IN VITRO

“E’ partita l’epurazione. e chissà se vedremo mai questo post…… Comunque l’intento è stato raggiunto, abbiamo perso il buon Mariani (chi l’ha visto????), gli interventi si sono ridotti in lunghezza e frequenza, le femminucce sono aumentate, i maschietti evaporano, va bene così”.

Il commento che vi riproduco è una dimostrazione “in vitro” del sentimento che evidentemente domina il maschio contemporaneo: quello di essere espulso,  epurato (niente meno), evaporato dalle donne. Che paranoia!

Si tratta semplicemente di restare a tema, evitando di scrivere inutili e noiose paginate. Non credo che un uomo si senta uomo solo se invade tutto lo spazio disponibile, cambiando l’argomento proposto e parlando degli affari suoi. Non mi pare così difficile.

VERITA’ MASCHILE

Un uomo a me molto caro in vena di verità, una sera d’estate al ristorante. E’ così difficile, per loro, mi dice -più difficile che per noi donne- accettare che il tempo passa. “Voi avete la maternità. Per noi non c’è niente di così saldo a cui aggrapparci”. Un rampicante senza sostegno, ai quattro venti.. E noi invece, piantate nel nostro bizzarro baricentro extracorporeo, quelle nostre creature in giro per il mondo. Il loro imperioso dettato biologico: assicurare un futuro ai propri geni, spargendo più seme possibile in ogni terra fertile. E il nostro, invece, che si appaga di una semina o due, e del confortevole nido che gli si fa intorno.
Mi dice quell’uomo che vedere la propria compagna invecchiare –sempre bella, certo, sempre seducente, e sempre più elegante, con il grande charme dell’esperienza accumulata, ma via, diciamo le cose come stanno: infeconda- è una cosa dura da sopportare. Per loro, che pure a parità di charme e di esperienza restano fecondi come ragazzi. Sento empaticamente quello che dice. Cerco immaginare quello che prova, e mi pare di riuscirci. Dovrei arrabbiarmi, per questa dichiarazione di disparità. E invece no. Una grande, complice tenerezza mi invade.
Le ragazze abbronzate fanno il loro struscio serale, rilucenti di estrogeni. Gli uomini le guardano. Le guardo anch’io. Sono bellissime. Dovrei provare invidia per il loro intoccato splendore. Sento la loro trepidazione, invece. Le incertezze e le meraviglie della vita che le aspetta. La tenerezza si moltiplica. Sono tutte mie figlie.
Sarà che alla parità non ho mai creduto. Né alla simmetria, né ad alcuna forma di complementarietà. Siamo diversi, donne e uomini. Possiamo tutt’al più sperare di farci un po’ di buona compagnia, di stupirci e di poter sorridere per l’irriducibilità della nostra differenza.
Prendo al braccio il mio compagno, come per consolarlo. Passeggiamo verso uno strapiombo sul mare nero, le luci delle barche in rada. Le stelle ci guardano immote. Ne avranno per qualche altro miliardo di anni. Noi per molto meno.  Eppure ho molta tenerezza anche per loro. Mi sento madre anche delle stelle, questa sera.

(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera il 18 ottobre 2008)

QUESTA VOLTA

Questa volta inviterei le donne, se lo vogliono, a parlare liberamente di politica come lo sanno fare loro (noi), nel modo a loro più congeniale, con le parole che sentono più loro, senza dover fare fuori il buon senso.  E inviterei gli uomini ad ascoltare. Una donna che parla, restando fedele a se stessa, e un uomo in ascolto: è una postura molto istruttiva.

POCHE DONNE

Questo dibattito si è svolto tra uomini perché questa politica è fatta da uomini e per uomini: e non sto recriminando, vi assicuro. Anzi. Oggi sento questo essere fuori come un’opportunità da saper cogliere. Secondo Jürgen Habermas, filosofo e sociologo tedesco, “l’esclusione delle donne è stata costitutiva per la sfera politica pubblica… Diversamente dall’esclusione di uomini emarginati, l’esclusione delle donne ha esercitato una funzione strutturale”. Vuole dire che la politica è stata inventata come un posto di uomini che tenesse fuori -o meglio dentro: ai maschi l’agorà, alle femmine le case- le donne: di conseguenza linguaggi, modi di organizzazione, forme, tempo della politica sono sempre stati solo ed esclusivamente quelli degli uomini. Questo sistema è giunto a un punto di crisi irreversibile. C’è bisogno di una politica che tenga conto nella sua fondazione dell’uscita delle donne dalle case e della loro partecipazione allo spazio pubblico. Si tratta, credo, di un immane lavoro di invenzione, che ha bisogno di molta ricerca e di molta attività femminile e di molta disposizione all’ascolto da parte maschile. Per il maggior bene di tutti, donne e uomini.

P.S: La lunghezza di certi interventi è scoraggiante e assolutamente inadatta a questo spazio di discussione, più “orale” che scritto. Se volete essere letti, vi prego di attenervi a  misure di buon senso e di usare un linguaggio piano e colloquiale, senza esibizionismi professorali.

SINCERAMENTE….

Sinceramente: ma a voi interessa che ci siano poche donne in politica? Pensate che sia un guaio, per il nostro paese e più in generale, che le donne non partecipino alla formazione delle pubbliche decisioni? O credete che riescano a partecipare ugualmente, nonostante la scarsissima rappresentanza e le poche donne nelle stanze dei bottoni?

Scrivetemi solo la verità di quello che pensate (se non diciamo la verità, non vale la pena di sprecare tempo e spazio). E ditemi quello che pensate VOI. Niente sociologia, per favore.

GIRO DI BOA

aCibo e bellezza a parte, noi europei del Sud il “complesso del Nord” l’abbiamo sempre patito. Che politica, che welfare, e che parità! Noi, invece, con tutte le nostre magagne… In fatto di emancipazione e di uguaglianza tra i sessi gli anglosassoni sono stati i primi: donne=uomini, nessuna differenza. Ma adesso stanno cambiando idea. Noi al Sud, in ritardo di almeno vent’anni, tutti presi a dotare ogni ente pubblico, dai municipi alle assemblee di condominio, di organismi pari-opportunitari. Lassù invece si cambia rotta. Storico giro di boa. E se il modello parità-emancipazione entra in crisi proprio lì, dove è stato inventato, allora è solo questione di tempo, è fregato all over the world.
Una recente ricerca della Cambridge University rivela un deciso cambio di umore degli inglesi verso l’uguaglianza di genere: se nel 1994 il 50 per cento delle donne e il 51 per cento degli uomini ritenevano che la vita familiare non soffrisse del fatto che le donne lavoravano fuori casa, nel 2002 lo crede solo il 46 per cento delle donne e il 42 per cento degli uomini.
Tra allora e oggi un decennio di spaventose fatiche femminili, di azzardi ed equilibrismi: il famoso doppio ruolo. Figli tirati su in qualche modo, uomini che in casa non muovono un dito, ménage familiari a dura prova: ne valeva la pena? Davvero donne e uomini sono intercambiabili? Cala anche il numero di cittadini convinti del fatto che per le donne l’unica strada di realizzazione sia la carriera. Il tipo career woman-super mom è sotto attacco.
Negli Stati Uniti, dove l’emancipazione è stata una fede, il cambiamento è anche più vistoso: la percentuale di americani convinti che le donne possano lavorare 8 ore senza che la famiglia vada a rotoli precipita dal 51 al 38 per cento. In controtendenza la Germania, dove la simpatia per le politiche ugualitarie invece è in ascesa: nel ’94 solo il 24 per cento dei tedeschi pensava che la moglie-mamma al lavoro non avrebbe sfasciato la famiglia, nel 2002 la percentuale sale al 37 per cento. E con ogni probabilità in tutto il Sud-Europa il trend è questo.
Spiega la sociologa Jacqueline Scott, che ha coordinato la ricerca di Cambridge: “I tre paesi stanno probabilmente vivendo stadi diversi del ‘ciclo di simpatia’ per l’uguaglianza di genere. I tedeschi hanno abbandonato i ruoli tradizionali più tardi (come noi italiani, ndr), di conseguenza non si sono ancora imbattuti nella reazione anti-working mother. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, invece, dove le politiche pari-opportunitarie sono più antiche, la gente comincia a cambiare idea”.
Tendenze e controtendenze rilevabili anche nel nostro “piccolo” italiano: se la spinta maggioritaria è per la parità, per la piena occupazione femminile e per un welfare di impostazione tradizionalmente “fordista” (servizi rigidi per mamme che lavorano 8 ore), cresce il numero di quelle che hanno sempre tenuto duro sulla differenza di genere, o che l’hanno riscoperta; che promuovono una diversa concezione del lavoro, all’insegna della flessibilità, della creatività e dell’invenzione di spazi e tempi più congeniali; che hanno un’idea più complessa e articolata di welfare e mettono al centro il lavoro di cura e d’amore. Un “ritardo”, il nostro, che oggi potrebbe diventare una risorsa.
Quel che è certo, dalla ricerca di Cambridge non si può dedurre opportunisticamente che le donne vogliano “tornare a casa”. L’ideologia del “coming back home” non parla dei desideri delle donne, ma solo degli auspici dei tradizionalisti. Lo confermano altri passaggi della ricerca, in apparente contraddizione con l’insofferenza anti-paritaria rilevata prima. Solo il 41 per cento degli intervistati e il 31 per cento delle intervistate, infatti, è d’accordo con l’affermazione “tocca all’uomo portare a casa lo stipendio, mentre la donna sta a casa a guardare i bambini”. Nel 1987 i favorevoli erano rispettivamente il 72 e il 63 per cento.
Le donne vogliono lavorare. E’ impensabile che rinuncino al lavoro. Ma vogliono potersi organizzare a modo loro: è più facile rispedirle in cucina che assecondare la loro volontà di cambiamento. Quello che vogliono riportare a casa è l’enorme quantità di energie spese ogni giorno nell’adeguarsi a modelli maschili di organizzazione dello spazio e del tempo, della vita e del lavoro.
Nessuna economia nazionale, del resto, potrebbe fare a meno di loro. In Italia +100 mila donne al lavoro, come ha valutato Maurizio Ferrera, autore di “Il fattore D”, farebbero un + 0.28 di Pil. Dice Jo Causon del Chartered Management Institute, associazione dei manager britannici: “Per la nostra economia è impensabile non avere donne al lavoro. Oggi sono il 45 per cento degli occupati. In un momento di crisi come questo non possiamo permetterci di rinunciare alle loro capacità. Il 79 per cento delle aziende ha il problema di reclutare talenti e il 75 per cento si danna per riuscire a trattenerli. Si deve trovare il modo per corrispondere alla richiesta di flessibilità che proviene dalle donne. E anche dagli uomini”.
Nel cassetto del governo inglese tre nuovi provvedimenti: orario flessibile per chi ha figli fino ai 16 anni, prolungamento del congedo di maternità da 9 a 12 mesi e possibilità per la madre di trasferire al padre gli ultimi 6 mesi di congedo. “Flessibilità” sembra essere la chiave universale, per quanto in ritardo. Ma quello che ci vorrebbe è una vera rivoluzione nel modo di pensare e organizzare il lavoro e la vita. Kat Banyard, a capo della Fawcett Society, antico istituto delle suffragette inglesi, parla di necessità di una “trasformazione radicale”, contro la cultura del “tempo pieno”.
Il lavoro è senza dubbio il pensiero che la politica del prossimo decennio ha da pensare. E’ lì, nel punto di snodo tra lavoro e vita, che vedremo i cambiamenti più straordinari, promossi in primis dalle donne. E forse per una volta saremo noi europee del Sud, che per circostanze sfavorevoli e anche per cultura non ci siamo mai fatte prendere del tutto dall’emancipazione, dalla parità e dalla carriera, tenendo duro sulla differenza femminile, ad avere qualcosa da insegnare, qualche spunto e qualche ricetta (anche di cucina, why not?) da offrire alle amareggiate sorelle del Nord.

CASALINGHE FORSENNATE

Ragazze vestite come casalinghe anni Cinquanta che preparano torte per strada; tè delle cinque in stile burlesque, happening a metà tra l’artistico e il politico: in tutto il Regno Unito, da Londra a Brigthton, fiorisce il movimento delle giovani “domestic artist”. Le virtù femminili tradizionali brandite come strumenti di ribellione. Spiega Jazz D Holly, 24 anni, presidente delle Shoreditch Sisters: “Detesto l’idea di essere la copia di un uomo. E’ una cosa che sta gravemente danneggiando l’autostima di noi donne”. Figlia di Joe Strummer dei Clash, il mitico gruppo punk, Holly spiega  di avere avuto un’infanzia molto caotica. Per lei trasgressione non è bere e drogarsi, ma fare la maglia e cucinare, attività sovversive ed  “empowering”.

(pubblicato su “io donna” – “Corriere della Sera” il 13 settembre 2008)

GOOD NEWS

Sfoglio rapidamente le pagine di un quotidiano qualsiasi, in un giorno qualunque. Rapido colpo d’occhio ai titoli: “basta”, “uccisa”, “nemico”, “irresponsabili”, “senza freni”, “problema”, “rischia”, “fucili”, “manipolati”, “smembrare”, “odio”, “agguato”, “rivalità”, “addio”, “killer”, “morti”, “muore”, “coltello”, “guai”, “insoddisfatti”… Provate a rovesciare i termini nei loro contrari: “ancora”, “viva”, “amico”, “responsabili”, “moderati”, “opportunità”. E ancora “amore”, “nasce”, “soddisfatti”.
L’effetto che fa è addirittura fisico. Prima serie: diaframma contratto, respiro corto, irrigidimento muscolare, spalle alzate in difensiva. Seconda serie: pupille che si dilatano, pressione che scende, respirazione addominale, rilassamento, fiducia.
Leggo qualche settimana fa in “Est/Ovest”, rubrica firmata su queste pagine da Franco Venturini, che il Senato romeno ha approvato all’unanimità una norma che impone a tg una quota di buone notizie. Provvedimento assurdo, certo, e per almeno due ragioni: non si deve imporre mai nulla, in particolare quando si tratta di informazione; non è sensato guardare al mondo come divisibile tra bene e male. In realtà, e il collega Venturini lo sa molto meglio di me, l’applicazione di una quota di “buone notizie” –in gergo “colore”, “costume”, “rosa”, “gossip”- è pratica corrente nei mezzi di informazione. Compito di alleggerimento che spesso viene affidato alle cose di donne, o più semplicemente all’esibizione del corpo femminile, intero o in quarti.
Nei giornali pensati da-e-per uomini ma sempre più letti e-ahimè- ancora troppo poco scritti da donne, che il femminile venga individuato come correttivo ha una sua plausibilità. Ma ci si deve intendere: non è che le donne vogliano o portino solo “buone notizie”. Le donne –e penso ormai anche un gran numero di uomini- vogliono semmai poter vedere il bene che c’è in ogni cosa che capita, buona o cattiva che sia. Per dirla in modo un po’ più complicato, vogliono vedere le cose dal punto di vista di ciò che nasce. Dalla parte della  nascita, come diceva Hanna Arendt. Non c’è mai una notizia solo e assolutamente cattiva. Bene e male sono inestricabili. Si tratta di torcere la notizia verso il bene che inevitabilmente contiene, di spremerne tutto il bene e la speranza. Di portarla via alla morte. Di saper resistere al male, e al suo fascino.
(puublicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 23 agosto 2008)