del nostro sviluppo –e uso cautamente questo concetto, nella consapevolezza che sarebbe ora di sottoporlo a seria revisione critica- sono almeno due, uno sta a Nord e l’altro a Sud; e che forse le risorse più preziose in questo momento della nostra vita e della nostra storia, a cominciare dal bene assoluto della relazione, si trovano più facilmente “giù”, in quell’Italia splendida, misteriosa, antica. E straordinariamente gentile.

(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera il 27 settembre 2008)

NOI RAZZISTI

Sulla morte del giovane Abdul, sepolto ieri.  Da subito il dibattito è stato: é razzismo o non lo è? Se fosse stato bianco, le cose sarebbero andate in questo modo? Un fronte che ha premuto per il sì, un altro, probabilmente maggioritario, che ha tenuto duro: non si tratta di razzismo, è stata una tragica fatalità.

Ci sono probabilmente buone ragioni, oltre a quella di volere evitare le aggravanti di legge, per non ammettere che probabilmente la bravata di un ragazzo bianco non si sarebbe conclusa allo stesso modo, che chi ha deciso di farsi selvaggiamente giustizia sarebbe stato meno accanito. Forse violare il tabù e nominare il razzismo in qualche modo lo farebbe esistere, ci costringerebbe a guardare in faccia la questione, ad affrontarla, a dirimerla.

Mi pare però che il problema sia malposto. Si tratta di guardare in faccia il nostro inner racist, di riconoscerlo, accettarlo, di farci amicizia, di discuterci, perfino di riconoscergli qualche ragione, e di comprendere la sua posizione. Si tratta di vedere se riusciamo a convincerlo con le buone che ci sono altre strade, migliori della sua. E di incamminarcisi insieme.

TI CHIUDO FUORI

Nel paesello dove passo l’estate una volta, mi dicono, di recinzioni non ce n’erano. Un ameno continuum di verde, campi e boschi, senza reti né grate. Forse è stato con l’arrivo di noi orribili “milanesi” che le cose sono cambiate. Muriccioli, siepi, una proprietà separata dall’altra, come sintomi di un diffuso disturbo. Un giorno sto passeggiando con il mio vecchio cane lungo il sentiero che conduce a una torre saracena, che oggi è un’abitazione privata. Una giovane signora, elegante nel suo caftano, si affaccia da un cancello: “Lei dove va?”. “Di là” dico, e indico i campi che si affacciano su una dolce vallata. “Di là non c’è nulla. Solo case private”. “Però non mi risulta” rispondo “che il sentiero sia privato”. La bella signora ci pensa un po’ su. Vuole fermarmi, ma non sa come diavolo fare. “E i sacchettini? Ce li ha i sacchettini?”. Estraggo dalla tasca quattro o cinque contenitori igienici. Il mio vecchio Tom è un ragazzo pulito. La signora è costretta alla resa. Indietreggia, senza più argomenti.
Peccato. Avrebbe potuto regalarmi un bel sorriso, fare due chiacchiere con me, offrirmi un tè o qualcosa del genere. Stare chiusi e da soli, ancorché in un eremo principesco, prati all’inglese, piscina e ogni genere di comfort, non dev’essere poi così divertente. Dopo un po’ che sto chiusa io soffoco. Sento il bisogno di altri esseri viventi e comunicanti.
Sono decisamente in minoranza. I più –almeno all’apparenza-intendono chiudere, recintare, costruirsi il loro microcosmo autarchico, privatizzare sentieri, impedire l’accesso, sottrarsi alla scocciatura dell’interazione e della relazione. Il lavoro da fare, invece, sarebbe un altro. Aprire, spalancare, e darsi da fare per costruire il senso di ciò che è comune. Amarlo tutti insieme, investirlo delle energie di tutti, impregnarlo dei nostri migliori sentimenti, renderlo sacro.
Non per fare Totò: ma ne avremo di tempo per starcene chiusi, soli e “privati”, con quattro mesti fiori secchi a ricordarci, se qualcuno avrà il garbo di portarcene. Il più del tempo è solitudine. La vita è soprattutto gioia e fatica delle relazioni. Ma la sprechiamo a dimostrare in tutti i modi di non averne bisogno. Dire il desiderio dell’altro è diventata la vergogna numero uno.

SENTIRE L’ALTRO

“Credo di avere sempre avuto qualche difficoltà nelle relazioni. Sono una persona solitaria, individualista, anarchica. Ho sempre voluto essere autosufficiente. Ma nel tempo il bisogno degli altri si è fatto sentire di più. I rapporti sono diventati via via più importanti per la mia vita. Bella contraddizione…”.
E’ a partire da sé e dalle sue relazioni, dai fallimenti e dai guadagni, esperienze comuni a molte e a molti, che Laura Boella, docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano e studiosa della maggiori pensatrici del Novecento, da Hannah Arendt a Edith Stein, ha cominciato a pensare filosoficamente all’empatia, misteriosa  capacità di “sentire l’altro”, precondizione di ogni legame affettivo e sociale. Ne è nato un libro, “Sentire l’altro”, a cui è seguito recentemente “Neuroetica – La morale prima della morale” (entrambi Raffaello Cortina Editore).
“Scoperta dell’altro: empatia e immaginazione” è il titolo della conferenza che Laura Boella terrà a Sarzana il prossimo sabato 30 agosto (ore 18.30, Chiostro di San Francesco) nell’ambito del Festival della Mente.
L’altro come limite. Come estraneo. Non-io. Qualcuno di cui avere paura, da tollerare e da cui “smarcarsi”. Ma anche oggetto di un bisogno irriducibile e disperato, sempre più difficile da dire. Quasi un tabù. Com’è che oggi ha tanta fortuna l’idea dell’assoluta indipendenza? Perché l’individuo autonomo è diventato la perfezione dell’essere umano?

“Perché abbiamo voluto dimenticare che veniamo al mondo dipendenti, bisognosi e già in relazione” dice Boella. “C’è una relazionalità originaria, quella tra il nostro corpo e quello della madre. Il soggetto non può pensarsi fuori dalla relazione. La nostra unicità e singolarità ne sono segnate, partono da lì. Ma nella cultura occidentale interdipendenza vuole dire fragilità, vulnerabilità”.

Questa idea di individuo assoluto, sciolto dalle relazioni, è diventata il modello anche per le donne. L’attuale crisi dei rapporti forse dipende anche dal fatto che nemmeno loro testimoniano più a favore di un individuo “relazionale”.

“Le donne hanno imitato l’autonomia maschile pensando che fosse la via maestra per la libertà. Il prezzo che hanno pagato è stato molto alto”.

Che cos’è l’empatia? E’ compassione?

“Viene prima, è la precondizione della compassione. Non posso partecipare alla gioia o al dolore di un altro se prima non ho stabilito un contatto con lui. Ci vuole prima questa capacità di sentirlo, di mettersi al suo posto. Di immaginarsi nel luogo dell’altro. Poi semmai nasce la compassione, ma non obbligatoriamente”.

L’empatia è “fredda”, mentre la compassione è “calda”?

“Non direi. Nell’empatia ci sono momenti sia affettivi sia cognitivi. Al principio di tutto c’è l’incontro tra i corpi. Il mio corpo entra in risonanza immediata con quello dell’altro. Ne leggo i segnali, vedo il suo sguardo cupo o gioioso, ed entro istantaneamente in contatto. Quasi un automatismo, che le neuroscienze hanno spiegato con la recente scoperta dei neuroni-specchio”.

Un meccanismo automatico, animale, probabilmente legato alla sopravvivenza.

“Poi però, a partire da questa prima risonanza, la cosa si complica. Per sentire l’altro mi devo spostare nel luogo in cui lui sta, un luogo che non conosco e che mi può essere estraneo. Qui si mette al lavoro l’immaginazione, che è un’attività della mente. Il che però non significa che sia un’attività astratta e freddamente razionale. Anche l’immaginazione è intrisa di emozione, di passione e di desiderio”.

E come si fa a essere sicuri che l’altro che io immagino empaticamente sia davvero l’altro? Che non si tratti solo una mia proiezione, di una mia idea di lui?

“Se empatia è provare ad andare dove l’altro sta, allora devi fare continuamente i conti con l’estraneità di questo luogo. Non puoi mai smettere di renderti conto del fatto che l’altro ha una pelle e uno sguardo diversi dai tuoi”.

Lei auspica che ci si eserciti all’empatia: come? E soprattutto:  perché dovremmo fare questa fatica?

“Perché siamo perennemente in relazione, ed è bene averlo presente. Anche quando stiamo scrivendo una legge, o svolgendo una ricerca, o progettando qualcosa, siamo in relazione con qualcuno. Queste mirabili attività di oggettivazione dello spirito sono intrecciate e segnate dalle relazioni che le hanno nutrite. Gran parte delle nostre azioni sono relazionali, anche quando crediamo di andare autonomamente per la nostra strada. E’ meglio esserne consapevoli. Nell’amore, per esempio. Tendiamo a vedere tutto bianco o nero: stiamo insieme o no, viviamo insieme o ci lasciamo, funziona o è il fallimento, vinciamo o perdiamo. E invece è tra questi estremi che capita tutto, il territorio della relazione è questo, sta in questo mezzo che a noi appare vuoto”.

Riflettendo sull’empatia lei è approdata alle neuroscienze.

“Il tema dell’empatia oggi è studiato anche dal punto di vista neurobiologico. Si parla di una morale prima della morale, delle basi biologiche dei nostri comportamenti verso l’altro. La neuroetica, disciplina nata da poco, si occupa delle implicazioni morali e sociali delle recenti scoperte sul cervello umano. Scoperte che, io credo, dovrebbero entrare a far parte del complesso di  domande che ci poniamo sul “come vivere”. E’ anche una questione di cittadinanza democratica: non si può delegare agli scienziati di professione la soluzione delle ansie e la costruzione delle speranze collegate a queste scoperte. Si deve trovare un linguaggio corrente per parlarne”.

Si pensava che la bioetica potesse contribuire ad aprire la discussione pubblica. E invece in un certo senso l’ha irrigidita. Si è rapidamente istituzionalizzata.

“Sembra che il problema etico si ponga solo quando è questione di vita o di morte: gli embrioni, Eluana… Ma anche le nuove tecniche di neuroimaging sono eticamente rilevanti. Se, per esempio, studiando i meccanismi della decisione vedo che non si tratta di razionalità pura ma di un dosaggio di conscio e inconscio; se mi rendo conto del fatto che per tre quarti è frutto di un meccanismo automatico e involontario, allora il mio concetto di decisione lo devo riconsiderare. Non per rassegnarmi al fatto che non decido nulla. Anzi. Sapere come decido mi serve a farlo con sempre maggiore consapevolezza”.

ADDIO A SOLGENITSYN

E’ morto Aleksandr Solgenitsyn, premio Nobel per la letteratura e soprattutto testimone dell’orrore dei gulag. Il quale pure diceva che se avesse dovuto costruirsi personalmente una vita non avrebbe saputo “inventarne una migliore di quella che Dio mi ha dato”.

La morte di uomini e donne come Solgenitsyn, che hanno vissuto tanto pienamente e generosamente la loro avventura terrena, è tutto sommato un avvenimento ininfluente, che non diminuisce tanta pienezza. Quando si vive così, in un certo senso si sconfigge la morte, la si relativizza, perché si è vissuto eternamente, secondo le leggi armoniche dell’eternità -soprattutto l’amore- contro cui la morte non può nulla.

UN ESSERE UMANO

Mi scrive R. Rebeschini:

“Cara Marina, le confessero’ che, un po’ di tempo fa volevo scriverle, con un certo intento polemico, a proposito di infradito ed islamici, perché la cosa mi aveva un po’
infastidito ed avrei voluto farglielo presente.

Le avrei detto  che  si sarebbe certamente  dimenticata le   piccolezze di
una signora musulmana in metro’   se    si fosse dedicata alla lettura di Etty
Hillesum, che , in quel momento, riempiva le mie  ore libere.
Lo so , lo so che sarei stato insolente ma non glielo avevo scritto !

Ora vedo che lei cita la stessa Hillesum e, in verità, mi confonde un po’ le
idee, tuttavia, nel mio piccolo, ho già la soluzione che aggiusta tutto.
Di questi tempi tira una brutta aria e probabilmente, quel giorno, lei aveva
improvvidamente lasciato aperta una finestra. O sbaglio?”

Caro R., è che sono semplicemente un essere umano. Nè Gesù, nè la cara Etty, che è sovrumana, ma un essere umano.