DEPRESSIONE: PER NON AMMALARSI

Nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di malattia e di invalidità nel mondo. Le donne ci sono già arrivate: nella fascia d’età tra i 15 e i 44 anni – dati OMS- la depressione è già prima causa di infermità, senza differenze tra classi sociali, né tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Le donne si ammalano di più (il rapporto è di 2 a 1), sono curate peggio, hanno più frequenti ricadute.
Elvira Reale ha una lunga esperienza in questo campo: prima della legge Basaglia è stata primaria psicologa all’Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli. Quindi ha lavorato negli ambulatori territoriali dove, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, ha preso definitivamente avvio la sua pratica di ascolto del malessere femminile. Oggi Reale dirige l’unità operativa di Psicologia clinica della ASL Napoli 1, di cui fa parte un centro di Prevenzione Salute Mentale Donna oltre a un centro clinico per il maltrattamento visto nel suo nesso con i disturbi psichici femminili, e collabora come ricercatrice su questi temi con il CNR e l’OMS.
Mossa da due idee guida -che come altre patologie anche la depressione si possa prevenire, e che un approccio “di genere” sia decisivo per aiutare le donne a non ammalarsi e a guarire- Elvira Reale ha pubblicato per FrancoAngeli un libro prezioso, “Prima della depressione- Manuale di prevenzione dedicato alle donne”, completo di schede di approfondimento ed autovalutazione.
Le domandiamo anzitutto come mai l’idea di poter prevenire la depressione stenti ad affermarsi.

“Il perché ha a che fare proprio con il genere” spiega. “La depressione è prevalentemente femminile, e quando c’è prevalenza femminile la medicina fa sempre riferimento alla vita biologica, ai cicli riproduttivi e agli ormoni come a un destino ineluttabile. Nei settori più abitati dagli uomini, invece, per esempio nelle malattie cardiovascolari -fino a pochi anni fa considerate erroneamente solo maschili- si è fatta molta ricerca sui fattori di rischio”.

Sei depresso, vai dal medico e sempre più spesso ti senti dire cose tipo
“hai poca serotonina”: la depressione come esito di una carenza biochimica.
Lei invece sostiene che anche dietro la depressione endogena ci sono circostanze della vita su cui almeno in parte si può intervenire.

“Lo stress è la porta di accesso al corpo, il limite tra interno ed esterno. Diventa patologico quando si prolunga nel tempo e non hai risorse sufficienti a reggerlo. La pressione eccessiva degli eventi produce modificazioni fisiche e psichiche che puoi affrontare o agendo all’interno del corpo –con i farmaci- o all’esterno, alleggerendo la pressione. Ma quando si tratta di fare prevenzione l’unica possibilità è il lavoro esterno. In fase di terapia si può scegliere tra i farmaci e psicoterapie, ma con la genetica e con i farmaci prevenzione non se ne può fare. Qui puoi solo lavorare sugli stili di vita”.

Il fatto che la depressione sia la prima causa di infermità per le donne tra i 15 e i 44 anni significa che le donne sopportano un maggiore carico di stress rispetto ai loro coetanei maschi?

“Sono fatti dimostrati da un’infinità di studi e ricerche. Che poi però non fondano un intervento terapeutico conseguente e un’idea di prevenzione”.

In genere si pensa che le donne metropolitane siano più a rischio di quelle che abitano piccole comunità, e che ci siano più depresse nelle realtà industrializzate che nei paesi in via di sviluppo. Invece non è così.

“La depressione è una patologia “interclassista”, legata a una funzione sociale che la donna svolge in tutte le situazioni. Lo stress diventa depressione quando oltre a portare un carico eccessivo quello che sei e che fai non viene riconosciuto, e si produce una lesione dell’autostima. Se un uomo va dallo psichiatra magari si sentirà anche dire che ha poca serotonina, ma qualche indicazione sui motivi del suo malessere gli verrà data: un lavoro stressante, una moglie rompiscatole, qualche imbeccata per intervenire sulla sua vita. La donna difficilmente avrà queste indicazioni. E’ il post partum, le si dirà, o la menopausa. Hai il marito, hai dei bei figli, pensa solo a loro. E sarà il colpo definitivo”.

Se dietro la depressione femminile spesso c’è un compagno violento, o la fatica di stare in un mondo del lavoro ancora pensato a misura degli uomini, la prevenzione non può che essere “politica”.

“Anche la singola donna può fare molto. Se c’è una cosa che ti fa definitivamente ammalare è non sapere perché stai male. L’idea del male oscuro genera un circuito perverso. Sapere invece che se non riesci ad alzarti dal letto è perché tuo marito ti dà della stupida, perché il datore di lavoro ti molesta, o perché i figli pretendono tutto da te, significa poter raddrizzare la schiena, non pensarti più come malata ma come oberata, e toglierti di dosso almeno parte dei carichi”.

Lei indica il lavoro di cura tra i principali fattori di rischio.

“Parlo di burn out, che è una sindrome analizzata nelle professioni di aiuto, come i terapeuti e gli insegnanti, e consiste nel saper non porre paletti tra curato e curante. Le madri non sono educate a mettere paletti tra sé e i figli. Ovunque si elogia la loro dedizione assoluta senza sottolinearne i rischi. Per loro e per i figli”.

Forse più che il sovraccarico pesa il fatto che il lavoro di cura non è riconosciuto nella sua preziosità…

“Le nostre madri e le nostre nonne questo riconoscimento l’avevano, e forse sì, c’era meno depressione. Ma soprattutto potevano contare su una condivisione nella cura dei bambini. C’erano altre figure femminili in casa, e non quel rapporto esclusivo, ossessivo che vediamo oggi. Il che permetteva una certa distanza tra madri e figli. Io non raccontavo tutto a mia madre, mentre oggi a noi terapeuti spesso tocca insegnare alle adolescenti a dire bugie alle loro madri, a separarsi, a porre dei limiti. Parlando di depressione metto al centro la maternità: la madre con figli piccoli è quella che rischia di più. Segue la madre con figli adolescenti e postadolescenti. Anche le bambine e le ragazze le guardo attraverso la lente della maternità, come “apprendiste” del materno e dell’oblatività, di quel fare per altri prima che per sé. E la personalità depressiva è proprio quella di chi non sa fare per se stesso”.

Per prevenire la depressione lei “prescrive” mezz’ora al giorno riservata a sé, fuori dai rapporti familiari, preferibilmente tutti i giorni. Come per salvare il cuore ci vuole una mezz’ora di camminata quotidiana. Ma torniamo alla temutissima depressione ormonale.

“Tre giorni di turbamento dopo il parto legati a un calo degli ormoni –il
famoso baby blues- non hanno niente a che vedere con quel radicale senso di
inutilità e di incapacità che si sperimenta nella depressione. Gli ormoni non
hanno tutto questo potere”.

Vale anche per la menopausa?

“L’età di maggiore incidenza della depressione è 15-44, quindi con ormoni molto attivi. Ma poi si dice che anche la menopausa è una fase di rischio: stavolta perché calano gli ormoni? In realtà in questa età si registra una flessione dei casi di depressione. Qui il primo fattore di rischio è l’immagine sociale, che ti induce a sentirti vecchia, da buttare via. E anche qui c’è una grande offerta di farmaci, sulla cui efficacia peraltro ci sono sempre più dubbi”.

Il suo interesse per la prevenzione nel campo della salute mentale è condiviso da altri operatori?

“Non mi risulta che ci siano esperienze analoghe sul territorio nazionale”.

Pensa che un centro come quello che lei dirige a Napoli incontrerebbe le stesse problematiche in una realtà come Milano?

“Forse con piccole variazioni: a Milano ci sono più donne che lavorano e meno casalinghe “pure”. Ma stress da sovraccarico e maltrattamenti ci sono anche lì, allo stesso modo”.

(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 17 maggio 2008)

RIFARSI IL CERVELLO

Nel giro di una ventina d’anni, secondo le nerissime previsioni Oms, la depressione sarà il male umano numero uno: saldamente al primo posto nei paesi ricchi, al secondo posto, preceduto solo dall’Aids, nella classifica mondiale delle malattie. Una crescita esponenziale a cui purtroppo non sembra corrispondere un progresso altrettanto rapido delle neuroscienze: di come funziona il cervello si capisce ancora molto poco. Sulle cause e sulle terapie della depressione si sta ancora cercando.
Le ricerche degli ultimi vent’anni si sono concentrate su un paio di neurotrasmettitori, serotonina e norepinefrina, ai cui livelli troppo bassi si assocerebbe la depressione: gli antidepressivi SSRI, come Prozac e Zoloft, agiscono proprio su queste sostanze. Studi più recenti si sono invece focalizzati sulle cellule nervose e sui circuiti cerebrali: la depressione potrebbe essere l’effetto di danni permanenti a queste strutture, provocati da un’esposizione prolungata allo stress, da una risposta eccessiva a più eventi stressogeni o anche a un’unica esperienza traumatica. La terapia dovrebbe quindi mirare a bloccare o ridurre l’eccesso di reattività individuale allo stress.
Un altro studio comproverebbe una certa efficacia antidepressiva del Dhea, madre degli ormoni sessuali, venduto negli Stati Uniti come integratore alimentare. Il Dhea funzionerebbe soprattutto sulla depressione della mezza età.
Un problema che ritarda e complica la diagnosi e la cura della depressione è la sua “clandestinizzazione”: i sintomi depressivi si associano spesso a sensi di colpa e a vergogna, soprattutto tra gli uomini, che diversamente dalle donne non hanno nemmeno l’“alibi” delle fluttuazioni ormonali. Ma il problema è ormai così radicato e diffuso da non poter più essere tenuto nascosto. Sul numero crescente di uomini vittime del “cane nero”, così Winston Churchill chiamava la depressione, negli Stati Uniti sono stati pubblicati saggi come “Unmasking Male Depression”di Archibald Hart, e “I Don’t Want to Talk About It: Overcoming the Secret Legacy of Male Depression”, di Terrence Real.
Come si sa, i medici raccomandano di non dire mai a un depresso cose del tipo: “fatti forza”, “usa la testa”, “mettici un po’ di buona volontà”. Un vero depresso non ha forza né volontà da usare, ed esortazioni di questo genere non fanno che aggravare il suo senso di inadeguatezza. Eppure c’è qualcosa, in questo appello alla volontà e al bene, che potrebbe rappresentare una speranza, o addirittura il principio di un nuovo approccio alla malattia.
La rivoluzione copernicana è la scoperta della plasticità del cervello, organo soggetto a continui cambiamenti indotti dai rapporti con l’ambiente, dalle esperienze, dalle sostanze con cui entra in contatto. Un esempio: in un pianista l’area cerebrale che controlla il movimento delle dita tende ad allargarsi a scapito di altre funzioni attivate più raramente. Nel tempo, il nostro cervello diventa la fotografia della vita che abbiamo condotto. La sua specializzazione, quindi, non è fissata una volta per tutte dall’anatomia o dai geni, ma è il risultato di quello che ci è capitato.
Per decenni, il dogma prevalente nelle neuroscienze era quello della fissità e dell’immutabilità del cervello adulto. Oggi si sa invece che la neuroplasticità è una caratteristica permanente, e che anche un “vecchio” cervello, non solo quello di un bambino, può subire modificazioni fisiche significative.
Una scoperta rivoluzionaria, perché se un cervello può cambiare, e quindi può ammalarsi in seguito a eventi e situazioni che ha subito, la strada non è a senso unico: sul cervello si può attivamente agire per modificarlo, e quindi per guarirlo, applicando pensiero e volontà in una sorta di “rieducazione emozionale”. Perché si è visto che anche l’attività puramente mentale e il semplice pensiero possono cambiare il cervello. I segnali che producono cambiamenti non arrivano solo dal mondo “fuori”, ma anche da “dentro”, dalla nostra interiorità, dalla nostra mente. Possiamo quindi diventare promotori consapevoli e attivi di questo processo, allenarci al benessere, pensare pensieri che ci fanno stare meglio.
Il saggio “Train Your Mind, Change Your Brain” (Allena la tua mente, cambia il tuo cervello- Ballantine Books, New York, 2007) di Sharon Begley, senior editor e science columnist di “Newsweek”, ragiona in profondità su questi temi, ed è un libro straordinario per la sua capacità di infondere speranza con argomenti solidamente scientifici. Sul risvolto di copertina, un’immagine della giornalista accanto a un sorridente Dalai Lama. Come spiega nella prefazione Daniel Goleman, autore del best seller “L’intelligenza emotiva”, “le pratiche di meditazione buddista sembrano poter offrire ai neuroscienziati una dimostrazione “in natura” della neuroplasticità al suo massimo potenziale”.
Con il consenso e la collaborazione del Dalai Lama, che firma l’introduzione al saggio di Begley, un gruppo di monaci con una lunga esperienza di meditazione sono stati sottoposti a test strumentali nei laboratori di Richard Davidson, neuroscienziato dell’università del Wisconsin. I test hanno inequivocabilmente dimostrato che la ripetuta pratica di una particolare tecnica di meditazione “sulla compassione” aveva prodotto significativi mutamenti in certe aree del cervello (la corteccia prefrontale) dei meditatori veterani, mutamenti associati a un incremento dello stato di felicità e di benessere, di empatia e di amore “materno”, a scapito di rabbia, depressione e “bad feeling”. La meditazione, quindi, aveva cambiato fisicamente il cervello dei monaci rendendo più attivi i “circuiti della felicità”, chiara dimostrazione che importanti cambiamenti possono essere volontariamente indotti con un’intenzionale applicazione del pensiero. Ci si può “allenare” a essere felici, insomma, o almeno a essere meno negativi e infelici. E una volontà costante può fare molto.
La meditazione non è l’unica strada. Spiega Sharon Begley: “Le ricerche si sono focalizzate soprattutto su questo, ma alcuni studi evidenziano che anche la terapia cognitivo-comportamentale può mutare certi modelli di attività cerebrale, fino a trattare la depressione e a ridurre la percentuale di ricadute. Vi è motivo di ritenere che altre forme di training mentale, la stessa preghiera cristiana probabilmente, possano indurre e indirizzare consapevolmente la plasticità del cervello”.
In una serie di incontri tra il buddismo e la scienza promossi a Dharamsala (India) dal Dalai Lama, in collaborazione con il Mind e Life Institute di Louisville, si è discusso degli eclatanti risultati delle ricerche sulla plasticità cerebrale: Sharon Begley ne riferisce nel suo appassionante reportage. Uno dei casi riportati è l’esperimento di Alvaro Pascual-Leone, neuroscienziato della Harvard Medical School. Pascual-Leone ha chiesto a un gruppo di volontari di eseguire un semplice esercizio a cinque dita al pianoforte, due ore al giorno per una settimana. Alla fine dell’esperimento si è visto che l’area cerebrale deputata al movimento delle cinque dita andava “colonizzando” le aree contigue. Cioè un quantitativo sempre maggiore di corteccia cerebrale veniva delegata al compito di far muovere le dita. La neuroplasticità infatti non è semplicemente la capacità del cervello di creare nuove sinapsi, cioè nuove connessioni tra neuroni, “tracce” di nuovi apprendimenti e nuovi ricordi, ma va ben oltre. E’ la stessa funzione delle aree cerebrali che può mutare: una zona del cervello geneticamente assegnata a un compito, per esempio alla vista o all’udito, può mettersi a fare altro. Ma ci vuole un’applicazione intenzionale. In una parola, serve allenamento e volontà perché questo possa accadere.
Le scoperte di Alvaro Pascual-Leone non finiscono qui. A un secondo gruppo di volontari lo scienziato ha chiesto di eseguire lo stesso motivo musicale solo mentalmente, semplicemente immaginando di muovere le cinque dita: ebbene, anche in questo secondo caso la regione di corteccia che controlla i movimenti delle dita è andata espandendosi. La struttura fisica del cervello quindi può cambiare non solo in conseguenza delle cose che facciamo o delle esperienze che abbiamo subito, ma anche di quelle che “semplicemente” pensiamo. Scoperta che, osserva Begley, può avere importanti implicazioni terapeutiche: si tratta in sostanza di pensare le cose adatte e nel modo adatto ad alterare le connessioni cerebrali su cui si fonda il disturbo mentale. Si può parlare di “neuroplasticità auto-diretta”. Evitarci il male e il dolore non è nelle nostre possibilità, ma controllarne gli effetti negativi probabilmente sì.
La prova delle capacità di autoguarigione della mente in alcune ricerche condotte dall’università di California: la terapia cognitivo-comportamentale sarebbe infatti in grado “acquietare” l’iperattività anomala dei circuiti cerebrali connessi al disturbo ossessivo-compulsivo. Mutuando dalle tecniche della meditazione buddista, il neuroscienziato Jeffrey Schwartz ha istruito alcuni pazienti a “osservare” i loro stessi pensieri ossessivi come delle “sciocchezze emesse da un circuito difettoso”. Dopo dieci settimane di trattamento, 12 dei 18 pazienti erano significativamente migliorati, e l’attività nella corteccia orbitale frontale, centro del disturbo ossessivo, si era drammaticamente ridotta, come capita in chi assume farmaci ad hoc.
Perché allora non ricorrere direttamente ai farmaci? “Perché in genere hanno effetti collaterali” spiega Begley “e per evitare ricadute depressive spesso vanno assunti per tutta la vita. Gli effetti della “mindfulness”, invece, della piena consapevolezza e dell’allenamento mentale, durano per sempre e non hanno controindicazioni. Inoltre non c’è farmaco che sappia incrementare l’empatia e l’amore come sa fare l’allenamento mentale”.
Richard Davidson, il neuroscienziato dell’università del Wisconsin che ha studiato i monaci, sottolinea l’esistenza di “una tremenda lacuna nella nostra visione del mondo: riconosciamo l’importanza dell’allenamento per aumentare le nostre forze, per l’agilità fisica, per le capacità atletiche, per l’abilità musicale… per tutto, salvo che per le emozioni”. E invece anche la felicità può essere appresa come un’arte: agli scienziati americani il Dalai Lama ha raccontato di essere stato lui stesso un ragazzino ribelle e perfino un po’ bullo. Oggi, dice, non conosce più il sentimento dell’odio.
Le tecniche della meditazione sono nate come risposta a una situazione ambientale molto avversa, che richiedeva grandi capacità di resistenza e di adattamento. Forse oggi, da un punto di vista spirituale, ci troviamo in una situazione ugualmente difficile: “Nel mondo attuale” conviene Sharon Begley “siamo costantemente sottoposti al bombardamento delle cattive notizie, viviamo immersi nel materialismo e nelle atrocità. Oggi più che mai dobbiamo poter contare sulle nostre risorse interiori per andare avanti”.
Qual è l’atteggiamento della scienza tradizionale su queste scoperte? “L’evidenza della neuroplasticità non può più essere negata” dice ancora Begley. “Semmai oggi si discute sui suoi limiti e sulle sue potenzialità. Si può pensare di ricorrere al training mentale anche per trattare disturbi mentali gravi, come la schizofrenia, l’autismo, l’Alzheimer? Per ora non lo sappiamo. Ma io credo che la scienza abbia sottovalutato troppo a lungo le potenzialità di autoguarigione del cervello, e sarebbe un errore liquidare a priori qualunque ipotesi prima di verificarla”.
La scoperta della neuroplasticità e delle potenzialità del training mentale, osserva ancora Begley, potrebbe aiutarci a cambiare radicalmente “anche il mondo, sfruttando appieno la possibilità di allenarci a essere più gentili e compassionevoli, meno difesi ed egoriferiti, meno aggressivi e guerrafondai”.

Il benessere dell’individuo e quello del mondo come un tutt’uno: è la speranza più grande, per il Dalai Lama, per i suoi monaci, per gli scienziati di Dharamsala. E per noi tutti.

(pubblicato su “Io donna” – “Corriere della Sera”)

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Patricia ha appena avuto il suo secondo bambino, a poca distanza dal primo. E’ in pieno baby blues. Una depressione che le taglia le gambe. Due gravidanze di fila, e Patricia si è giocata tutti i suoi Omega-3. Al feto gli Omega-3 servono per fare il cervello, composto per due terzi da acidi grassi. Ma anche il cervello di Patricia ne ha bisogno per funzionare. Avrebbe dovuto mangiare più pesce: salmone, pesce azzurro. Gli Omega-3 si trovano anche nell’olio di colza e nelle noci. O negli integratori, evoluzione del vecchio, disgustoso olio di fegato di merluzzo.
Oggi si consuma meno della metà degli Omega-3 che si consumavano tra le due guerre. E guarda caso, non c’è mai stata tanta depressione. Ma gli Omega-3 fanno bene anche al cuore e al sistema cardiocircolatorio. E un cuore che funziona come si deve è a sua volta un presidio contro la depressione. Così come un cervello in buona salute protegge dall’infarto e dai problemi cardiovascolari.
Nel suo Guérir, best seller internazionale (Sperling & Kupfer), il professor David Servan-Schreiber, psichiatra e docente presso le università di Pittsburgh e di Lione, racconta questa e altre storie. Di come sia arrivato a convincersi che il corpo e la psiche fanno un’unità inscindibile.
L’incontro con la medicina tibetana è stato fondamentale: “Voi occidentali” gli disse un giorno un “collega” di Dharamsala “siete sempre sorpresi nel constatare che quello che chiamate depressione, ansia o stress ha dei sintomi fisici. Per noi vale il contrario: il pianto, la perdita di autostima sono manifestazioni mentali di un problema fisico. In realtà non si tratta di fisico o mentale” aveva concluso. “i sintomi emotivi e fisici sono due aspetti di uno squilibrio nella circolazione dell’energia”.
Noi occidentali l’abbiamo capito a metà. Ormai ci è chiaro che un disturbo emotivo può “somatizzare”: ci si può ammalare dopo un lutto, un divorzio, la perdita del lavoro. Ci è più difficile comprendere che un cattivo funzionamento dei nostri organi può determinare uno squilibrio emotivo. Che un’alimentazione disordinata e uno stile di vita scorretto possono indurre depressione. Che curando il corpo si cura anche la mente.
Il settimanale Newsweek ha recentemente dedicato una cover story al potere risanante della preghiera. Negli Stati Uniti si fanno corsi universitari sul rapporto tra fede e salute. Il 72 per cento degli Americani crede che pregando ci si ammali di meno. Il National Institute of Health investirà 3 milioni e mezzo di dollari nelle ricerche sulla medicina mente-corpo.
Gli effetti benefici della meditazione sono noti: riduzione dello stress, migliore risposta immunitaria, abbassamento della pressione sanguigna. La preghiera potrebbe funzionare allo stesso modo. Purché non sia obbligata e “moralistica”, osserva Servan-Schreiber. “Purché pregando il petto sia invaso da un senso di gratitudine verso il mondo”. Meditazione o preghiera, esercizi respiratori o biofeedback secondo l’uso orientale o occidentale, gli effetti di queste pratiche sul cuore sono sorprendenti. Un cuore in buona salute ha un battito variabile, in corrispondenza degli stati emotivi: un ritmo regolare come un metronomo è un segno preoccupante. Le cose non vanno bene nemmeno quando il ritmo è caotico, con palpitazioni e aritmie. In assenza di patologie cardiache, dice Servan-Schreiber, un battito caotico viene scatenato dalle emozioni negative. Le emozioni piacevoli, al contrario, mantengono il ritmo coerente e variabile.
Ma è vero anche il contrario. Riportando il battito in coerenza, con la meditazione o il biofeedback, siamo invasi da emozioni positive. Emozioni che, in un circolo virtuoso, rafforzano la coerenza del battito, con effetti benefici a cascata: controllo di ansia e stress, stimolazione del sistema immunitario, abbassamento della pressione, aumento del tasso di Dhea, l’ormone della giovinezza. Il cuore sta bene, il cervello pure. L’anima-corpo è in gran forma.
Anche l’esercizio fisico produce notevoli effetti sulla psiche. La Duke University ha realizzato uno studio comparato sulla depressione: un gruppo di pazienti è stato trattato con un antidepressivo a base di sertralina, l’altro gruppo solo con jogging. Dopo 4 mesi di cura, i pazienti dei due gruppi si sentivano egualmente bene. Dopo un anno, un terzo dei pazienti curati con il farmaco aveva avuto una ricaduta, mentre il 92 per cento dei “corridori” continuava a star bene. Il benessere è correlato alla secrezione di endorfine, oppiacei endogeni che garantiscono un persistente senso di appagamento: chi corre, fa spinning o un altro esercizio sostenuto, dopo 20-30 minuti raggiunge il cosiddetto “high”, o “estasi”. I pensieri fluiscono, le emozioni negative si attenuano, come per effetto di una buona droga. Ma l’esercizio induce anche coerenza del ritmo cardiaco e un migliore funzionamento del sistema immunitario, fattori entrambi correlati al benessere psichico e fisico.
Uno dei metodi più sorprendenti descritti da Servan-Schreiber, a dimostrazione dell’inscindibilità di mente corpo, è l’Emdr (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari).
Un giorno di alcuni anni fa la psicoterapeuta californiana Francine Shapiro, creatrice del metodo, passeggiava in un parco rimuginando un ricordo spiacevole. Si rese conto che mentre pensava i suoi occhi si muovevano rapidamente, come nella fase Rem (Rapid eye movement) del sonno. Shapiro provò a rifarlo intenzionalmente, e si avvide che mentre i suoi occhi si muovevano i pensieri spiacevoli regredivano. I movimenti oculari innescavano un processo di autoguarigione del cervello.
Oggi L’Emdr è considerato uno dei due metodi di elezione per la cura del disturbo da stress post traumatico: un movimento fisico che sana lo spirito. Il metodo è riconosciuto dall’American Psychological Association, e il nostro Ministero della Sanità lo classifica tra i metodi “probabilmente utili”, la stessa classe a cui appartengono farmaci come lo Zoloft. L’Emdr è stato utilizzato come metodo di psicologia d’emergenza sui bambini sopravvissuti al crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, e sugli scolari di un istituto attiguo al grattacielo Pirelli, traumatizzati dallo schianto di un aereo nella primavera del 2002.
Al termine della terapia, in genere poche sedute, i pazienti riferiscono di considerare il ricordo del trauma lontano e non più disturbante, come se il contenuto doloroso fosse stato “digerito” e consumato.
Secondo Servan-Schreiber, l’Emdr può essere utilizzato anche per disturbi diversi dallo stress post-traumatico. “In tutte le forme di depressione o di ansia” spiega “si deve tentare di identificare nella storia del paziente le cause scatenanti dei sintomi”. Microtraumi, piccoli choc emotivi possono essere all’origine dei disturbi.
L’Emdr non è alternativo alla psicoanalisi, ma può integrarla, restituendo al corpo una parte “in commedia” all’interno del set analitico. Matilde ha affrontato una terapia psicoanalitica junghiana. Ha capito molto di sé e ha imparato a convivere con i suoi sintomi: nel suo caso, agorafobia con panic attack. “Eppure” ricorda “ogni volta che varcavo la soglia dello studio avevo la sensazione di dovermi “decorporeizzare”. Di dover abbandonare e dimenticare il corpo, steso come morto sul lettino, mentre la psiche giganteggiava”.
L’esperienza contraria è molto più comune. Dover parlare con un medico dei mali del proprio corpo abbandonando l’anima in sala d’attesa. Roberto Elli, endocrinologo milanese, è un medico di famiglia, categoria minacciata da un progetto ministeriale che prevede di sostituirli con anonimi ambulatori. Elli dice che la maggioranza dei pazienti manifesta un grande bisogno di “parlare”: “Per me l’ascolto è fondamentale” dice. “Se ascolti e guidi il paziente in ciò che dice, la diagnosi se la fa da solo. Conoscere il background di una persona è determinante. Anche per capire qual è il vero male da curare. Se si tratta di dermatite o di colite, e non piuttosto di depressione”.
Fabio Magrini, direttore dell’istituto di Clinica medica e della Seconda scuola di Cardiologia all’Università Statale di Milano, conferma che tutti i pazienti chiedono attenzione alla persona nella sua globalità: “Gli ingegneri” scherza “sono i più freddi: trovami il guasto e aggiustalo. Ma è una reazione di paura. Certo, quando un paziente arriva in pronto soccorso con un infarto acuto la relazione conta relativamente. In questo caso servono rapide decisioni di tipo operativo. Diverso è il caso di condizioni croniche. Lì collaborazione, fiducia e simpatia sono importanti. Anche se, a mio parere, un eccessivo coinvolgimento può costituire un limite. E non sempre c’è il tempo per garantire una relazione piena”.
Allen Roses, dirigente della multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline, ha recentemente dichiarato che i farmaci sono inefficaci per quasi la metà dei pazienti a cui sono stati prescritti. Un duro colpo, per la medicina tradizionale. Che sembra dare ragione a quanti, soprattutto donne, sono costantemente alla ricerca di soluzioni di cura alternative, all’insegna di un’idea indivisa del corpo-psiche.
“Il cervello è un organismo straordinario” dice Raffaele Morelli, direttore di Riza psicosomatica “che trasforma in carne tutti gli stati d’animo. La salute e la malattia passano di lì. Evitare le emozioni negative non si può. Quello che conta è non trattenerle negandole, ma osservarle con benevolenza, fintanto che “si scaricano””. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ma possiamo imparare a reagire nel migliore dei modi possibili, controllando la nostra fisiologia. E la nostra salute. “Il cervello sa guarirsi da solo” dice ancora Morelli. “E’ in stato di perenne autoguarigione”.
La medicina tradizionale accoglie solo in parte le acquisizioni della psicosomatica, che fin dalle sue origini si è sviluppata in due filoni, come spiega Piero Parietti, presidente della Società italiana di medicina psicosomatica: “C’è un filone nosografico, che spiega come certe malattie originino da problemi psicologici. E un filone metodologico, per il quale ciò che conta non è tanto la certezza dell’origine psicologica, quanto l’approccio diverso al paziente, considerato come una persona nella sua interezza. Perfino dal chirurgo o dal dentista. Questo secondo filone è il più fecondo. Recentemente la psicosomatica ha cominciato anche a considerare il benessere della persona, con un’attenzione allo stile di vita e all’ambiente. Di tutto questo nella formazione accademica passa poco, fatta eccezione per quei professionisti sensibili che scelgono questo approccio nell’ambito degli insegnamenti tradizionali”.
Per trent’anni Piero Parietti è stato anche medico di base. L’idea che mente e corpo siano una cosa sola ha informato tutta la sua pratica quotidiana. Parietti ricorda la storia di un paziente ammalato di cancro alla laringe. L’intervento demolitore non poteva essere evitato. Però si poteva cercare di cavare qualcosa di buono da questa esperienza di male estremo. Il paziente scelse la strada della massima consapevolezza, e apprese alcune tecniche di rilassamento profondo. Dopo l’intervento lavorò accanitamente per ritrovare la voce perduta, elaborando un metodo che ora insegna ai laringectomizzati. Oggi la sua voce è quasi normale, molti non si accorgono neppure del problema.
Quando si tratta di cancro, proporre un’alternativa ai protocolli di cura in vigore è ancora più difficile. Dopo vent’anni di ricerche in solitudine, oggi il dottor Pier Mario Biava è ripagato dall’interesse e dall’entusiasmo con cui un’équipe di oncologi dell’università La Sapienza di Roma sta lavorando sulle sue teorie, che propongono un mutamento di prospettiva nella comprensione del cancro. Biava ha anche messo a punto una terapia genica fisiologica basata su un farmaco a network (un pool di proteine naturali prelevate dell’embrione di un pesce tropicale, lo Zebrafish) che saprebbe riprogrammare la cellula malata e far regredire il tumore. Una terapia regolatrice, anziché terapie distruttive. Il farmaco è registrato come “nutraceutico” dall’Istituto superiore di Sanità. All’università di Bologna si sta verificando la sua utilità nel trattamento degli epatocarcinomi.
Biava parla suggestivamente della cellula tumorale come “psicotica”, incapace di comunicare con le altre cellule. E indica tra le cause del tumore, oltre alle sostanze cancerogene e agli stili di vita scorretti, fattori psicologici come l’incapacità di elaborare i traumi, di comunicare con gli altri, di continuare a differenziarsi e a crescere, in una visione integrata e complessa dello psichico e del biologico.
“La gran parte delle ricerche in medicina continua a non tenere conto di questa integrità” conclude Biava. “Ma le cose, piano piano, stanno cambiando. Non è un passaggio semplice. Si tratta di un cambio di paradigma. Di una vera e propria rivoluzione scientifica”. Portando dal medico i loro bisogni, anche i pazienti possono fare molto.

(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera)