DUE COSE

Due cose, velocemente.

La prima: il mio post precedente non meritava tante elucubrazioni. Vi ho semplicemente chiesto di essere più brevi e di non “occupare” tutto lo spazio, perché questo ha un effetto autoreferenziale ed escludente. Indicazione facile da capire e da seguire.

La seconda: probabilmente il blog verrà presto rinnovato e aggiornato, spero in modo utile e piacevole.

Grazie a tutti.

P.S.: è vero, imparare la sintesi è un ottimo esercizio spirituale.

COSTRETTA

Sono costretta a ribadire per l’ennesima volta alcune elementari regole di netiquette:

-non occupare più dello spazio strettamente necessario: qui non si possono proporre piccoli e illeggibili saggi. Questo non è un luogo in cui esibire la propria erudizione, ma di messa in comune e di dialogo serrato, nella lingua più piana che c’è

-non sentirsi obbligati a intervenire, e più volte, su tutti gli argomenti proposti, ma solo su quelli che si ritengono stimolanti, e sui quali si sente di avere davvero qualcosa da dire

Questo è un posto pubblico, non un club privato. Un atteggiamento ostinatamente contrario alle regole che indico è escludente nei fatti. Vi prego pertanto di osservarle.

grazie infinite

E’ IL MOMENTO DI INVESTIRE

Siamo e restiamo animali simbolici. Molte delle cose importanti che ci capitano sono prevalentemente simboliche. E mentre gli analisti economici si scervellano per capire se la crisi che ci ha messi in ginocchio è come quella del ’29 o no, se ci sarà recessione, se l’andamento sarà a V o a L; mentre ci rifacciamo i conti in tasca e malediciamo il giorno in cui la banca ci ha infilato in quel fondo di investimento, qualcosa di importante sta cambiando nelle nostre vite, dentro e fuori. E qualcosa che non ha solo a che fare con i soldi.
Diamo la colpa a Wall Street e agli squali delle banche d’affari, ma forse l’iceberg è ben più profondo, e non solo economico. E se le nostre vite cambieranno non sarà solo per strette ragioni di bilancio. E cambieranno come? Che cosa ci insegna questa crisi? Ne approfitteranno solo gli sciacalli, o ci sono opportunità di “investimento” per tutti?
“Io donna” vi propone le riflessioni di una filosofa e di uno psicoanalista, per uno sguardo meno angusto e “soldocentrico”. E per capire il bene che c’è. Anche oggi. Come in ogni circostanza della vita e della storia.

PANAYOTIS KANTZAS, psicoanalista, presidente dell’associazione di Psicologia della politica.

L’etica viene prima dell’economia: e questa è una crisi prima etica, e dei comportamenti, che economica. Quello che sta capitando nei mercati è il riflesso della crisi della cosiddetta etica globalizzata.
L’etica è sempre stata legata a un gruppo etnico, a un territorio. E’ il modo in cui il gruppo regola l’accesso al godimento. L’idea di una morale offshore, di un’etica che valga per tutti e allo stesso modo, è un non senso, e non sta più in piedi.
Il primo colpo è arrivato da fuori, l’11 settembre 2001. Stavolta l’attacco viene dall’interno. Ma l’obiettivo è lo stesso: la coppia globalizzazione-liberismo. Il liberismo non è altro che il contenuto di questa etica globale. Vuol dire che non ci sono più regole, imposte “nel nome del padre”, ma solo una libera contrattazione tra soggetti, che ritengono di poter fare tutto quello che vogliono una volta che l’hanno patteggiato tra loro. E’ un po’ quello che capitava tra i libertini prima della Rivoluzione Francese: la convinzione di poter accedere liberamente al godimento senza sottostare ad alcuna regola, se non al proprio piacere. L’esito storico è stata la ghigliottina. E poi Napoleone, l’uomo forte. I libertini sono finiti per invocare il Padreterno: salvaci da questo carnaio.
Oggi ci troviamo in una situazione simile: abbiamo ritenuto di poter fare senza il nome del padre, senza la guida di quel buon senso che dovrebbe regolare la comunità nel suo accesso al godimento. Vale tanto per l’economia quanto per la sessualità, per quel sesso come pura carne e senza parola che vediamo nella pornografia diffusa.
E’ chiaro che intravedere la fine di tutto questo può disorientarci, ma può anche farci sentire più liberi, e perfino più contenti: “contentus” significa “contenuto”, e indica chiaramente il fatto che gli esseri umani hanno bisogno di essere contenuti da regole per vivere una vita soddisfacente. Oggi andiamo a caccia dei capri espiatori, chiediamo la testa di quegli “untori” le cui speculazioni ci hanno provocato tanto danno. Ma il problema è stato nella mancanza di regole.
Probabilmente vedremo la fine di questo mondo psicotico e dei suoi godimenti pulsionali, che si esprimono nei disturbi alimentari, nel ricorso alle droghe, in un sesso materiale e “senza parole”, per approdare a un mondo in cui la parola e la relazione ritroveranno la loro centralità. Qualcuno sta già paventando o invocando l’uomo forte, che sistemi le cose d’autorità. Io credo invece nell’alternativa di un rinnovamento profondo: la classe dirigente del liberismo si è dimostrata miope e mediocre. E il rinnovamento potrà venire in buona parte dalle donne, che quello che è capitato l’hanno subito, patendo più di tutti la mancanza della parola e dell’amore.

LUISA MURARO   Filosofa, Libreria delle Donne di Milano

Quello che si sente è un senso di profonda delusione per il fatto di vedere sprecata l’occasione che è stata la fine della guerra fredda, e non averne saputo fare niente di buono: nel mondo continuano a esserci guerre, ora questa crisi… Decisamente dagli americani ci si aspettava un po’ meglio.
Le crisi del capitale sono cicliche, ma qui c’è stato un arraffamento, una grande spregiudicatezza dei supermanager nell’usare i soldi degli altri approfittando del loro credito, credito che è prima di tutto morale. C’è una corrispondenza tra l’abuso del credito e la perdita di fiducia nelle relazioni tra esseri umani. Il denaro è diventato l’unica risposta possibile a una domanda che c’è ed è buona: la domanda di ingrandirsi, di stare meglio, di essere più gioiosi. E’ una domanda grande e giusta a cui si è risposto con un miraggio: il consumismo prima, la speculazione poi. I soldi non vanno demonizzati. Io dico sempre che nel voler crescere, anche economicamente, vedo in azione lo Spirito Santo. E’ l’indicazione di un “oltre” che c’è, e che si può raggiungere. Ma non sempre e solo attraverso il denaro.
Si tratta di saper vedere le opportunità che questa circostanza negativa porta con sé. Il primo bene è che si è capito che il capitalismo non ha sempre l’ultima parola. E forse chi nella sua vita non ha pensato solo ai soldi non è stato del tutto sciocco. Si deve guardare più in là, a una fiducia e a una felicità che non si aggrappano ai soldi, e che non sono in altri mondi ma esistono già qui e ora. Sono sotto i nostri occhi, nella pratica quotidiana di tante persone. Un’economia del desiderio, la chiamo io, che si gioca nelle relazioni con gli altri e apre squarci in quell’altra economia. Per esempio è il tempo che tante donne vogliono offrire per i loro bambini e per chi ne ha bisogno, nella bellezza che vogliono apparecchiare, nella loro profonda sensatezza. Queste pratiche possono insegnare molto. Le donne hanno molto da dire sull’economia, e devono essere ascoltate. Si messa troppa enfasi sul fatto di dover portare avanti le donne, di farle arrivare al potere, e non si è prestato abbastanza ascolto alle cose che le donne già dicono con la loro esperienza quotidiana e il loro senso responsabilità.
Un’altra lezione che ci arriva dalla crisi è quella di evitare il gigantismo, banche come la Fortis con un volume d’affari tre volte il Pil del Belgio. Cose sproporzionate alla misura dell’uomo. L’economia globale deve essere temperata dall’esistenza di una scala più umana.

(pubblicato su Io donna  – Corriere della Sera il 18 ottore 2008)

GIRA CHE TI RIGIRA

L’idea di classi differenziali per stranieri è una soluzione sbagliata e inaccettabile a un problema che però esiste, ed è notevole. Sul Corriere di oggi Sandro Veronesi descrive molto bene la situazione di Prato, io potrei dire con altrettanta consapevolezza di Milano. Dove, oltretutto, i piccoli sono delle etnie più varie, non come lì, prevalentemente cinesi, quindi la gestione è molto complicata. Nei fatti le povere maestre -se ne parla sempre al maschile, ma sono in stragrande maggioranza donne- e più avanti le professoresse si ritrovano a tirare una coperta troppo corta. Per non lasciare indietro nessuno, rischiano di abbassare il livello per tutti, sacrificando lo svolgimento del programma alle inevitabili lentezze di chi non parla la nostra lingua ed è affaticato dall’inserimento. I genitori italiani si difendono andando a caccia di scuole senza stranieri, che qui a Milano sono quasi tutte in centro città.

E’ vero anche, tuttavia, che frequentare una classe multietnica è un’esperienza potenzialmente molto ricca e direi perfino irrinunciabile, perché insegna lo strumento preziosissimo della relazione a un grande livello di complessità. Si tratta quindi di saper trarre il meglio da questa contingenza, e lo si può fare soltanto, nessun dubbio, investendo energie e risorse, dotando le maestre di tutti i sostegni necessari, di counselor, di corsi d’appoggio d’italiano, e così via. E anche di una relativa autonomia nell’organizzazione del lavoro, perché ogni situazione fa caso a sé. Con l’idea di portare tutti verso l’alto, anziché abbassare gli standard. C’è da spendere oggi per risparmiare domani: tutto ciò che favorisce e velocizza l’integrazione è un ottimo investimento. Per tutti.

Ma alla nostra politica miope manca la capacità di guardare oltre il proprio naso. Ci si accontenta di un mediocre e immediato ritorno di consenso, accarezzando il pelo agli istinti più elementari.

Gira che ti rigira, siamo sempre lì, a questa politica insufficiente.

A TEATRO!

Vista in tv la serata dei premi Olimpici, assegnati dall’Ente teatrale italiano, sulla magnifica scena del più antico e prezioso teatro coperto del mondo, l’Olimpico di Vicenza (del Palladio).
I premiati si succedono in proscenio. Massimo Popolizio, baldanzoso e fisico. Anna Della Rosa, prim’attrice esordiente in “La trilogia della villeggiatura” di Goldoni-Servillo. Gigio Morra, premiato per lo stesso spettacolo. Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani per il loro “Angels in America”.
In platea altri grandi del teatro: Mariangela Melato in total white, la leonessa Andrea Jonasson, la maschera di Roberto Herlitzka. Gente che di tavole di legno ne ha calcate. Eppure lì, sul palco, trepidano ancora per l’emozione. Anna Della Rosa non riesce quasi a parlare. Gli occhi di Anna Proclemer, che proprio lì fu giovanissima Ofelia, rilucono di pianto: “Mi emozionano le standing ovation per gli altri” si schermisce “figuriamoci quelle per me”.
Sono così fragili, anche gli attori più grandi, quando non riparano dietro a un personaggio. Nudi, intimiditi, quasi afasici, con tutte le loro cicatrici: la ferita originaria, che li ha irresistibilmente spinti a esporsi in scena; e quelle riportate in campo, prezzo di una vocazione inattuale e senza facili consolazioni.
Incredibile che siano ancora in tanti a scegliere questo mestiere aspro e antico, resistendo alla seduzione e alla volgarità di altri e ben più facili mezzi. Magari, una tantum, per prestarsi al cinema: come Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Flavio Bucci, l’incredibile Carlo Buccirosso, gli stessi Popolizio e Servillo, formidabile cast di “Il divo”. E fare il miracolo.
Ritirando il loro premio all’Olimpico i teatranti si profondono ringraziamenti. Agli amici e ai compagni di scena, al pubblico che ha accettato la scommessa. Adesso tocca a noi ringraziare loro, e non c’è modo migliore per ringraziare un attore che rispondere con fiducia il suo invito. Spegniamo la tv, che non si merita tutto il tempo che le dedichiamo. Molliamo il telecomando, infiliamo la giacca e andiamo a teatro. La nuova stagione è al suo inizio. Lo spettacolo sta per cominciare.

(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera il 4 ottobre 2008)

TROPPO GENTILE

Nell’elenco del patrimonio dell’umanità amministrato dall’Unesco compaiono anche numerosi beni immateriali. Insieme ai campanili di Belgio e Francia, ai trulli di Alberobello e all’arco geodetico di Struve, anche il Carnevale di Oruro, Bolivia, il ritmo dei tamburi conga nella Repubblica Dominicana, la nostra opera dei pupi, il canto “a tenore” dei pastori sardi.
Proporrei una tutela anche per la gentilezza del nostro Sud. Non so come si faccia a tutelare un tratto così squisito e delicato, e in tutte le sue molteplici manifestazioni: dall’ospitalità, alla cucina, alla sorprendente capacità di entrare in relazione con lo straniero e di condividere con lui la miracolosa bellezza di quei luoghi. Ma l’idea che possa andare perduto sotto i colpi del cafonismo e dell’individualismo contemporaneo mi procura uno sconforto assoluto.
Scrivo su un giornale del Nord, ma ho ben presente come tanta parte di questo Nord sia fatta di talenti e di energie del Sud. Non sapevo, però –me l’ha spiegato un signore che si intende di queste cose- che è fatto anche dei soldi del Sud. Una parte cospicua dei denari che ci servono per fare impresa qui -finanziamenti, prestiti bancari e così via- provengono dalle tasche e dai conti correnti dei risparmiatori del Sud. Se girate nel Mezzogiorno, fate caso a quanti sportelli di banche nordiche aperti negli ultimi anni. Sicché, mi diceva questo signore, se il federalismo fiscale ci avvantaggerebbe, un eventuale federalismo bancario ci metterebbe con le spalle al muro.
Questa cosa io non la sapevo, e un po’ me ne vergogno. Spesso al nostro giudizio sulla questione Nord-Sud mancano troppi elementi perché non si tratti solo di venale pregiudizio. Una cosa, tuttavia, mi sento di dirla, per quel poco che so: che i baricentri del nostro sviluppo –e uso cautamente questo concetto, nella consapevolezza che sarebbe ora di sottoporlo a seria revisione critica- sono almeno due, uno sta a Nord e l’altro a Sud; e che forse le risorse più preziose in questo momento della nostra vita e della nostra storia, a cominciare dal bene assoluto della relazione, si trovano più facilmente “giù”, in quell’Italia splendida, misteriosa, antica. E straordinariamente gentile.

(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera il 27 settembre 2008)

QUESTA VOLTA

Questa volta inviterei le donne, se lo vogliono, a parlare liberamente di politica come lo sanno fare loro (noi), nel modo a loro più congeniale, con le parole che sentono più loro, senza dover fare fuori il buon senso.  E inviterei gli uomini ad ascoltare. Una donna che parla, restando fedele a se stessa, e un uomo in ascolto: è una postura molto istruttiva.