NON SONO D’ACCORDO

Noto questo: che nei blog e nei dibattiti in generale, spesso le persone sprecano un sacco di tempo, di spazio e di energie per dire che non sono d’accordo. Tizio che non è d’accordo con Caio, il quale non era d’accordo con Sempronio, in una catena infinita di disaccordi.

Credo che sarebbe più proficuo occupare lo spazio -meno spazio possibile- e investire le proprie energie in modo pro-positivo. Dire semplicemente la propria sulla questione che si sta discutendo, aggiungendo argomenti, e non cercando di distruggere quelli degli altri. O semplicemente provare a raccontare qualcosa di interessante che è capitato, meglio se bello e luminoso.

Per esempio ieri sera, nel piccolo borgo ligure dove mi trovo, ho assistito a una commovente rappresentazione di “Antigone”. Gli attori non erano professionisti -tranne un paio, forse-, la tecnica non era perfetta, la dizione neppure, e di tanto in tanto un gatto si faceva una passeggiata sul palcoscenico. Ma tutti, pubblico e attori, erano talmente dispiaciuti per la sorte che ingiustamente toccava a quella povera ragazza, e indignati per la ferocia di Creonte, e commossi per la disperazione di Emone -un ragazzone in gonnella, con un forte accento ligure-, che Antigone era lì con noi, il suo spirito era vivo, la rappresentazione un’esperienza davvero catartica. Le prime rappresentazioni del testo di Sofocle non dovevano essere molto diverse.

E poi voglio offrirvi, stamattina, una pensiero di Etty Hillesum, su cui meditare:

“Quanto faccio è hineinhorchen (prestare ascolto: mi sembra che questa parola sia intraducibile). Presto ascolto a me stessa, agli altri, al mondo. Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e tento di immaginare il significato delle cose. Sono sempre molto tesa e molto attenta, cerco qualcosa, ma non so che cosa”.

Buona giornata a tutti.

Annunci

UN RINGRAZIAMENTO

Volevo davvero ringraziare chi partecipa a questo blog -proprio nel senso di augurargli ogni genere di grazia- perché lo apro ogni mattina come uno scrigno, ci trovo tesori nascosti, mi rammarico che siano nascosti. Le persone sono ricche, voglio dire questo, e vivono come se fossero povere, come se fossero disabituate a dare e mostrare il loro meglio, visto che nessuno glielo chiede.

Mi chiedo come andrebbero le cose se invece a tutti fosse chiesto il loro meglio, se tutti fossimo interessati al meglio degli altri.

Vi pregherei anche, se possibile, di farci capire, quando scrivete, di che sesso siete. Da certi nickname non trapela. Essere donne o uomini non sono condizioni interscambiabili.

AMO I RAGAZZI

Io amo i ragazzi. E non per parità, alla Germaine Greer, una che è partita nobilmente dall’”Eunuco femmina” per approdare alla matura foemina falloide, che rivendica il diritto di spasimare sui ragazzini, proprio come i vecchi maschi sbavano sulle ragazzine. Io amo i ragazzi tutti interi, li amo maschi e femmine, e amo ben più dei loro omeri torniti e dei loro sterni incavati. E non sopporto più che si parli invidiosamente male di loro, delle bande, del bullying, delle veline, delle bravate e delle canne. Vorrei finalmente vedere le loro sparute truppe partire lancia in resta contro l’immenso esercito di noi “giovanili” baby boomers, con tutto quello che diciamo di loro, le offese che gli arrechiamo, per vendicare il proprio onore e prendersi lo spazio che gli usurpiamo.
Mentre scrivo ne ho qui sette, dico sette, che stanno studiando per la maturità. Terenzio, Dante, Svevo, l’odore di latte acido che si è fatto più aspro, la linea netta della mascella che riesce ancora ad arrotondarsi in un broncio. E il mondo, di fronte alla mia impresa eroica –portarmene sette qui nella casa al mare, sette letti, sette posti in tavola, una valanga di biscotti e merendine per la colazione del mattino, caffè di conforto, pesto fatto in casa e ciotoloni di riso in insalata- si divide a metà, tra chi mi compiange e chi mi invidia. Anch’io mi invidio, e mentre carico lavatrici e stendo lenzuola, con l’ausilio di una collaboratrice carissima che mi permette di continuare a scrivere, guardo i ragazzi e mi dico che la mia vita non è andata poi così male se mi sono conquistata il privilegio di essere qui, in questa casa che vede un paio di isole, un fiume, le Alpi Apuane e un campanile dalla cupola moresca, con sette ragazzi (e un cane) da nutrire e sostenere e portare al mare all’ora di pranzo per un bagno ristoratore. Perché ci sarà anche la maturità ma, Dio mio, è pur sempre giugno e il sole –tra le nuvole- è allo zenith.
Li guardo e azzardo previsioni per ciascuno: quello manager, caparbio e ambizioso com’è; l’altro uno scorbutico dottore; questo chissà, ma un gran padre di sicuro. Nessuno, ma proprio nessuno nasce senza un talento, anche se non tutti incontrano adulti non invidiosi, che gli insegnino a farlo fruttare. Io amo i ragazzi, e al diavolo tutto il resto.

(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera” il 5 luglio 2008

UN ORRORE GIA’ VISTO

Vi sono varie ragioni a favore dell’ipotesi di schedare i piccoli Rom, ben argomentate da vari rappresentanti del governo: per esempio, come dice l’attivissima ministra della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini, il fatto di assicurarsi che vadano regolarmente a scuola.

C’è solo una ragione, ma una ragione davvero immane, per non procedere alla rilevazione delle impronte: il fatto che il provvedimento riguarderebbe solo l’etnia rom. Una logica tristemente nota, come la storia insegna, che in pochi passi conduce dai trattamenti “speciali” all’elezione di un popolo o di una “razza” a capro espiatorio, con tutti gli orrori che ne conseguono. Un prezzo troppo alto, per i rom e per noi tutti.

Se ci si vuole assicurare che i piccoli rom vadano a scuola non sarà difficile trovare altri sistemi.

La Chiesa ha ragione a opporsi, e noi con lei.

Il meglio del Sud

C’è una storia che riguarda la psicoterapeuta napoletana Elvira Reale, trent’anni di esperienza sulle psicopatologie di genere. Vorrei raccontarvela per arrivare poi a dire qualcosa su Napoli. Un giorno le sottopongono il caso di una giovane donna gravemente depressa: non regge più i tira-e-molla del suo fidanzato, pensa solo al suicidio. La ragazza è chiusa nella sua angoscia, muta, si dondola avanti e indietro. Sarebbe da ricoverare. Ma Elvira fa un tentativo: “Tu non parli” le dice“ ma puoi ascoltarmi. Ti chiedo tre mesi, non di più. Rimanda fino ad allora, e poi decidi. A suicidarti fai sempre in tempo”. Poi prende il fidanzato-aguzzino e gli intima di levarsi di torno. La ragazza è ancora al mondo. Elvira ha saputo accompagnarla fuori dal suo buio. Solo con le parole, senza ricovero, senza farmaci.
Di questa storia, oltre al lieto fine, mi sono piaciute tre cose: l’assunzione di responsabilità, anche se le cose potevano finire male, ed è raro che un terapeuta sia disponibile a correre un rischio del genere; quel pragmatismo femminile, quello “sporcarsi le mani” mettendosi in mezzo, senza tante storie, tra la vittima e il suo carnefice; e soprattutto la profonda fiducia nella relazione, senza la quale la vita non è vita, si rischia di morire, e vale per tutti, non soltanto per chi è depresso.

Mi viene in mente un grande scrittore napoletano, Domenico Rea: lui diceva che qui a Milano parlavamo tutti “o scientifico, o inglese”. Se n’è andato un po’ di anni fa. La lingua che parliamo ormai è quasi solo quella. Con la sua paziente Elvira Reale non ha parlato né scientifico né inglese. Ha scelto la lingua materna, l’autorità che risana, il corpo-a-corpo della relazione primissima.

In questi giorni a Napoli è in corso un grande Festival del Teatro. Penso a quanta gente di valore vive lì, a quanta intelligenza vi circoli: e credo che il nerbo stia proprio in questo talento per la relazione, talento che resiste, sia pure in tanto strazio. Lo dico soprattutto ai più giovani: non si facciano l’idea che lì c’è solo immondizia. Quello che di lì potrebbe venirci, insieme a questo peggio, è anche il nostro meglio.

(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera” il 14 giugno 2008)

FACCIAMO DJIKI-DJIKI

Il ragazzo –ragazzo per dire, ha passato di sicuro i 40, ma la pelle nerissima è tesa e lucente- prende la faccenda alla larga. “Tu sa? Io ho tante amiche italiane. Io gli fa compagnia. Loro mi telefona e io va”. Si siede sul mio lettino, poggia il box con gli anelli e le altre chincaglierie del Senegal. Riposa un poco sotto l’ombrellone, fa caldo anche per lui. “Loro mi telefona: tu mi fa’ un po’ di compagnia? E io va. In macchina, in albergo. Un po’ di djiki-djiki. Anche tre djiki-djiki in una volta”. “Complimenti” gli dico. C’è qualcosa di innocente nel modo in cui racconta sconcezze. “E ti fai pagare?”, gli chiedo. “Noo! Altri ragazzi sì, ma io no. Io lo fa per compagnia, per divertirsi. Mia moglie è lontana. Come fa un uomo sei mesi lontano?”. Ah, lo so bene. Qui da noi la questione è diventata perfino un caso politico. “Un uomo senza djiki-djiki non può. Noi uomini africani non può. Uomini italiani invece forse può”.
Questo è molto interessante: qualcuno può riferirlo all’onorevole Mele? “E chi lo dice che gli italiani può?”. “Le sue moglie. I mariti non fanno, e loro chiama me. Per djiki-djiki. E mi dice bravo. Una signora di cinquanta anni. Molto bella. L’ho vista ieri sera al Forte. Molto contenta”. “Tua moglie invece” obietto “non sarà contenta…”. “Ma io non dico! Lei non sa!”. Poligamia a parte, quindi, anche lì usa come da noi.
Eccoci al dunque: “E noi non può vedersi? La sera, le nove, le dieci. Noi ci diverte. Io vengo con macchina. Tu dove sta?”. “Guarda” gli dico “sei davvero gentile, ma io sono a posto così. Apprezzo molto, ma non mi serve nulla”. “Ma io so!” si scusa. “Tu brava moglie! Ma sempre pasta e pasta… magari una ha voglia di risotto con i frutti di mare”. “Niente frutti di mare, grazie”. “Ma non soldi!”. Ci manca pure che pago.
Si chiama turismo sessuale, e viene anche servito a domicilio: se Maometto non va alla montagna… Ma la notizia è un’altra: ormai, nell’opinione del Terzo Mondo, gli uomini occidentali sono maschi che non lo fanno più. “Forse perché donne non sono gentili?” mi domanda il mio generoso amico. Mi rituffo nella lettura del giornale.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

INDOVINA CHI INVITO A CENA?

Sabato sera, su un treno che corre in mezzo alla pianura. Sale a Codogno una signora nera con i più incredibili capelli che io abbia mai visto. Una massa di centinaia di treccine color bronzo raccolte in un torchon barocco e compatto che le ricade a metà schiena. Le colonne dell’altare maggiore a San Pietro. Gliele strapperei una a una, quelle trecce superbe. La lascerei spennata come un pulcino. Quel tesoro lo vorrei tutto per me: sana, purissima e infantile invidia per quella meraviglia della natura.
Poco più tardi, sul metrò giusto, qualche raro italiano oltre a me –siamo sempre i più eleganti…- e poi una gran quantità di filippini, marocchini, cingalesi, peruviani, senegalesi, ucraini, moldavi, croati. Mi pare di essere all’estero. Mi ricordo da ragazzina le prime volte che andavo a Parigi, l’odore eccitante delle spezie e del kebab, tutte quelle facce nere e quei vestiti colorati. Non parliamo di New York, razze mai viste, tipo gli aborigeni australiani. Li abbiamo anche qui, adesso. La mia preferenza, devo dire, il mio gusto degli altri è per la festosità latinoamericana. Mentre –razzismo compatibile- detesto quel puzzo d’aglio, specie in metropolitana: ma quanto diavolo ne mangiano? anche la mattina, poi?
Capisco all’improvviso, catastroficamente, lo capisco nella carne, voglio dire, che d’ora in avanti si dovrà tenere conto anche di loro. Qualunque cosa abbiamo in mente di fare –aprire un negozio, fare un nuovo giornale, scrivere un libro-, andrà fatto anche per loro, pensando a loro. Capisco che se le cose andranno al loro meglio, ed è quello che tutti speriamo, il “noi” e il “loro” si stempereranno rapidamente: avete in mente certi ragazzini neri come la pece che già parlano un lombardo magnifico, certi occhi azzurri con la plica mongolica? Capisco che la nostra razza bianchiccia, esangue e procreativamente stipsica dovrà mischiare il proprio genio e i propri geni ai loro, per durare ancora qualche annetto.
Mi rendo conto che i leghisti si arrabbieranno. E del resto, più meticcia di me, dalla Germania al profondo sud… Indovina chi invito a cena?
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)